Vietnam tra potere interno e pressioni globali
Mentre l’attenzione dell’intero globo è focalizzata sullo Stretto di Hormuz, su una possibile escalation energetica e sulle nuove fratture della competizione tra grandi potenze, a Hanoi si consuma un passaggio molto meno spettacolare ma non meno rilevante. L’elezione di Tô Lâm alla presidenza del Vietnam, avvenuta il 7 aprile 2026, non è soltanto un cambio di vertice. È il segnale che il Paese sta entrando in una fase nuova, nella quale la gestione del rischio, interno ed esterno, viene affidata a un gruppo dirigente sempre più ristretto. In fondo, è la risposta di una media potenza asiatica, profondamente esposta alle tensioni della globalizzazione, alla sensazione che il proprio margine di manovra si stia restringendo.
Più i rischi si allargano, più il potere si stringe
Oggi Tô Lâm riunisce in sé due incarichi che il sistema vietnamita ha tradizionalmente preferito mantenere distinti: la segreteria generale del Partito comunista e la presidenza della Repubblica. A questo si aggiungono il controllo della Commissione militare centrale e la supervisione dell’apparato anticorruzione. Non sono soltanto strumenti per tenere in riga le élite. Sono soprattutto leve di governo che servono a decidere tempi, intensità e direzione delle riforme in un momento in cui ogni scelta economica produce effetti immediati sul rapporto con Stati Uniti, Cina, Unione Europea e partner regionali. La centralizzazione ha un vantaggio evidente: accorcia i tempi decisionali e consente a Hanoi di reagire con maggiore rapidità agli shock esterni, dal riassetto delle catene del valore alle crisi energetiche. Ma ha anche un costo. In un sistema cresciuto dentro la logica della leadership collettiva, un potere così concentrato rende il Vietnam forse più veloce, ma anche più esposto agli errori di valutazione di un numero ristretto di decisori. In altre parole, il Paese diventa più agile, ma anche più dipendente dalla qualità della lettura strategica del suo vertice.
La Cina resta il vincolo strutturale
Non stupisce che la prima visita all’estero di Tô Lâm, una visita di Stato in Cina dal 14 al 17 aprile 2026, è pensata come gesto di stabilizzazione preventiva del rapporto con Pechino. Non si tratta di un ritorno a una fedeltà ideologica, né del segnale di un riallineamento politico in senso stretto. È, più semplicemente, il riconoscimento del principale vincolo strutturale del Vietnam, la dipendenza economica e geografica dalla Cina, un fattore che nessuna politica di diversificazione può eliminare in tempi brevi. Le filiere produttive vietnamite sono profondamente intrecciate con quelle cinesi. Una parte rilevante dell’export vietnamita verso gli Stati Uniti incorpora componenti, semilavorati e input industriali provenienti dalla Cina. Questo significa che ogni irrigidimento dei rapporti tra Washington e Pechino si scarica quasi automaticamente su Hanoi, sia sul fronte dell’accesso agli input produttivi, sia sul piano politico, attraverso il rischio di essere accusata di aggirare le restrizioni commerciali imposte alla Cina. In questo quadro, i canali di partito tra Hanoi e Pechino non servono tanto a celebrare una vicinanza ideologica, quanto a tenere sotto controllo una relazione inevitabilmente asimmetrica. Servono a evitare che le tensioni nel Mar Cinese Meridionale o le frizioni economiche degenerino in crisi fuori controllo, mentre il Vietnam continua, con prudenza, a rafforzare le proprie capacità di deterrenza. Per la Cina, un Vietnam stabile sul piano politico e interdipendente sul piano economico rappresenta un utile cuscinetto in una regione dove la presenza americana continua a crescere. Per Hanoi, mantenere aperta la linea con Pechino è il prezzo necessario per non essere trattata come un attore ostile sul fianco meridionale cinese. Più che un’alleanza, è una relazione di necessità. E la sopravvivenza strategica del Vietnam dipende anche dalla sua capacità di rendere questa asimmetria il più possibile prevedibile.
Gli Stati Uniti sono l’opportunità che può diventare rischio
Se la Cina rappresenta il vincolo, gli Stati Uniti sono il grande moltiplicatore. Il Vietnam è infatti uno dei principali vincitori del paradigma China+1, cioè della riorganizzazione delle catene globali che ha spinto molte imprese a ridurre l’esposizione diretta alla Cina senza rinunciare del tutto alla sua centralità manifatturiera. Un tema tutt’altro che distante, soprattutto mentre la crisi in Medio Oriente riporta al centro energia, rotte commerciali e debolezze strategiche. Questa dinamica ha prodotto risultati straordinari. Ma ha anche generato una nuova vulnerabilità. Per un Paese delle dimensioni del Vietnam, il boom dell’interscambio con Washington non è solo un dato economico; è una variabile politica di prima grandezza. Nel 2025, secondo i dati dello U.S. Trade Representative, l’interscambio di beni tra Stati Uniti e Vietnam ha raggiunto i 209,5 miliardi di dollari, con un deficit americano di 178,2 miliardi. Più cresce questo squilibrio, più aumenta il rischio che Hanoi entri nel mirino di future misure protezionistiche statunitensi, soprattutto in un contesto internazionale segnato dal ritorno di politiche commerciali più difensive. Il punto delicato è che una parte importante di quel surplus poggia su input cinesi. Agli occhi di Washington, il Vietnam può quindi apparire come una piattaforma intermedia della manifattura cinese, utile a eludere almeno in parte le restrizioni imposte a Pechino. Agli occhi di Hanoi, però, quel meccanismo è stato il motore della crescita, dell’industrializzazione e dell’inserimento del Paese nelle grandi catene globali degli ultimi anni. È proprio qui che la politica interna di Tô Lâm incrocia la strategia esterna. Più il Vietnam dipende da questo modello di sviluppo, più diventa necessario avere un centro decisionale capace di negoziare rapidamente, correggere gli squilibri, adattare accordi e modificare politiche commerciali in funzione delle pressioni americane. La centralizzazione del potere non è dunque solo una scelta di equilibrio interno; ma anche una forma di assicurazione strategica di fronte a un ambiente esterno sempre più instabile.
