NOI, DA UNA PROSPETTIVA PIÙ AMPIA

NOI, DA UNA PROSPETTIVA PIÙ AMPIA

E’ trascorsa quasi una settimana dalle elezioni, l’esito è un’Italia divisa territorialmente e politicamente, in cui le forze populiste hanno avuto il sopravvento su quelle democratiche tradizionali.

Non bisogna sorprendersi troppo. Negli ultimi anni, ovunque, nel mondo occidentale, si registra un calo dei partiti di sinistra, ingabbiati in una crisi da cui non riescono a risollevarsi; avendo perso la base degli elettori operai e i principi novecenteschi, la sinistra è vittima di un’insolita sterilità politica.

Sui frantumi di una sinistra da ricostruire a gran voce sono state organizzate propagande di destra. Sono partiti nuovi, insoliti, confidano nella parte di elettorato delusa, timorosa sulla propria sicurezza e prospettiva di futuro vincolata ad un’Unione Europea autoritaria.

La precarizzazione del lavoro, una gestione poco sorvegliata del problema “migranti” e negligenza delle fratture sociali hanno portato la sinistra a non rappresentare più i problemi e sentimenti delle classi popolari, coinvolte dalle retoriche e immediate risoluzioni offerte da nuove forze politiche. E’ un discorso generale che interessa, più o meno, quasi tutti gli stati dell’Unione Europea, anche quelli fondatori.

Era nell’aria questa ondata di conservatorismo ed euroscetticismo già da qualche anno, la Polonia nel 2015 ha registrato il 37,6% di voti a Diritto e Giustizia, che ha formato un governo con Beata Szydlo, e un crollo di Piattaforma Civica, ferma al 24. Le successive elezioni politiche negli altri stati hanno decretato una situazione simile.

Durante le elezioni politiche francesi è emerso clamorosamente il Front National guidato da Marin Le Pen, erede donna di una dinastia di leader che ha fondato il partito, sempre bloccato su percentuali minime alzate a competere per il governo dalla brillante signora francese. La Francia, nonostante l’esito sia stato diverso, il capo del governo è Macron, ha visto un partito sovranista raccogliere al primo turno il 21,3% e che ha esercitato una forte azione di influenza sull’opinione pubblica, cambiando linguaggio politico e indirizzandolo verso i malumori generali. Da qui viene additata a questi partiti o movimenti l’etichetta di populisti.

In Austria governa il Partito Popolare Austriaco con il Partito della libertà austriaca, vantando una coalizione del 57%, con la socialdemocrazia rinchiusa in un’immobilizzante 26,9%. Stessa fine dei socialdemocratici tedeschi di Martin Schulz e i democristiani di Angela Merkel, rispettivamente con un calo del 5,2% e del 8,6%, a fatica si è formato un governo tedesco.

Se questi ed altri esiti delle elezioni confermano un insolito andamento politico del blocco UE, spiegabile, semplicisticamente, con i problemi di sicurezza e disoccupazione, non bisogna, dunque, stupirsi dei risultati venuti fuori dopo il 4 Marzo, né rimproverare con moralismo gli elettori.

Della stessa scarsa popolarità delle sinistre europee è stata vittima quella italiana, una coalizione debole, di cui il partito di punta, il PD, è rimasto fermo al 18, il minimo storico. Gli stessi stravolgimenti hanno scosso la sinistra italiana, colpevole, però, anche di scelte politiche sbagliate. La personalizzazione delle linea partitica, iniziata da Matteo Renzi, e uno spostamento a destra, ha portato il PD dallo straordinario 40% al vergognoso crollo della scorsa settimana.

Con una sinistra fragile e frammentata, i vertici dell’Unione Europea puntavano su una risoluzione molto italiana supportando Berlusconi e chissà, se ci fossero stati i numeri, un governo d’intesa. Il premier designato da Forza Italia era, del resto, Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo. Ma come detto l’Italia, trasportata e condizionata dal corso della storia, ha scritto comprensibilmente un copione simile agli strati europei. Così arriva il 32,2% dei voti al M5S e un 17,6% alla Lega. Tramontata la possibilità di un governo tradizionalista, si aspettano eventuali scenari che si apriranno in parlamento.

