Passione (?) sinistra…

Passione (?) sinistra…

L’incomprensibile fermento dell’area progressista che non porterà da nessuna parte

1977. Antonello Venditti, da ospite, lascia deluso la Festa dell’Unità di Modena. Uno degli appuntamenti ‘dogmatici’ della sinistra italiana, in un momento, quello, che la vede imbrigliata nella travagliata fase del Compromesso Storico. “Io ero solo al pianoforte e tentavo di comunicare (…)” raccontò anni dopo il cantautore romano, “e mentre cercavo di esprimermi, mentre cercavo di trasmettere, la cosa più importante per gli astanti era trovare posto a sedere. E come sempre quando ti trovi davanti a qualcosa che ti fa male, cominci a riflettere, a ripercorrere tutta la tua vita. Ed ecco allora quella voglia fisica di andarsene via, come mi prese quella sera a Modena.”

Ecco quindi che in quell’occasione Venditti, da straordinario artista, coglie l’occasione per dipingere un ritratto spietato e senza sconti (cosa assai usuale per l’autore, mai completamente allineato e sempre critico nei confronti della sinistra italiana) di quella situazione specifica e del Partito Comunista di fine anni ’70. La delusione, lo smarrimento ed il suo amato pianoforte, sull’onda emotiva del momento, partoriranno la canzone “Modena”, impreziosita poi da nostalgiche e profonde note di sax di Gato Barbieri; canzone forse poco conosciuta rispetto a tanti altri successi ‘commerciali’ di Venditti, ma per l’epoca vero e proprio fendente, straordinariamente pregno di significato ancora oggi, se si guarda alle dinamiche attuali dell’italico centrosinistra, e che vi invito ad ascoltare. “Con le nostre famose facce idiote, ah, eccoci qui; con i nostri sorrisi tristi, a parlarci ancora di noi” cantò Venditti “e non c’è niente da scoprire, niente da salvare nelle nostre parole (…) ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana, sarà forse tenerezza, o un dubbio che rimane”. Ebbene, la canzone fu data alle stampe nel settembre del 1979, ed a quasi 38 anni di distanza, appare più attuale che mai.

L’atavico, inguaribile costume della sinistra italiana di parlarsi al proprio interno, parlarsi addosso, parlarsi e parlare. Troppo. Con toni e facce così sempre troppo serie ed ingessate da apparire tristi. Il tutto mentre “lo strano rumore di piazza lontana” segna la spaccatura, sempre più netta e profonda, tra gli apparati di partito e quel corpo elettorale che, da quasi un secolo, ha velleità di rappresentare.

Sono giorni, questi, di grande fermento (per usare un eufemismo) all’interno del più grande partito italiano. In casa PD, la batosta del referendum e il conseguente ‘mostrare il collo’ di Renzi hanno ridato linfa e visibilità a quelle opposizioni interne che erano scivolate nel carsismo ipogeo, vinte dalla forza mediatica e dalla presunta velocità d’azione ed efficacia dell’ex presidente del Consiglio.

Ma si sa, quando l’albero è a terra, accorrono tutti a far legna.

Ecco quindi spiegato il rifiorire delle correnti e dei vari ‘caporalati’ democratici, il riaccendersi del “dibbbattito interno” e del congresso in perenne svolgimento. Il partito di riferimento del quadro politico italiano, quello che in più occasioni ha dimostrato senso di responsabilità (si pensi, per esempio, all’appoggio al Governo Monti in un momento che invece sarebbe stato propizio per il ricorso alle urne) si richiude ancora una volta nell’introspezione sterile e demagogica, in uno zalonesco “quo vado?”, lasciando il politicamente debole governo del Paese, pur sempre sua espressione, all’inerzia che lo porterà alla naturale scadenza del 2018; al netto, sempre, del possibile, sibillino, potenziale “Paolo stai sereno” renziano.

Nel frattempo, la polvere sotto il tappeto dell’opera del Giglio Fiorentino riemerge impetuosa: stime di crescita nuovamente riviste al ribasso, produzione industriale che non riparte, debito pubblico al galoppo, disoccupazione abbondantemente sopra la doppia cifra, spread tra ricchezza e povertà sempre più ‘largo’, asset industriali strategici che rischiano di passare sotto il controllo di grandi gruppi stranieri, sistema bancario nazionale in ginocchio, immigrazione incontrollata, disagio sociale diffuso. Ciliegina sulla torta, amara, la spada di Damocle di una manovra correttiva dei conti pubblici, tutt’altro che leggera, imposta dall’Europa: perché, per dirla con insolente ironia, ‘quando piove letame, non fa mai due gocce.’

Sinist-renzi

Siamo reduci da quasi un mese di duro confronto interno al PD che ha fagocitato l’attenzione di stampa ed addetti ai lavori. ‘Confronto’ portato in tv, sui giornali e nei vari organi direttivi del partito (direzione nazionale, segreteria, riunioni e convegni promossi dalle minoranze). Confronto che, al netto degli ancora numerosi ‘lealisti’, si traduce in un ‘tutti contro Renzi’; o, per meglio dire, in un ‘tanti contro Renzi’. Perché i vari individualismi riemersi di prepotenza nel partito, non fanno che favorire il vecchio, antipatico sistema di correnti, spesso in antitesi tra loro oltre che con l’ormai dimissionario segretario.

Il primo segnale di rottura post ‘referendum 4 dicembre’ lo ha dato D’Alema, che il 28 gennaio scorso a Roma ha Lanciato “Consenso”, un movimento che vuole dare continuità alla battaglia referendaria ed aprire il campo del centrosinistra a nuovi contributi ed idee. Passaggio, quello dalemiano, che ha scoperchiato il Vaso di Pandora di odi e spaccature mai sopite nel PD: da lì, all’interno dei vari organi statutari dei dem, e nei talk show, i toni tra i ‘compagni’ di partito sono diventati sempre più aspri e l’opposizione a Renzi sempre più dura, tanto da portarlo, con un passaggio che però appare strettamente strategico, alle dimissioni.

Motivo di cotanta agitazione? L’improvvisa accelerata dell’ex segretario sull’apertura della fase congressuale, la veloce elezione del nuovo segretario e la sospetta voglia di tornare presto alle urne. Perché Renzi sa bene che, mesi lontano dalla ribalta e dalle poltrone che contano, rischiano di raffreddare il suo appeal politico ed elettorale. E lo sanno bene Emiliano, Speranza, Orlando e Bersani, i più duri e critici oppositori del Giglio, ‘ognuno col suo viaggio, ognuno diverso’.

Emiliano, che pure ebbe simpatie per il Renzi 1.0, dopo una fase di tentennamenti, sembra quello più determinato a lottare dall’interno per dare una sterzata alla piega sterile e centrista presa dal Pd; “siamo andati a sbattere a 300 all’ora contro un muro di cemento armato” commentò, amareggiato, il giorno dopo il referendum; è stato il primo, convinto, a candidarsi al prossimo congresso democratico; Speranza, leader della ‘sinistra riformista’, dopo aver valutato anch’egli la corsa alla segreteria con lo slogan già pronto “C’è Speranza”, ha di fatto intrapreso la strada della separazione, ‘battezzato’ da D’Alema, insieme ad Enrico Rossi,quale spendibile leader nel nuovo progetto che dovrebbe nascere dalla scissione democratica. Poche ore sono trascorse da quando anche il Guardasigilli Orlando ha ufficializzato la sua candidatura alla segreteria PD; il leader dei cosiddetti ‘Giovani Turchi’ pare voler riprendere il cammino di lento rinnovamento di idee e persone teorizzato dal suo gruppo di quarantenni già a partire dal 2011, progetto che poi finì all’angolo, travolto dall’impeto e dalla velocità della sommaria rottamazione renziana. Per la cronaca, al trittico di candidature Renzi-Emiliano-Orlando si sono aggiunte oggi anche le velleità di Carlotta Salerno, leader dei Moderati Piemontesi e portatrice di una testimonianza femminile nell’attuale ‘mostrare muscoli e denti’ in corso tra gli uomini dem. Nella disfida delle primarie e dell’elezione del nuovo segretario sembra invece non intenzionata a calarsi direttamente l’area del partito che fa riferimento a Franceschini, che è la vera maggioranza ‘corposa’ ed al momento silenziosa del partito, che pare possa contare sulla ‘fedeltà’ di circa un terzo delle truppe democratiche presenti a Palazzo Madama e Montecitorio.

