Boeri ai parlamentari: “Vitalizi insostenibili”

Boeri ai parlamentari: “Vitalizi insostenibili”

«Il sistema dei vitalizi parlamentari è ”insostenibile”». A dichiararlo non sono movimenti “anticasta”, nè i giovani nati dopo il 1980 che andranno in pensione a 75 anni (chissà…), né tantomeno gli esodati, ma è il presidente dell’INPS in persona, Tito Boeri, che ieri, in audizione a Montecitorio, ha detto a chiare lettere o meglio a “chiari numeri” quanto pesano sul nostro sistema le pensioni di ex senatori e di ex deputati.

Stando ai dati raccolti dall’Inps, oggi sono circa 2.600 i vitalizi in pagamento per gli ex parlamentari, con un costo complessivo di 193 milioni di euro nel 2016, circa 150 milioni superiore rispetto ai contributi versati. Numeri che fanno rabbrividire, soprattutto considerando che molti ex parlamentari hanno seduto sui banchi del Parlamento soltanto una legislatura.

Boeri ha lanciato, pertanto, la proposta di ricalcolare le pensioni degli ex parlamentari con il sistema contributivo, in tal modo la spesa di ridurrebbe del 40%, scendendo a 118 milioni di euro, con un risparmio di circa 76 milioni di euro l’anno; applicando lo stesso sistema alle pensioni dei consiglieri regionali, i risparmi arriverebbero a 148 milioni di euro solo per il 2016. Tali risorse «potrebbero contribuire in modo significativo – dice il presidente Inps -alla riduzione della spesa pubblica o al finanziamento di programmi sociali», come per esempio i contributi per la disoccupazione.

Ma si sa che una volta ottenuto un privilegio, rinunciarvi non è così semplice.

Pronta è stata, infatti, la replica dell’Ufficio stampa di Montecitorio che in una nota ricorda come gli oneri delle pensioni dei parlamentari gravino sui bilanci di Camera e Senato e non su quello dell’Inps. Si precisa poi che dal 2012 è stata approvata una riforma con l’abbandono del sistema dei vitalizi e l’introduzione del metodo contributivo.

Gli attuali parlamentari per andare in pensione dovranno aver svolto il mandato  per almeno 5 anni e raggiunto i 65 anni di età.

C’è da dire che queste misure non bastano per riequilibrare un sistema ancora troppo sbilanciato.

Perché sono nati i vitalizi

I vitalizi nascono nella prima legislatura della Repubblica Italiana, nel dopoguerra, quando si stabilì che il parlamentare, una volta non rieletto, avesse diritto a percepire una rendita per tutta la vita, in modo da permettere anche ai meno ricchi di rinunciare al proprio lavoro per dedicarsi all’attività politica e consentire così ai deputati e ai senatori di svolgere il mandato senza “condizionamenti economici” di alcun tipo.

Sistema attuale

Oggi il vitalizio si configura come un “privilegio” o un ingiustizia secondo molti, che non trova una piena ragione di essere, soprattutto in un momento storico in cui la pensione diventa un miraggio per le nuove generazioni.

I cambiamenti apportati dalle due Camere al sistema pensionistico sono ancora modesti. Sul sito della Camera dei deputati si legge: “Con deliberazioni del 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012 l’Ufficio di Presidenza della Camera ha operato una profonda trasformazione del regime previdenziale dei deputati con il superamento dell’istituto dell’assegno vitalizio – vigente fin dalla prima legislatura del Parlamento repubblicano – e l’introduzione, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, di un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, sostanzialmente analogo a quello vigente per i pubblici dipendenti.

Il nuovo sistema di calcolo contributivo si applica integralmente ai deputati eletti dopo il 1° gennaio 2012.” e si precisa ancora: “I deputati cessati dal mandato, indipendentemente dall’inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi. Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni.”

Qualcosa inevitabilmente si sta muovendo, ma andrà a valere soprattutto sul futuro.

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