Ti ti ti ti

Ti ti ti ti

A te che odi i politici imbrillantinati, che minimizzano i loro reati, disposti a mandare tutto a puttana pur di salvarsi la dignità mondana. A te che non ami i servi di partito, che ti chiedono il voto, un voto pulito.. partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri. A te che leggi (ascolti) il mio pezzo (disco) forse sorridendo, giuro che la stessa rabbia sto vivendo! stiamo sulla stessa barca io e te.. Ti ti ti ti .. ti ti ti ti

Era il 1980 quando la voce irriverente di Rino Gaetano cantava ‘Ti ti ti ti‘, un brano di denuncia contro la classe politica italiana. Sono trascorsi 38 anni, durante i quali sarebbe stato logico aspettarsi un’evoluzione positiva da parte dei rappresentanti dei cittadini ma anche stavolta, all’indomani delle elezioni del 4 marzo 2018, il tempo sembra essersi fermato al secolo scorso. Non sono bastate le promesse di questo o quel partito; la cantilena messa in atto più e più volte per attrarre a sé l’elettore ha perso progressivamente di efficacia, trasformandosi in un motivetto noioso e rivoltante che paradossalmente (ma non troppo), anziché avvicinare, ha amplificato la distanza tra cittadini e classe politica. Firmare in diretta presunti ‘contratti’ con gli italiani, presentarsi ossessivamente su ogni canale, tappezzare città, parabrezza e buche delle lettere con manifesti elettorali non è servito a ricucire un rapporto con i cittadini. Neppure l’idea d’inserire brevi spot su Youtube ha restituito i frutti sperati, l’asso nella manica usato per convincere i giovani ad andare a votare si è rivelato essere più un 2 di briscola all’ultima mano: pressoché inutile e scomodo da amministrare.

Lo strappo tra cittadini e classe politica è netto, come una profonda ferita mai guarita; duole, s’allarga e sanguina non appena  la si tocca, specie se i metodi scelti per curarla sono sempre gli stessi che hanno portato addirittura a un aggravamento della situazione. Scagliarsi di petto contro la politica o rifiutarla tout-court sarebbe comunque una mossa avventata: così come esistono tempi tecnici per far entrare in vigore una legge, serve tempo ai governi e ai parlamenti per intervenire e ricucire lo strappo. Sta di fatto, però, che i politici hanno abusato fin troppo del suddetto tempo, rinviando di continuo la messa in cantiere della sola ‘grande opera’ necessaria in questa fase delicata: (ri)costituire un rapporto di vicinanza-fiducia-sostegno con i cittadini. Restare inermi su questo fronte ha portato all’attuale risultato elettorale, in cui l’astensionismo si è trasformato in voto di protesta.  Al di là del termine tecnico, la protesta, lo scontento verso buona parte della politica, si è tramutato in largo consenso verso M5S e Lega; due forze considerate quasi ‘antisistema’ e forse per questo scelte come ultima spiaggia da parte degli elettori.

L’ottimo risultato conseguito dai pentastellati (oltre il 32%) ha praticamente surclassato gli avversari (presi singolarmente) mentre la Lega si è attestata intorno al 17,6%, imponendosi come forza predominante nel centrodestra e terza forza in termine di consenso mirato. Male, anzi, malissimo il Pd: il 18,8% dei voti (22,8% considerando la coalizione) rimanda l’immagine di un partito svuotato alla base e prossimo a perdere anche la testa. L’intervento di Matteo Renzi, che ha parlato di «sconfitta netta, che impone di aprire una pagina nuova all’interno del Pd», fotografa la situazione del Partito Democratico, uscito con le ossa rotte – e non è la prima volta – dalla turnata elettorale. Renzi ha annunciato di voler lasciare la guida del Pd e di aver chiesto a Orfini di organizzare un’assemblea congressuale (ma solo quando sarà insediato il nuovo Governo), segno tangibile di una presa di coscienza – direi tardiva – con la realtà. Bene Forza Italia, il 14% ottenuto alle urne è frutto sia della proverbiale abilità comunicativa di Silvio Berlusconi, sia dalla caduta progressiva dell’avversario ‘storico’.

Tirando le somme, il voto ha sancito la vittoria della coalizione di centrodestra, con il M5S a configurarsi come prima forza politica del Paese. Nonostante i numeri ottenuti, però, lo scenario che va configurandosi è nebuloso: nessuna forza politica o coalizione ha infatti il peso sufficiente a poter governare in autonomia. Mattarella e i vari capi di partito dovranno lavorare molto per limare gli attriti e trovare una via di mezzo che consenta all’Italia di avere finalmente un esecutivo in grado di dare la tanto agognata sferzata all’economia e alla ripresa dell’occupazione. Ciò che invece è certo è l’ultimatum lanciato dai cittadini verso i rappresentanti dell’emiciclo. Renzi ha parlato di “vento estremista” ma a ben vedere di estremo c’è ben poco; vedo invece grande delusione, specie nei confronti delle forze politiche ‘tradizionali’, ritenute poco pragmatiche e spesso troppo autoreferenziali; due caratteristiche inadatte al delicato periodo storico che l’Italia attraversa e che alla lunga hanno portato i cittadini a imporre – attraverso il voto – un decisivo cambio di rotta.

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