In una politica globale che vive un periodo di forte cambiamento, gli elettori non hanno creduto nell’importanza di un’Unione Europea solida, che seppure negli anni ha rappresentato una madre austera, oggi è, di fatto, l’unico modo per uno stato come il nostro di aumentare la propria forza contrattuale. E’ paradossale pensare di risolvere il problema dei migranti attraverso manovre singole di un solo stato. Serve un dialogo con le altre nazioni al fine di costruire una cooperazione efficace, che finora però evidentemente i partiti tradizionali non hanno saputo adottare.

Tant’è che in Italia è possibile notare come i partiti “vincitori” abbiamo moderato i loro toni soprattutto circa l’euroscetticismo e compreso la ridefinizione della politica globale per cui è importante tener conto delle cose dette prima. Con la Lega che ontologicamente ha più difficoltà a fermarsi su queste posizioni, è servito molto tempo e una “illuminata” guida (in termini di successo soltanto) di Salvini perché il partito si spogliasse delle retoriche scissioniste ergendosi a partito nazionale, il Movimento 5 Stelle ha già compiuto questa svolta. Un mese fa, dopo aver già tolto dal programma il referendum sull’uscita dall’euro, al Link Campus University di Roma, Luigi Di Maio ha affermato: “L’UE è la casa del M5S e la casa naturale del nostro paese” e poi ha ribadito l’importanza di una Nato da ridefinire.

Dati i risultati delle elezioni, data la necessità di formare un governo, il monito che proviene dall’UE è quello di ridurre il debito, il secondo più elevato dell’Eurozona, ed aumentare la crescita, inferiore a quella degli altri stati europei: sostanzialmente questo è il commento della commissione Europea che desidera più di ogni altra cosa un governo stabile. Dopo settant’anni di interdipendenza è impensabile pensare di essere indipendenti. E se l’Italia guarda all’Europa dopo le elezioni, è anche l’Europa che si interessa della nostra politica interna, perché l’Italia è uno stato fondatore, sempre europeista, culla dei valori e delle idee su cui si è costruita l’Unione. Così Gentiloni ha rassicurato con due telefonate Merkel e Macron, perché l’Italia avrà un governo e se questo governo non potrà essere rappresentato in maggioranza dalle forze predilette dall’UE, Bruxelles pare aver già scelto i 5stelle, disprezzando Salvini come un ultras della “democrazia illiberale”. “Nessuno a Bruxelles salirebbe sulle barricate se il M5S formasse un governo”, scriveva qualche giorno fa il Corriere Della Sera. Macron è fiducioso. Anche se a Settembre si augurava di poter continuare a lavorare con Gentiloni in vista del Trattato del Quirinale, oggi gode dello smorzarsi dei toni anti-UE del M5S in particolare. Anche Confindustria si apre al Movimento, purché ci sia un governo.

Sono nostro interesse le reazioni dei forti perché è da loro che dipende la condizione economica e sociale che viviamo, da cui si determina anche l’identità politica di un paese. Per questo Macron parla del voto italiano come vittima della pressione migratoria vissuta dal paese e si propone di intensificare l’integrazione tra gli stati europei. La voce dell’UE è rappresentata dal premier francese, che da un radicalismo europeo tenta di rinvigorire il vecchio continente.

Intanto in vista di quello che potrebbe accadere nei prossimi giorni bisogna tenere a mente una lettera indirizzata a Macron, firmata da Luigi Di Maio, pubblicata sul blog del Movimento, in cui il leader campano chiude così: “Presidente Macron, il Movimento 5 Stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa. Anzi, la nostra forza ha canalizzato e trasformato in energia democratica positiva pulsioni che avrebbero potuto altrimenti generare effetti realmente destabilizzanti. Sono sicuro che quando ci conosceremo meglio, coglierà che il nostro Movimento, oltre a non essere una minaccia, piuttosto coltiva le soluzioni migliori per molti dei problemi d’Europa”.

Considerate, dunque, queste intricate situazioni la speranza è che gli interessi interni non rallentino o ostacolino la formazione di un governo, perché si possa continuare a crescere all’interno dell’Unione e scongiurare il pericolo di restare indietro rispetto agli altri stati.

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