Amministrative, una campagna a suon di avvisi di garanzia

Amministrative, una campagna a suon di avvisi di garanzia

I meteorologi non hanno praticamente più alcun dubbio; sarà un’estate rovente, almeno quanto il clima attuale per quanto riguarda le prossime elezioni amministrative, importanti perché riguarderanno il rinnovo delle giunte in alcune delle maggiori città italiane: valgono, in sintesi, la conquista di ricchi feudi che assicurerebbero voti e consenso anche in prospettiva di prossime elezioni politiche. Nonostante la poderosa macchina della campagna elettorale che puntualmente è stata messa in moto dai partiti, in questi giorni a fare notizia sono le vicende giudiziarie e intrapartitiche a dominare la scena e a mettere in luce crepe e scandali – reali e/o presunti – all’interno delle coalizioni o nei singoli movimenti politici.

Tra i casi più significativi c’è quello di Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, raggiunto nei giorni scorsi da un avviso di garanzia che ha destabilizzato tutto il M5S e potrebbe rivelarsi deleterio in vista delle prossime elezioni, in particolare per Roma, in cui per il MoVimento c’è Virginia Raggi a concorrere per la carica di primo cittadino. La candidata grillina, inquadrata dai sondaggi come possibile nuova figura a guida della capitale, potrebbe ora vedersi assottigliare il vantaggio rispetto ai concorrenti che, dal canto loro e dei loro partiti, non hanno perso tempo per evidenziare come nelle città già a guida pentastellata siano sorte problematiche di vario genere (ad esempio il ‘caso Quarto’) e che in sintesi non sia cambiato nulla rispetto alle precedenti gestioni.

Non se la passa certamente meglio il Pd, la cui situazione è stata fotografata bene da Rosy Bindi, che ha parlato di «numerosi casi nel mio partito» riferendosi a contaminazioni di varia natura tra esponenti politici e ambienti malavitosi. Secondo la presidente della Commissione parlamentare Antimafia, le inchieste sulle infiltrazioni della camorra e Stefano Graziano (considerato punto di riferimento politico ed amministrativo del clan Zagaria), sugli appalti a Lodi e il sindaco Simone Uggetti, sulle collusioni tra affari e politica che hanno portato alle dimissioni della ministra Guidi, testimoniano come anche all’interno del Pd l’applicazione della Questione morale sia un obiettivo ancora lontano dall’essere messo in pratica.

Anche nel centrodestra la situazione non è rosea, da Formigoni a Bertolaso di persone coinvolte in qualche inchiesta se ne trovano in quantità, con probabili risvolti negativi in ottica elezioni. Va detto, inoltre, che le divisioni interne alla coalizione e i cambi di rotta di Berlusconi – in particolare per quanto riguarda Roma – hanno generato una frammentazione che di fatto pone in forte dubbio un’eventuale vittoria dei candidati in gara per l’Urbe.

Insomma, ogni partito ha diverse ombre e nessuno può dirsi almeno per il momento puro e libero da influenze poco edificanti. La Questione morale (ricordiamo, del 1981) è ancora lì ad aspettare da 35 anni di essere presa seriamente in considerazione e stando a quanto emerge quasi giornalmente, si prevedono tempi lunghi affinché ci sia davvero un cambio di rotta che segnerebbe una vera e propria svolta sia nella politica che nella vita di tutti i giorni. La sensazione che al momento prevale è che alle prossime elezioni a vincere sarà ancora l’astensionismo, specchio di una parte del Paese ormai stanca di ingurgitare la solita minestra riscaldata dei paroloni – puntualmente disattesi – dei candidati alle elezioni.

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