Pd: la triste storia di un partito che si finse unico

Pd: la triste storia di un partito che si finse unico
ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

E congresso renziano sia

Ieri, 13 febbraio, nella direzione del Partito Democratico, Renzi apre un varco, uscendo dall’angolino del castigo, dove ha finto di fare mea culpa per qualche mese. Come già anticipato  nei giorni scorsi, l’ex premier era intenzionato a portare in direzione due richieste forti, atte ad una svolta radicale in vista delle prossime elezioni. Le richieste preventivate erano due: o elezioni a giugno (le date papabili sono 11 giugno e 24 settembre) o dimissioni dalla segreteria del Pd e congresso tra marzo e maggio.

Così è stato: questo l’ordine del giorno del segretario del Pd, che è riuscito ad ottenere il via libera per organizzare la fase congressuale. Già nell’assemblea, che si terrà nel fine settimana, Renzi darà le dimissioni da segretario per velocizzare le tempistiche del congresso.

Ma ciò è avvenuto non senza polemiche e resistenze, soprattutto provenienti dalla minoranza del Pd, che minaccia la scissione, definita da Renzi “ricatto morale”: Massimo D’Alema fa spalluccia a Roberto Speranza, propenso alla prospettiva della scissione, già avvenuta nella realtà; Pierluigi Bersani, fedele ad un’ideologia di partito democratico, che non somiglia neanche per sbaglio al Pd esistente, lo rende nostalgico e malinconico di tempi lontani, che ahimè non torneranno, e sempre fuori dalle vere strategie di gioco. Gianni Cuperlo che tenta di aprirsi un varco, senza prendere una posizione netta. Michele Emiliano, la cui candidatura è stata ufficializzata e ribadita ieri alla direzione ha una posizione abbastanza forte. Fra gli avversari interni, quindi renziani ma contro Renzi, Dario Franceschini e Andrea Orlando, convinti a scoraggiare l’ex premier per una eventuale delegittimazione da segretario del partito.

Ieri, però, il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, non ha votato il programma renziano, sostenendo che il Pd debba evitare un congresso che sia la “sagra dell’antipolitica”, e proponendo, quindi, una conferenza programmatica, che Renzi ha stigmatizzato come una richiesta fuori tempo massimo.

Il ministro dell’Economia e della Finanza, Pier Carlo Padoan era presente alla direzione del Pd, ma ha abbandonato la conferenza prima che finisse, prima quindi della votazione.

Renzi ha sancito l’inizio di una nuova fase, “si chiude un ciclo”, aggiungendo “io sono segretario dal febbraio 2013. Ho preso il Pd che aveva il 25% e nell’unica elezione politica nazionale l’ho portato al 40,8%. È quindi il momento di scoprire le carte in un congresso, nel quale “vinca chi ha le idee migliori e chi si mette in gioco e chi non vince si metta a dare una mano a chi ha vinto, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi ha vinto le primarie”. Sembrerebbe, dunque, che Renzi sia lungi dal volere una scissione, ma come ha precisato, poi, non è una possibilità così remota. Come al solito, le sue parole non coincidono con i fatti e le decisioni concrete.

In realtà la scissione è una eventualità molto plausibile e concreta, aggravata anche dal contrasto fra pro-Renzi e pro-Gentiloni, come lo dimostra, ad esempio la raccolta delle firme (37), da parte di Fanucci, giovane deputato renziano, per dire no all’aumento delle accise su tabacchi e benzina, prevista dalla manovra finanziaria presentata alla Ue. Gesto che, anche se minimo, ha raffreddato i rapporti e posto profondi interrogativi. Così come lo scontro fra Renzi e Padoan in merito alla manovrina finanziaria, che secondo il primo non è adeguata.

Contraria ad un congresso così ravvicinato, ma non al congresso stesso, la minoranza, che ieri chiedeva il sostegno al governo fino alla scadenza naturale, ma il cui ordine del giorno non è stato messo ai voti. Pierluigi Bersani si oppone ad un congresso “cotto e mangiato”, asserendo la necessità di una più matura riflessione, poiché in questo momento, un congresso porterebbe, dice Bersani, inevitabilmente alla scissione. In accordo alla prospettiva di Bersani, Enrico Rossi, governatore della Toscana e candidato alla segreteria, che intende il congresso come un momento di incontro e accordo, non come una conta dei numeri; ma anche Michele Emiliano, governatore della Puglia, che riconferma la sua candidatura per la segreteria, intende il congresso come l’anticamera di una scissione sicura. Il Pd in questo modo rischierebbe di perdere molti voti, in favore delle altre forze politiche.