Il già citato Bersani invece, merita un discorso a parte; il suo atteggiamento è stato diametralmente opposto a quello di Emiliano: dopo una fase iniziale nella quale ha confermato di rimanere nel partito (“casa mia” giurava) come strenuo difensore della linea di centrosinistra e ‘ulivista’, ha poi in questa settimana confermato di non rinnovare la tessera PD e di aderire alla scissione ormai inevitabile. Intervenuto nell’ultima puntata di “diMartedì”, Floris gli ha dedicato la lunga intervista iniziale, all’interno della quale però sono emersi tutti i limiti di questa pur influente e autorevole figura politica. Brava persona, certo; spinta, crediamo, da sincera passione politica, denota però i soliti limiti di lettura degli scenari politici, che ne hanno penalizzato la carriera nella ‘cosa pubblica’. Se da un lato eccelle nei ragionamenti di ‘filosofia politica’ scolastici e nell’analisi del quadro macroeconomico internazionale (“il mondo deve ragionare su come ricreare i posti di lavoro che crisi, progresso, economia ‘fluida’ e tecnologia stanno distruggendo), dall’altro commette il vecchio errore di sottovalutare (come nel 2013) la costante ascesa grillina, sentenziando che “le nostre liti e divisioni favoriscono le destre populiste, che rischiano di andare al potere come sta accadendo nel resto del mondo”. Il tutto condito dal suo tag cloud sempre uguale, infarcito di parole d’ordine ormai logore nel ‘politichese’ stretto: “piattaforma”, “dibattito”, “spazio politico” . Sinceramente troppo poco, per chi ha velleità di riportare la comunità del PD o ex tale nell’alveo dell’ortodossia di centrosinistra.

Dem-o-cratici?

Ma sono stati giorni travagliati non sono in area Dem: nel week end scorso infatti, si è svolto il congresso fondativo di Sinistra Italiana, che ha visto acclamato leader il vendoliano Nicola Fratoianni. Ma anche in questo caso, la nascita del partito, sorto dall’allargamento di SEL ai primi transfughi di PD (Fassina in testa), ex Pentastellati ed a movimenti ed associazioni minori, non è avvenuta in un clima totalmente festante: anche qui una minoranza, guidata da Arturo Scotto, non ha partecipato ai lavori del congresso e si dice adesso in procinto di abbracciare gli scissionisti di Bersani.

E come se non bastasse, Giuliano Pisapia prosegue nel suo annunciato progetto di ‘Campo Progressista’, la nuova formazione che avrà il suo lancio ufficiale il prossimo 11 marzo e che rivendica autonomia sia rispetto al PD, sia ai fuoriusciti bersaniani, sia a Sinistra italiana. Un po’ troppo per chi vuol porsi, a suo dire, come interlocutore per la ricostruzione del centrosinistra. Di fronte a questo proliferare di gruppi e sigle che ormai rasenta la balcanizzazione ( e forse anche il ridicolo) arriva il laconico il commento di Pippo Civati, che pure ha guidato la prima scissione, quella della sua creatura ‘Possibile’, dal Partito Democratico: “Ormai con il Pd non si parla più di scissioni, ma di diaspora”. Che cosa distinguerà, veramente, la creatura di Pisapia rispetto a quella di Bersani, a Sinistra Italiana ed al partito di Civati, si fa veramente fatica a comprenderlo.

