Legge elettorale, cosa resta dopo la sentenza della Consulta?

Legge elettorale, cosa resta dopo la sentenza della Consulta?

Proviamo a mettere meglio a fuoco la questione con un’intervista in esclusiva ad Alessandro Gigliotti, dottore di ricerca in diritto costituzionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”.

  • Che legge elettorale resta in piedi per la Camera dei deputati dopo la sentenza della Consulta? 

. In estrema sintesi, resta in piedi una legge elettorale proporzionale con il premio di maggioranza ma senza ballottaggio. Infatti, la sentenza ha colpito principalmente le disposizioni che prevedevano il secondo turno per assegnare il premio nell’ipotesi in cui nessuna lista avesse conseguito la soglia del 40% dei voti al primo. Queste disposizioni sono state annullate e quindi il ballottaggio sparisce, ma tutto il resto non muta: per cui, ad oggi, la Camera dei deputati sarà eletta con un sistema proporzionale con premio di maggioranza assegnato alla lista più votata a livello nazionale, purché abbia raggiunto almeno il 40% dei voti validi. Se ciò non accade, la distribuzione dei seggi è interamente proporzionale. È previsto il voto di preferenza – o, per meglio dire, la cosiddetta doppia preferenza di genere, per cui l’elettore può esprimere una seconda preferenza purché sia rivolta ad un candidato di sesso diverso rispetto alla prima – ma i capilista sono bloccati: detto in termini più semplici, il primo seggio spettante ad una lista è assegnato al candidato capolista, dal secondo in poi si tiene conto dei voti di preferenza. Infine, è prevista una soglia di sbarramento nazionale pari al 3% dei voti validi.

  • Le pluricandidature di fatto restano?

. Sì, di fatto cambia solo il criterio di individuazione del collegio. Il secondo aspetto su cui incide la sentenza sono appunto le pluricandidature, cioè la possibilità per uno stesso candidato di presentarsi in diversi collegi sino ad un massimo di dieci. La logica della pluricandidatura, in linea di principio, è quella di permettere ad un leader di partito di presentarsi come capolista in molti collegi, sia per aumentare le possibilità di essere eletto – ad esempio nel caso di piccoli partiti – sia perché la presenza del leader in lista esercita un notevole richiamo sull’elettorato di riferimento. Il problema deriva dal fatto che, essendo il plurieletto libero di scegliere il collegio, negli altri collegi subentra il candidato che ha ottenuto il maggior numero di preferenze: in sostanza, si vota pensando di eleggere il capolista A, ma viene eletto il candidato B. La Corte non ha dichiarato incostituzionali le pluricandidature in quanto tali, che infatti permangono, ma viene censurata la libertà di scelta del collegio: a seguito della sentenza, in tali casi si procederà al sorteggio.

  • Per il Senato al momento è vigente il consultellum, una legge proporzionale che è risultante di una precedente sentenza della Corte Costituzionale. Che cosa prevede? 

Al Senato si applica la legge Calderoli, colpita dalla sentenza 1/2014 della Corte. Il sistema elettorale è interamente proporzionale, con possibilità per le liste di coalizzarsi, distribuzione dei seggi a livello regionale, soglie di sbarramento regionali differenziate (8% per le liste singole, 3% per quelle coalizzate, 20% per le coalizioni) e voto di preferenza unico. Un sistema proporzionale con correttivi, dunque, che non può essere pertanto definito un proporzionale “puro”.

  • Se si andasse a votare subito si rischierebbe di avere due maggioranze diverse alla Camera dei deputati e al Senato? La governabilità sarebbe garantita? 

Per rispondere bisogna andare oltre il dato normativo. In via preliminare, occorre osservare che il bicameralismo paritario, con il regime della doppia fiducia, pone in sé il rischio di maggioranze non convergenti tra i due rami del Parlamento. Naturalmente, il rischio è maggiore se le due leggi elettorali sono scarsamente omogenee: ciò non significa che queste debbano essere perfettamente uguali, non lo sono mai state, ma che devono essere progettate tenendo conto dell’assetto bicamerale e quindi sufficientemente coordinate. Le leggi attuali non lo sono, non soltanto perché sono state realizzate in momenti diversi e seguendo logiche diverse – l’Italicum, com’è noto, riguarda solo la Camera in quanto pensato nell’ottica della riforma costituzionale poi bocciata dal voto popolare –, ma più in generale perché ci sono molti elementi distonici: su tutti, il premio di maggioranza, previsto alla Camera ed assente al Senato, e la possibilità di creare coalizioni tra liste, previste al Senato dove non c’è (più) il premio ed assenti alla Camera dove invece sarebbe più logico che vi fossero.

Detto questo, esiste il concreto rischio che una forza politica consegua il premio a Montecitorio ma non abbia la maggioranza a Palazzo Madama: un po’ come avvenuto nel 2006 e nel 2013, quando i premi regionali al Senato di fatto si sono annullati vicendevolmente e la ripartizione dei seggi è stata sostanzialmente proporzionale.

Nel caso in cui nessuna forza politica riesca a raggiungere la soglia del 40%, ipotesi al momento più che probabile, allora non ci sarebbe maggioranza neppure alla Camera. Per quanto una omogeneizzazione dei due metodi elettivi sia più che opportuna, qui si entra tuttavia nell’ambito metagiuridico: le norme possono facilitare il raggiungimento di maggioranze parlamentari, ma se il sistema politico è eccessivamente diviso e frammentato allora l’instabilità va addebitata principalmente a tale fattore. In un sistema tripolare se non addirittura quadripolare, come quello attuale, l’ipotesi di una forza politica che possa ottenere una chiara maggioranza, per giunta in entrambe le Camere, è quasi irrealizzabile, quale che sia il sistema elettorale adottato.

  • Ora si punterà ad uniformare i due sistemi come richiesto dal presidente Mattarella? 

Questo sarebbe l’auspicio, perché le due leggi elettorali sono asimmetriche e, peraltro, sono entrambe frutto di sentenze del giudice costituzionale che hanno di fatto “amputato” alcune parti del modello originario. Dal momento che la Corte è un organo giurisdizionale, per quanto sui generis, e non un’assemblea legislativa, i giudici hanno eliminato le norme incostituzionali ma non riscritto il testo: non potevano farlo. Questo spiega perché l’impianto di risulta non sia in tutto e per tutto coerente: si pensi, in particolare, alle coalizioni tra liste, come detto previste al Senato ma non alla Camera, oppure al voto di preferenza, con la doppia preferenza di genere alla Camera ma non al Senato, o ancora ai capilista bloccati, previsti solo alla Camera. Molte forze politiche, però, hanno dichiarato apertamente che sono favorevoli ad andare al voto con le norme vigenti. Quindi l’intervento del legislatore è tutt’altro che scontato.

  • Quanto tempo occorre per varare una nuova legge elettorale?

Se si raggiunge un accordo politico, bastano poche settimane. Serve più tempo, invece, per disegnare i collegi qualora, appunto, una riforma generale rendesse necessario superare quelli attuali. In tali casi, si delega il governo a farlo con un decreto legislativo, ma occorre preventivare anche due-tre mesi di tempo perché il disegno dei collegi è un lavoro complesso e c’è l’esigenza di garantire che tale operazione non sia effettuata in modo strumentare, per favorire o sfavorire alcune forze politiche.

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