La frammentazione durante e post Renzi

La frammentazione multidimensionale, che sta vivendo il Partito Democratico, inizia con la campagna referendaria antecedente al 4 dicembre 2016, data del referendum costituzionale. A fronteggiarsi erano due fazioni interne al partito, facenti capo a Matteo Renzi e Massimo D’Alema, rispettivamente schierati per il fronte del si e del no. Pierluigi Bersani rimaneva in un limbo grigio, senza prendere posizione fino all’ultimo momento, più preoccupato per le future spaccature interne al PD (preoccupazione evidentemente comprensibile), che per il referendum stesso, ma sicuramente più propenso ed intellettualmente affine allo schieramento del no. Ma le vere e proprie spaccature compaiono subito dopo i risultati del referendum costituzionale, quando Renzi si dimette da presidente del Consiglio, pur conservando la carica di segretario del partito. Il nuovo governo Gentiloni, nominato ad interim, il governo cover, come lo ha definito il comico Maurizio Crozza, durante la terza serata del Festival di Sanremo, non ha portato importanti malumori fra i democratici, almeno finora, il grosso scontento serpeggia tra le file dell’opposizione, che vedono in questo neo-governo la prosecuzione di errori vecchi, di sistema, insomma una acuta stonatura rispetto alla volontà espressa dagli elettori.

Se prima del referendum le tensioni interne erano spesso generate da insofferenza verso il carattere autoritario e personalistico del governo Renzi, carismatico a tal punto da confondere il carisma con l’arroganza, le promesse con l’utopia, i discorsi motivazionali con melensi e sterili inni alla forza della nazione. Insomma, ci ricordiamo tutti i confronti dell’ex premier Renzi con vari personaggi, da Marco Travaglio, a Gustavo Zagrebelsky, da Massimo D’Alema ai comizi alla Leopolda: il tormentone era “l’Italia che cambia e l’Italia che rimane ferma nella crisi; l’Italia del si e del no; l’Italia dei giovani e del cambiamento e l’Italia dei vecchi errori”.

Adesso le profonde spaccature non nascono più dall’insofferenza e dall’intolleranza nei confronti della persona Matteo Renzi, perché oggi sono in ballo tattiche e strategie per il potere, in vista delle prossime elezioni. A preoccupare, quindi, è la legge elettorale, soprattutto dopo che la Consulta ha definitivamente bocciato e respinto l’Italicum.

Il doppio tallone d’Achille del Pd è riscontrabile nell’incapacità di proporre una legge elettorale costituzionale, che gli consenta di sedere in Parlamento con una maggioranza stabile e, sulla scia di questo obiettivo, saper decidere e scegliere il volto giusto, come candidato presidente del Consiglio, da presentare alle prossime elezioni.

Ecco che si alzano i sipari e iniziano a dare spettacolo i burattini, decisamente poco credibili: per la gran parte vecchi e stanchi, con troppi anni di carriera politica alle spalle e troppi insuccessi durante i decenni. Correnti talmente opposte all’interno di un partito che ha sempre faticato a tenere unito un gruppo di “democratici” cosi eterogeneo e contrastante, da non meravigliare se adesso torna a dividersi in quattro o cinque sottosezioni, in gara per la candidatura a segretario.

È per questo che uno dei candidati più papabili sembrerebbe Matteo Renzi, incapace di assumersi le responsabilità di un governo fallimentare ed insoddisfacente. Matteo Renzi, che nel discorso post referendum, la notte tra il 4 e il 5 dicembre, si cospargeva la testa di cenere, dicendo che “in politica non perde mai nessuno”, che lui invece aveva perso e come promesso lasciava il suo incarico. Ma se è pronto a candidarsi per le prossime elezioni ha veramente perso? In ogni caso, ciò che è fuori discussione è che l’ex premier attribuisce un significato all’espressione “mi ritiro a vita privata” molto lontano da quello attribuito dalla maggioranza dei cittadini italiani. Forse ha sbagliato, forse voleva dire mi ritiro a vita politica, finché morte non ci separi.

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