Una settimana dopo il terremoto, non resta che avere coraggio

Una settimana dopo il terremoto, non resta che avere coraggio

È passata una settimana dal terremoto che ha colpito l’Italia centrale. I superstiti danno l’addio ai propri vicini con le bare sulle spalle. Sperano –in cuor loro- che con le proprie città possa essere invece un arrivederci.

Sin dal giorno dopo la tragedia si è parlato della ricostruzione, del fatto che bisogna fare presto, che stavolta “niente new town”. Intanto ci sono ancora persone sotto le macerie. Una di queste è stata ritrovata all’alba ormai cadavere, sotto una trave di cemento armato dell’Hotel Roma, o di ciò che ne rimane. Questo luogo diventato simbolo, come fu la casa dello studente a L’Aquila, è letteralmente imploso, alla stregua di molte altre strutture che avrebbero dovuto essere a norma.

Adesso, oltre ai corpi rimanenti alla conta dei dispersi, si cercano i colpevoli.

Nel mirino degli inquirenti ci sarebbero 21 appalti pubblici, inclusi quello della scuola Capranica e dell’ospedale di Amatrice. Materia d’indagine sono in particolar modo le consulenze che sono valse la metà dei fondi erogati per la messa in sicurezza degli edifici. Ma, nessuno per ora si sbilancia e i magistrati parlano di “Atto dovuto”.

La settimana appena trascorsa si porta dietro le iniziative di beneficenza, la solidarietà di artisti e cantanti, le promesse, le proposte, le parole, tante parole. E poi le foto, i video, gli articoli di giornale, i servizi spesso discutibili. Sono stati giorni in cui molti colleghi ci hanno fatto vergognare, ci hanno ricordato che sciacallaggio è una parola che non appartiene soltanto alla più bassa categoria di ladri. Altri ci hanno invece restituito una testimonianza vera, importante, doverosa, su quello che erano quei borghi colpiti e cosa sono ora. Anche grazie ai loro bollettini, questo terremoto riesce a passare, perché nonostante il bilancio devastante che parla di 292 persone morte (231 ad Amatrice, 11 ad Accumoli e 50 nella zona di Arquata del Tronto), la vita continua.

Continua nelle tende, dove molti professionisti hanno deciso di continuare a lavorare. Continua negli incontri delle persone che insieme si fanno coraggio e che non si arrendono all’idea di rimanere lì per molto, perché in effetti questo è il momento dove è ancora tutto possibile, dove la speranza somiglia ancora alla verità: è un brivido che scuote la schiena, il colpo di reni che si può ancora compiere.

Eppure andrà fatto uno sforzo immane. Dopo il 24 agosto, sono 2688 le persone assistite nei 58 campi e strutture allestite tra Lazio, Umbria, Marche e a cui si aggiungerà l’Abruzzo. I primi finanziamenti sono già stati messi in conto: 50 milioni di euro per le iniziative d’emergenza, apertura di contabilità speciali a favore delle Regioni interessate dal sisma e contributi fino a 600 euro mensili per una sistemazione autonoma, fino ai contributi aggiuntivi per persone che hanno più di 65 anni o che hanno disabilità e sono presenti nel nucleo familiare. Si pensa inoltre come e dove avviare le attività scolastiche, naturalmente alle porte con l’arrivo di settembre.

Ma la vera sfida è ricostruire. E le prospettive sono molte, alcune realizzabili. Del tutto condivisibile è l’opinione di Stefano Boeri, l’architetto del bosco verticale di Milano. In un’intervista a Donna Moderna suggerisce che: “Gli sfollati non devono restare a lungo nelle tendopoli. Bisogna far partire la seconda fase, la ricollocazione temporanea[…] non ripetendo gli errori di L’Aquila. […] Parlo di casette (in legno leggere, n.d.r.) ma anche di servizi, cioè scuole, asili, il comune, la farmacia e l’ambulatorio medico, una piazza, spazi pubblici centrali“. “Dobbiamo preservare – ripete Boeri – il senso di comunità”. “Gli insediamenti provvisori – continua l’architetto – vanno realizzati alla minor distanza possibile dai borghi distrutti dal terremoto, nelle zone di espansione edilizia già previste. Il rischio è l’abbandono progressivo di questi territori, dai quali molti giovani se ne sono già andati. E un paese è perso – rileva – se si perdono i legami ”. […] In contemporanea, non può che concordare Boeri, occorre porre le basi per la terza fase: la ricostruzione, che non può che partire tenendo conto dello stato dei singoli edifici. Ma non è detto che tutto vada rifatto come era e dove era. Sarebbe impossibile. Ragioniamo invece con un po’ di ‘libertà creativa’ e riprogettiamo insieme i paesi, rendendo partecipe la popolazione. Troviamo il coraggio per immaginare spazi nuovi, in particolare per i giovani, per tenerli ancorati in questi luoghi”.

Già, il coraggio di immaginare un arrivederci e non un addio.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook