Pd verso il Congresso, Renzi e Fassino chiedono unità, critico Epifani

Pd verso il Congresso, Renzi e Fassino chiedono unità, critico Epifani
Matteo Renzi all'Assemblea del Pd

L’appuntamento all’Hotel Parco dei Principi di Roma era previsto per le 10 di questa mattina ma l’inizio dell’assemblea del Partito Democratico è slittato di oltre un’ora, con i vari esponenti in arrivo alla spicciolata e in forte ritardo. Pretattica? intenzione di sottrarsi alle domande dei giornalisti? non si sa. Ciò che è certo è che il ritardo accumulato rappresenta, parafrasando, l’ingiustificato ritardo con il quale lo stesso Pd ha intuito che l’Italia e i cittadini hanno bisogno di risposte immediate e politiche di sviluppo che il più vasto rappresentante della sinistra non è riuscito a fornire né con Letta, né con Renzi e – almeno per adesso – neppure con Gentiloni a capo del governo. Un grave ritardo che ha portato alla sconfitta di Renzi e ai proclami basati sugli zerovirgola, a uno scollamento tra la base elettorale e la politica, a un dibattito interno al Pd che ha rinvigorito le correnti e che oggi ha trovato il momento culminante, con un’assemblea condotta da un Renzi dimissionario e il futuro unitario del partito mai come oggi in bilico.

Dopo l’introduzione curata da Matteo Orfini è il segretario Renzi a prendere parola partendo dal concetto di ‘rispetto’, che più volte ha richiamato nel suo intervento: «rispettare gli altri – riferendosi alla minoranza Pd – e rispettare – sott’intendendo tutto il partito – anche sé stessi». Fuori di qui, ha proseguito Renzi, «ci stanno prendendo per matti. Tutto nasce dal referendum, io ho sbagliato e c’è una frattura forte tra prima e dopo il 4 dicembre». Sul tema Legge elettorale, l’ex primo ministro non ha nascosto i timori di un ritorno al proporzionale con logiche da prima repubblica e ha invitato il Pd a lavorare unito per portare ad approvazione una legge con sistema maggioritario. «Oggi si discute su dinamiche interne al Pd, è venuta meno l’ambizione collettiva e soffro a sentire la parola ‘scissione’. Manca una forma partito e c’è un mondo là fuori che chiede risposte nuove, mondo che non soffre sui commi dello statuto». Renzi ha ricordato le azioni del suo esecutivo durante i mille giorni e ha promosso l’operato del governo Gentiloni, proponendo di «rispettare l’azione di governo e di dare una mano tutti insieme. In questi 3 anni – ha aggiunto – c’è sempre stata occasione di critica; non dico ai critici che siamo nemici, dico mettiamoci in gioco». Per quanto riguarda una futura ricandidatura alla guida del Pd, Renzi è stato chiaro: «Ho pensato che per sistemare la situazione attuale fosse necessario fare un passo indietro ma non penso sia giusto consentire a qualcuno di dire ‘no, tu non parteciperai’».

Critico nei confronti di Renzi e dell’operato del suo esecutivo è stato Guglielmo Epifani, che ha espresso dubbi sia sul Jobs act e i conseguenti licenziamenti collettivi, sia sulla scuola «quando ti metti contro insegnanti e famiglie non puoi non renderti conto che si è generato un problema». Epifani è stato severo anche sulla Legge elettorale: «non bisognava aspettare la Consulta. Il voto di fiducia sulla Legge elettorale è stato chiesto in due sole occasioni precedenti, la Legge Acerbo e la cosiddetta Legge-truffa». Epifani ha bocciato anche le parole di Renzi sul referendum trivelle «non bisognava dire di non andare a votare quel giorno, questa non è democrazia», ed è stato critico per quanto riguarda la tassazione e la crescita, argomenti per i quali ha posto domande stringenti che meriterebbero adeguate risposte: «è di sinistra togliere l’imposta sulla prima casa anche a chi la può pagare? di più: perché, ancora una volta, quando tutti crescono, siamo sempre il fanalino di coda?». Epifani ha concluso l’intervento inquadrando come errato l’atteggiamento di Renzi, volto a «tirar dritto sulla propria posizione» ed ha aggiunto – in tema scissione – che ci sarà tempo per una «riflessione», oltre il quale «si arriverà a una scelta» poiché «per stare in un partito ci vuole il rispetto di tutti, specie il rispetto di coloro che stanno nella maggioranza».

Fassino, altro sconfitto del Pd dopo le recenti votazioni, ha sposato la linea di Renzi richiamando il Pd all’unità, «chiesta – ha detto – da tantissime persone». L’ex sindaco di Torino ha definito «legittimi» i dubbi per quanto riguarda il Jobs act, la Legge elettorale e le altre questioni ma quelle ragioni – ha domandato – sono motivo di separazione? «Il Congresso non è solo dibattito tra gruppi dirigenti, dev’essere vero, orientato a cogliere la nuova agenda politica che si sta sviluppando, dall’elezione di Trump, Brexit, passando per la gente che sta perdendo le proprie certezze fino ad arrivare al risanamento del debito pubblico». Secondo Fassino il «Pd è la casa di tutti e la parola ‘scissione’ ha creato turbamento. Non siamo prigionieri di una parola, tiriamo via questa parola» e creiamo le condizioni affinché con il Congresso si possano affrontare tutti i nodi e ci si confronti con la società. «Gentiloni sta guidando il Paese con autorevolezza» e il Pd deve sostenerlo fino a fine legislatura. Non vedo ragioni – ha aggiunto Fassino – per abbandonare il progetto, un «Pd mutilato è un Pd più povero».

Anche Walter Veltroni si è detto contrario alla scissione del Pd: «Da molto tempo non partecipo alle riunioni degli organismi del partito, le mie scelte di vita mi hanno spinto a decidere così, era e sarà giusto così ma prendo pochi minuti per dire quanto mi sembra sbagliato quanto sta accadendo e per rivolgere un appello a tutti perché non si separi la loro strada da quella di tutti noi. Lo faccio non usando l’argomento tradizionale dell’invito all’unità ma dicendo ai compagni e agli amici che delle loro idee, del loro punto di vista il Pd ha bisogno».

Lontano dall’Assemblea ma comunque all’interno delle dinamiche del Pd, Pierluigi Bersani ha commentato a ‘In mezz’ora‘ l’intervento dell’ex primo ministro: «Siamo a un punto certamente delicato. Una parte pensa che si va a sbattere, e con il Pd anche l’Italia. Non diciamo abbiamo ragione per forza, vogliamo mandare a casa Renzi per forza, diciamo che vogliamo poter discutere di una urgente correzione di rotta. Il segretario ha alzato un muro, ha detto si va avanti cosi, vuol dire fare un congresso cotto e mangiato in tre mesi dove non sarà possibile aprire discussione. Ma c’è ancora la replica da sentire. Io spero sempre nelle repliche, ho visto un dibattito pieno di sofferenza e buoni sentimenti, anche da parte di molti renziani. Sentiamo la replica. A me non convince questa cosa, lo dico sinceramente. Sono di sinistra e non sopporto di vedere un livello di desuguaglianza così aberrante. Sarà anche lui di sinistra, ma perdiamo rapporti con un pezzo di Paese. Lavoratori insegnanti e piccoli imprenditori non ci capiscono. Vediamo, non decido io. Non possiamo affrontare a cuor leggero un tema come la divisione o altre scelte. Anche se ho sempre detto che da casa mia non mi butta fuori nessuno, se mi accorgo che non è più casa mia ma il partito di Renzi non saprei come fare».

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook