Sovraffollamento nelle carceri, Napolitano: a rischio il prestigio e l’onore dell’Italia

Nel corso degli ultimi mesi più volte il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha denunciato l’insostenibilità delle condizioni nelle carceri italiane, in particolar modo per l’emergenza sovraffollamento e la carenza di personale. Basti pensare che ad oggi i detenuti hanno superato quota 65 mila a dispetto di soli 47.040 posti regolamentari.

Quest’oggi Napolitano, nel corso di una visita al carcere milanese di San Vittore è tornato sull’argomento affermando: «Ho più volte, e anche molto di recente, colto ogni occasione per denunciare le insostenibilità delle condizioni del carcere e di coloro che vi sono rinchiusi e avrei auspicato che i miei appelli fossero accolti in maniera maggiore di quanto sia accaduto ma posso assicurare che questo è accaduto anche per vari altri appelli del presidente della Repubblica riguardanti altre questioni».

L’attuale situazione, aggiunge il Capo dello Stato, mette: «in gioco il prestigio e l’onore dell’Italia e quindi questa questione e l’impegno inderogabile che ne discende debbono essere ben presenti a tutte le forze politiche e ai cittadini elettori, anche nel momento in cui il nostro popolo è chiamato ad eleggere un nuovo Parlamento».

Riferendosi alla decisione della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo che pochi giorni fa aveva condannato l’Italia per trattamento inumano e degradante nei confronti di sette detenuti (nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza) costretti a vivere in meno di tre metri quadri, Napolitano ha dichiarato: «Il ministro della Giustizia Severino ha fatto una cosa giusta recandosi di persona, per dare prova della nostra attenzione, a quella pur dura decisione della Corte di Strasburgo e prendendo la parola all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa lo scorso 24 gennaio. Lì ha anche presentato una sintesi delle iniziative da lei assunte in sede di governo e portate avanti con il conforto del Parlamento. Iniziative che meriterebbero di essere da qualsiasi parte politica valutate nel merito, con serenità, senza pregiudiziali liquidatorie».

La soluzione a questo problema potrebbe trovarsi nel dare pene alternative al carcere. Ricordiamo che ogni pena, ed ogni detenzione dovrebbero trovare la loro massima espressione nella riformazione dell’individuo, ovvero in una crescita morale ed etica che porti il soggetto a comprendere i motivi degli sbagli commessi e lavorare per migliorare la sua persona. Considerando che una buona fetta dei detenuti, circa 15 mila, hanno meno di 30 anni, è chiaro come tutto ciò sia importante da perseguire per uno stato degno di definirsi civile.

Iniziative di questo tipo sono in realtà già in atto. Ad esempio il carcere di Bollate, in provincia di Milano, ha avviato da diversi mesi una collaborazione con la cooperativa Cascina Bollate grazie alla quale già 200 detenuti hanno potuto lavorare, assunti in base all’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario, occupandosi della manutenzione dei 10mila mq di aree verdi e serre situati tra i reparti maschili e quello femminile, commercializzando i prodotti ortofrutticoli e le piantagioni da loro stessi coltivati. Questo oltre ad essere un’attività che nobilita la persona, facendola maturare, è anche utile in termini pratici, in quanto il detenuto lavorando acquisisce delle abilità e delle conoscenze grazie alle quali, terminata la pena da scontare, potrà trovare lavoro e reinserirsi nella società.

 

 

Enrico Ferdinandi
(Twitter @FerdinandiE)

6 febbraio 2013

 

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