Approvata la riforma del Senato, Renzi: «Giornata storica»

Approvata la riforma del Senato, Renzi: «Giornata storica»

Via libera da Montecitorio per il ddl Boschi. Con 361 si e 7 no, la riforma costituzionale che modifica il Senato è stata approvata ieri sera e ora sarà oggetto di referendum, dato che non ha ottenuto la maggioranza dei 2/3 di ciascuna Camera.

«Dopo due anni di lavoro, il Parlamento ha dato il via libera alla riforma costituzionale! Grazie a quelli che ci hanno creduto» ha twittato il ministro delle riforme Maria Elena Boschi a seguito dell’approvazione del provvedimento che modifica il Senato e il titolo V della Carta, ponendo così fine al bicameralismo perfetto.

Se da Teheran il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha espresso la sua soddisfazione per «una giornata storica in cui la politica dimostra di essere credibile», il fronte della minoranza Pd guidato da Roberto Speranza, Gianni Cuperlo e Sergio Lo Giudice ha ribadito la propria contrarietà al ddl, pur avendolo votato: «Sarebbe imperdonabile piegare la Costituzione al vantaggio contingente di una stagione. Su questo principio fonderemo le nostre scelte».

Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi non si è detto soddisfatto della riforma, con la promessa di lottare al referendum «per difendere la Repubblica Italiana dalla voglia di potere di un premier mai eletto». «La Costituzione è la Carta fondamentale della nostra Repubblica – ha sottolineato l’ex premier in una nota – andava migliorata, dove necessario, tutti insieme, con il contributo di tutte le forze politiche, nessuna esclusa».

Ma quali sono le modifiche sostanziali apportate alle Costituzione da questa riforma tanto discussa? Il Senato ha meno poteri legislativi ed è composto da 95 senatori eletti dai Consigli regionali, più 5 eletti dal Capo dello Stato, mentre la Camera rimane invariata ed è l’unica a votare la fiducia. Il Federalismo prevede non solo l’abolizione delle materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni e alcune competenze strategiche riportate in capo allo Stato, ma anche l’abolizione definitiva delle Province e del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

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