Marković regista della storia: Il trio di Belgrado

Il trio di Belgrado. Materiali per un romanzo di Goran Marković è un’opera densa, stratificata, che si impone nel panorama letterario europeo come uno dei tentativi più riusciti di fondere la ricostruzione storica con una scrittura capace di evocare l’intimità del dolore e l’ambiguità della memoria. Pubblicato per la prima volta a Belgrado nel 2018, tradotto in diverse lingue e giunto in Italia nel 2025 per Bottega Errante Edizioni con la traduzione di Enrico Davanzo, il romanzo segna la maturazione definitiva di Marković come scrittore tout court, dopo una lunga carriera da regista e documentarista. Il sottotitolo, “Materiali per un romanzo”, è sia dichiarazione d’intenti che chiave interpretativa: l’opera si configura come un mosaico narrativo costruito con lettere, diari, documenti ufficiali e verbali della polizia segreta, ma anche come la sceneggiatura di un film che, pur non essendo stato mai girato, vive di una tensione visuale e drammaturgica straordinaria.
Una struttura ibrida
A differenza del classico romanzo storico, Marković non costruisce un’unica linea narrativa coerente, bensì stratifica piani temporali e prospettive, affidandosi a frammenti di discorsi, memorie, interviste, missive private e rapporti di sorveglianza. Questo dispositivo formale, che richiama le poetiche dell’archivio e della postmodernità, permette al lettore di entrare non solo nella trama degli eventi ma anche nella forma della loro trasmissione. Non a caso, il protagonista Lawrence Durrell – scrittore realmente esistito e autore del celebre Quartetto di Alessandria – è qui figura doppia: è il diplomatico-spia inviato a Belgrado nel 1948, ma anche il narratore in potenza di una storia che sembra prefigurare quella tetralogia letteraria, tanto da far affermare che “l’abbozzo reale di quel quartetto si è incarnato a Belgrado”.
La struttura del testo ricorda più una pellicola in fase di montaggio che un romanzo lineare: “materiali” per una narrazione che ha già in sé la consapevolezza della frammentarietà della storia e della fragilità delle sue voci. I documenti appaiono reali, e molti lo sono; altri sono frutto di una verosimiglianza così acuta da renderne indistinguibile la natura finzionale. In questo senso, Il trio di Belgrado si avvicina alla pratica borgesiana della letteratura come falsificazione autentica, o meglio come tensione verso una verità impossibile da affermare ma necessaria da evocare.
Lo stile
Lo stile di Marković è sobriamente sorvegliato, capace di un lirismo trattenuto e di una ironia tagliente. La sua prosa è “visiva” nel senso cinematografico del termine: i dettagli ambientali, gli scorci di una Belgrado cupa e plumbea, gli interni degli uffici dell’UDBA (la polizia politica jugoslava), le isole-lager del mar Adriatico come Goli Otok, si imprimono nella mente del lettore come sequenze girate con una camera a mano. Ma è anche la lingua dei dialoghi a essere notevole, soprattutto quando si affaccia il tragicomico, come nel caso del manuale di serbocroato per principianti in cui Durrell si imbatte, che propone come uniche professioni possibili “stagnino, pittore, professore o poliziotto”, ironizzando amaramente sulla gabbia ideologica in cui si trovano i personaggi.
Una delle frasi più potenti del romanzo, attribuita a Durrell, risuona come un epitaffio per tutta la Jugoslavia del dopoguerra: «Rifletti e piangi». Essa rappresenta lo slittamento definitivo da una narrazione ideologica a una testimonianza esistenziale: riflettere è l’atto critico, piangere è la sua inevitabile conseguenza di fronte alla disumanità del potere.
I personaggi
Marković riesce in un’impresa rarissima: costruire un’epopea corale, in cui ogni figura ha un proprio arco narrativo compiuto, eppure resta simbolica di un’intera condizione storica. Vera Tankosić è l’epitome della fedeltà tragica: moglie di Bora, fervente stalinista, viene arrestata per il solo fatto di essere sua compagna e spedita nel lager femminile, dove scriverà un diario clandestino nascosto nella cloaca del gabinetto. La sua storia, insieme a quella di altre donne prigioniere, restituisce la realtà cruda del regime titoista dopo la rottura con l’URSS nel 1948. Bora, invece, rappresenta il fedele cieco, destinato al martirio per mano di un potere che aveva servito.
Accanto a loro, figure più ambigue come Koča Popović, già poeta d’avanguardia e poi braccio destro di Tito, incarnano la tensione irrisolvibile tra arte e ideologia. L’epistolario fittizio tra Aleksandar Ranković – l’uomo dietro la macchina repressiva di Goli Otok – e un funzionario idealista che crede ancora nella bontà “rieducativa” del lager, mostra la banalità del male in tutta la sua crudezza. “La disciplina è l’anticamera della redenzione,” scrive Ranković: una frase che risuona oggi come parodia tragica delle utopie infrante del XX secolo.
Goli Otok
Al centro della narrazione si staglia l’isola di Goli Otok, luogo reale e insieme allegorico, emblema della degenerazione del potere rivoluzionario. Il romanzo offre una delle più precise, implacabili e allo stesso tempo partecipate rappresentazioni del sistema concentrazionario titoista. Il lager diventa un microcosmo della distopia: sorveglianza, delazione, lavaggio del cervello, umiliazione e terrore. Come in Arcipelago Gulag di Solženicyn, anche qui la verità del campo è affidata alla testimonianza singolare: quella di Vera, quella di Dragica, quella delle voci sepolte nei documenti.
La funzione del romanzo, in questo senso, è duplice: atto di denuncia e tentativo di salvataggio. Marković dà parola a chi ne è stato privato, e lo fa con la consapevolezza che la letteratura può essere l’unico risarcimento possibile.
Il trio di Belgrado non è solo un romanzo importante: è un’opera necessaria. Coniugando rigore documentario, intensità narrativa e una sensibilità cinematografica fuori dal comune, Marković ha scritto un libro che illumina un nodo cruciale della storia jugoslava del Novecento e, insieme, getta luce sulle aporie di ogni progetto ideologico totalizzante. Il “trio” evocato nel titolo è anche, simbolicamente, il triangolo tragico tra letteratura, politica e memoria, i tre poli tra i quali si muove la storia europea del XX secolo. Marković ci consegna un testo che va letto, discusso e tramandato. Ha saputo trasformare la materia della storia in una forma d’arte che non dimentica, non giudica, ma interroga.