Un moltiplicarsi di sigle, gruppi, feudi politici tra i quali non si distingue la demarcazione politica e la ragion d’essere dell’uno rispetto all’altro e non traspare la spinta verso interessi ‘più alti’, persi ad interrogarsi sul “come” piuttosto che sul “cosa”. Come chiamarsi,come organizzarsi, come autonominarsi, come porsi nei confronti degli altri partiti.

Mentre è proprio del “cosa” che ha terribilmente bisogno, in questo passaggio storico, la nostra Italia.

Ci si perde in discussioni interne e frammentazioni senza pensare minimamente a rielaborare il bagaglio di idee che la sinistra si porta dietro da troppo tempo senza una impellente ridiscussione. Una sinistra seria dovrebbe cercare nella grande famiglia socialista e democratica europea l’occasione di un confronto sulle idee; in quella Europa che , agli occhi del mondo, vuole porsi come faro di democrazia,integrazione, valori, diritti, pace, welfare, tutela dell’ambiente.

Possibile che la più grande crisi dal dopoguerra ad oggi non induca i democratici ed i progressisti a riflettere su quali siano le nuove chiavi di lettura del mondo e dell’economia da ricercare? La crisi del 2007 ha evidenziato i grandi limiti che contraddistinguono il sistema economico attuale, nel quale una crisi finanziaria circoscritta(quella immobiliare e creditizia Usa) attraversa velocemente i confini geografici e sistemici e diventa perdurante crisi economica, globale, sociale, produttiva, salariale, sfruttando manovellismi e dinamiche mai troppo chiare che riversano, infettandolo, i problemi della grande finanza speculativa sul ‘microcosmo’ produttivo, industriale, civile.

Un sistema che, per reggersi, ha bisogno di costante ed urgente crescita (che in sostanza serve a mantenere e rifinanziare in eterno il debito pubblico degli stati, in costante incremento), proprio quella che adesso, molte economie nazionali, compresa quella italiana, non riescono a garantire.

Questa è la sfida da qui in avanti, e non ‘l’ascesa delle destre’, il Capitalismo ed il Comunismo.

La sinistra italiana è vittima, da sempre, della propria ‘passione’. Una passione sicuramente in molti aspetti sincera e profonda, ma che spesso è limitante rispetto all’efficace agire politico, fatto anche di mediazione,compromesso, veloce lettura della realtà e proattività: una passione, intesa come “sentimento” che però per i progressisti nostrani diventa spesso passione nel senso ‘cristiano’ del termine’, da intendersi come travaglio, sofferenza, testimonianza e agonia.

Ed a proposito di passione della sinistra, chiudiamo con una citazione cinefila: ‘Passione sinistra’ è anche il titolo di una commedia leggera di Marco Ponti, nella quale Nina, una giovane idealista decisamente di sinistra, finisce prima con l’odiare e poi con l’innamorarsi dell’arrogante e ‘berlusconesco’ Giulio, a monito che il confine tra amore ed odio è labile e due persone che dovrebbero essere opposti naturali mettono in discussione ideali e convinzioni in nome dell’amore; nella pellicola, prima che scoppi la passione ‘adulterina’, ognuno dei due protagonisti è impegnato in una relazione amorosa insoddisfacente e logora, e presto se ne libererà, per correre verso l’opposto. Oso immaginare in Nina una metafora del PD renziano liberato da ogni legame con la sinistra ed in Giulio quella Forza Italia che proprio non ce la fa a sottostare ai ricatti amorosi di Salvini, Meloni e Storace. Probabilmente, alla fine, l’amore ‘perverso’ trionferà. E vivranno tutti felici e centristi.

PS: “Enrico (Berlinguer), se tu ci fossi ancora, ci basterebbe un sorriso, per un abbraccio di un’ora. Qui tutti gridano, qui tutti noi siamo diversi, ma se li senti parlare, sono da sempre gli stessi”. Così cantò Venditti in un’altra, bellissima canzone. Ma questa è un’altra storia…

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