Davigo, polemiche tra ‘pessimismo cosmico’ e ‘questione morale’

Davigo, polemiche tra ‘pessimismo cosmico’ e ‘questione morale’
Il presidente dell'Anm Piercamillo Davigo

Davigo polemizza, poi aggiusta il tiro

«I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi. La classe dirigente di questo Paese quando delinque fa un numero di vittime incomparabilmente più elevato di qualunque delinquente da strada e fa danni più gravi». Questa la pietra scagliata ieri dal presidente dell’Anm Piercamillo Davigo che ha provocato diverse reazioni sia nella magistratura che in Parlamento. Durante la lectio magistralis al master in prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e corruzione dell’Università di Pisa, l’ex componente del pool di ‘mani pulite‘ ha inoltre osservato che se «i magistrati devono parlare solo con le loro sentenze equivale a dire che devono stare zitti». Insomma, Davigo aveva predisposto tutti gli elementi che servono a scatenare una tempesta ma a una manciata di ore dalle sue dichiarazioni, il presidente dell’Anm ha aggiustato il tiro precisando di non aver «mai pensato che tutti i politici rubino, mi riferivo alle mie inchieste».

La replica della magistratura a Davigo

All’iniziale polverone sollevato da Davigo, ha risposto il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini: «Le dichiarazioni del Presidente Davigo rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno tanto più nella difficile fase che viviamo nella quale si sta tentando di ottenere con il dialogo ed il confronto a volte anche critico riforme, personale e mezzi per vincere la battaglia di una giustizia efficiente e rigorosa, a partire dalla lotta alla corruzione e al malaffare». Alle parole critiche di Legnini si sono aggiunte quelle dell’ex procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati: «Non esiste una magistratura buona contro un’Italia di cattivi, vederla così è in linea di principio sbagliato, e inoltre si scontra con la realtà». Anche Raffaele Cantone, presidente dell’Anc, non ha gradito le esternazioni di Davigo: «L’idea che ci sia un mondo tutto pulito – la magistratura – e un mondo tutto sporco – la politica e la burocrazia – è comoda da vendere come fiaba; ma è falsa. Mani pulite ha fallito, perché le manette da sole non bastano. Non sono la ruota di scorta di Renzi. Constato solo che il governo contro la corruzione si sta muovendo. Oggi é meglio che nel 1992. Dire che tutto é corruzione significa che niente é corruzione e il sistema non può essere emendato. Io non accetto questo pessimismo cosmico».

Reazioni della Politica

Come anticipato, anche sul fronte politico le frasi di Davigo non sono piaciute, eccezion fatta per M5S, Lega Nord e Sinistra Italiana, che hanno espresso solidarietà verso il magistrato e apprezzamento per le sue dichiarazioni. Davide Ermini, responsabile giustizia del Pd, ha commentato sostenendo che il presidente dell’Anm «cerca la rissa ma non la troverà. I giudici parlino con sentenze, noi rispettiamo il loro lavoro». Sulla stessa linea anche Walter Verini: «Davigo si è costruito un ring dove tira cazzotti da solo. L’impressione è che sia rimasto agli anni in cui le maggioranze facevano leggi ad personam. Non è più così». Perplessa Donatella Ferranti, presidente della commissione giustizia della Camera: «Come si può dire che un’intera categoria di persone, in questo caso i politici, sono corrotti? Sono discorsi da bar e non accettabili da un magistrato». A gettare acqua sul fuoco della polemica nata in seno al Pd, ci ha pensato il primo ministro Matteo Renzi: «Personalmente ammiro i moltissimi magistrati che cercano di fare bene il loro dovere e anche i moltissimi politici che provano a fare altrettanto. Il rapporto tra politici e magistrati deve essere molto semplice: il politico rispetta i magistrati e aspetta le sentenze. Il magistrato applica la legge e condanna i colpevoli. Io rispetto i magistrati e aspetto le sentenze».

Flick e la ‘Questione morale’

Oltre a M5S, Lega e SI, a spezzare una lancia in favore del presidente dell’Anm c’è il giurista Giovanni Maria Flick, che ha osservato come «in questo Paese manchi la cultura della reputazione e della vergogna per contrastare efficacemente la corruzione; ed è quello che Davigo ha detto. Lui l’ha ribadito solo ai politici, io non credo siano solo i politici; sono tutti gli italiani – o meglio, la maggior parte degli italiani – che hanno poca vergogna di fronte ai fatti di corruzione. Bisogna cominciare da lì».

In effetti l’osservazione di Flick sembra essere più che mai condivisibile, anche in considerazione di quanto rilevato anni fa da Enrico Berlinguer nella ‘Questione morale’, argomento sempre – e purtroppo – attuale che certifica il perdurare nel tempo di una situazione poco onorevole e ben lontana dal ‘pessimismo cosmico’ o dalle ‘chiacchiere da bar’ rilevate da Cantone e Ferranti. Una situazione che da allora (era il 1981) fino ad oggi non è sostanzialmente cambiata e, probabilmente, si è ulteriormente aggravata; basti confrontare quanto denunciato da Berlinguer durante l’intervista con Eugenio scalfari con quello a cui oggi assistiamo giornalmente: «I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei mali d’Italia (…) I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, programmi (…) vaghi, sentimenti e passione civile, zero. (…) Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello e non sono più organizzatori del popolo (…) i partiti sono federazioni di correnti (…) ciascuna con un ‘boss’ e dei ‘sotto-boss’. I partiti hanno occupato lo Stato e le istituzioni (…) gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv e alcuni grandi giornali, (…) tutte le ‘operazioni’ che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito (…) cui si deve la carica. (…) Molti italiani (…) si accorgono del mercimonio, (…) delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi, o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più».

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