Europa e Italia come diversificazione politica
In questo scenario, l’Unione Europea e, al suo interno, Paesi come l’Italia assumono per Hanoi un significato diverso da quello di semplici partner commerciali. Rappresentano uno spazio di diversificazione politica. L’Europa non ha né la prossimità geografica della Cina né la forza di proiezione strategica degli Stati Uniti, ma offre qualcosa che al Vietnam interessa molto e cioè l’accesso a tecnologia, investimenti, standard relativamente stabili e cooperazioni credibili in settori chiave come energia, infrastrutture sostenibili e digitalizzazione. Per Hanoi, rafforzare i rapporti con l’Europa significa aggiungere ancore esterne a una strategia che altrimenti rischierebbe di restare schiacciata nella sola dialettica Washington-Pechino. È una direttrice da consolidare proprio in una fase in cui le strategie di internazionalizzazione sono sempre più sotto pressione. E in questo spazio l’Italia può ritagliarsi un ruolo più rilevante di quanto la sua proiezione asiatica suggerisca a prima vista. Le sue competenze industriali, la presenza di gruppi attivi nell’energia e nelle infrastrutture e l’interesse di molte Pmi verso il Sud-Est asiatico la rendono un partner credibile, soprattutto nei segmenti dove il Vietnam cerca qualità tecnologica e relazioni industriali meno politicizzate. Dal punto di vista vietnamita, intensificare il rapporto con Roma e con alcune capitali europee significa costruire appoggi politici e industriali utili a ridurre, almeno in parte, la dipendenza binaria da Stati Uniti e Cina. Dal punto di vista italiano, il Vietnam è insieme un mercato in crescita e un presidio industriale in una regione dove si gioca una parte decisiva del confronto strategico tra Washington e Pechino. È anche un banco di prova per una politica economica verso l’Asia più coerente, meno episodica e più strutturata.
L’energia come punto di fragilità
Su questo equilibrio già complesso grava una variabile che il Vietnam non controlla; la sicurezza energetica. L’escalation nello Stretto di Hormuz colpisce direttamente un’economia industriale che negli ultimi anni è diventata importatrice netta di energia e che continua a dipendere in misura significativa da forniture provenienti dal Medio Oriente. Qui la questione non è soltanto il prezzo del petrolio. È la tenuta dell’intero modello di sviluppo. Un aumento dei costi energetici si trasmette immediatamente a un sistema manifatturiero ad alta intensità energetica, comprimendo margini, alimentando pressioni inflazionistiche e rallentando la crescita. Anche senza arrivare a un blocco totale, ogni tensione nel Golfo può propagarsi lungo le filiere asiatiche e colpire il Vietnam attraverso gli hub regionali da cui importa carburanti raffinati. Il modello Vietnam che si basa su export manifatturiero, integrazione nelle catene globali, surplus con gli Stati Uniti costruito anche su input cinesi, presuppone un accesso relativamente stabile e sostenibile all’energia. Se le rotte energetiche diventano più insicure e più politicizzate, l’intero equilibrio si indebolisce. Per questo Hanoi ha tutto l’interesse ad accelerare la diversificazione delle fonti e dei partner. Ed è anche per questo che le cooperazioni con l’Europa e con l’Italia, soprattutto su rinnovabili, reti e tecnologie per l’efficienza, acquistano oggi un valore più strategico che commerciale.
Un Paese che si rafforza dentro perché si sente più esposto fuori
Il Vietnam che emerge da questa transizione è un Paese che accentra il potere interno proprio nel momento in cui aumenta la propria esposizione esterna. Hanoi non sta scegliendo tra Stati Uniti e Cina. Sta cercando, più realisticamente, di sopravvivere alla loro competizione, mantenendo aperti entrambi i canali e provando al tempo stesso a rafforzare il dialogo con l’Europa e con interlocutori come l’Italia, così da non restare intrappolata in una logica rigidamente bipolare. Il problema è che questa strategia funziona solo finché il sistema internazionale conserva un minimo di stabilità. Se le tensioni energetiche dovessero aggravarsi e la competizione commerciale irrigidirsi ulteriormente, lo spazio di manovra di Hanoi si ridurrebbe rapidamente. Il Vietnam sarebbe costretto sempre più a reagire alle scelte altrui, invece di orientare le proprie. In quel caso, il surplus con gli Stati Uniti potrebbe trasformarsi da vantaggio in vulnerabilità, mentre la dipendenza da input cinesi rischierebbe di diventare un bersaglio politico e commerciale. In uno scenario del genere, la concentrazione del potere nelle mani di Tô Lâm potrebbe rivelarsi un vantaggio, perché consente decisioni rapide e una gestione più compatta delle diverse anime del Partito. Ma potrebbe diventare anche un limite, se il sistema dovesse perdere quella flessibilità graduale che in passato ha permesso al Vietnam di adattarsi senza traumi ai mutamenti dell’ambiente internazionale. La domanda vera, allora, non è soltanto chi governa oggi il Vietnam. È se il Paese riuscirà ancora a lungo a camminare sul filo, trasformando la propria vulnerabilità in leva negoziale invece che in punto
di rottura.




