Il centrodestra? In fondo, a destra

Lo scontro sulle candidature al Campidoglio ha ancora una volta evidenziato che la fine del ‘Berlusconismo zdanovista’ ha lasciato un vuoto politico ma soprattutto di leadership che richiederà anni per essere colmato.  Le colpe? ritardo nel dibattito interno e silenzio complice degli alleati.

Il titolo forse, ai più – sicuramente ai simpatizzanti dell’area politica in oggetto –  suonerà a dir poco ‘sinistro’, poiché vi leggerà una maliziosa (e voluta) assonanza con quel “in fondo a destra “ dove di solito, toponomasticamente, trovano spazio i servizi igienici. In parte la malizia è giustificata, poiché in quei luoghi solitamente ci si regala una ‘pausa’ necessaria, proprio quella che pare essersi presa l’area politica che ebbe, nei fasti del Berlusconismo, il suo periodo aureo. L’italico centrodestra è  ‘in fondo’ poiché è caduto in un sostanziale ‘vicolo cieco’ e triste  ‘anonimato’, e ‘a destra’ poiché è lì che indiscutibilmente guarda quel Matteo Salvini attuale’ voce del coro’ in grado di elevarsi veramente dall’anonimato di cui sopra.

C’era una volta il centrodestra: pare l’inizio di una favola, e per i berluscones acritici ed ortodossi  probabilmente lo fu davvero.

Fu il Centrodestra glorioso, invincibile armata, del Berlusconi Presidente, dei “leader” Fini, Bossi e Casini, delle pasionarie Brambilla, Prestigiacomo, Biancofiore, De Girolamo, e dei colonnelli Bondi, Gasparri, La Russa, Cicchitto, questi ultimi onnipresenti in tv, a spiegare i prodigi compiuti dal governo del Cavaliere ed a difenderlo mediaticamente dagli attacchi di opposizioni e ‘rosse’ procure. Il centrodestra che nel ’93 portò ‘i fascisti’ del Movimento Sociale Italiano nell’alveo ‘democratico’ prima, ed al governo poi. Il centrodestra che imbrigliò negli argini del Federalismo i pruriti scissionisti della Lega, che ridiede nuova linfa al ‘democristianesimo’ di Casini e Buttiglione, che offrì una nuova chance ai socialisti usciti con le ossa rotte da Tangentopoli, che fu in grado perfino di ammaliare i Radicali. E poi il contratto con gli Italiani, ed il governo del record di durata, la “mancata riconferma” del 2006 e la nuova vittoria del 2008; perché, in fondo, la compagine berlusconiana fu a lungo “bene rifugio” di quegli elettori spaventati dalle continue ‘incertezze’ e ‘dibattiti interni’ (per usare un eufemismo) del centrosinistra. Poi ci fu la crisi ed il ‘complotto’ (Silvio dixit) che portò il governo dei professori e del rettore Monti a Palazzo Chigi. Il resto è storia recente: la fiducia prima data e poi tolta sia al governo tecnico che a Letta,   e quella mai data ufficialmente, ma sottintesa , come due amanti che si incontrano di nascosto dai rispettivi partner, al chiuso del Nazareno. In tutto ciò, Silvio è stato sempre croce e delizia, demiurgo e demolitore, incendiario e pompiere di quello che prima definiva “polo liberale” e che negli ultimi mesi è diventato, nella sua dialettica, “polo dei moderati”.

Cosa rimane oggi dell’italico centrodestra, ‘ricordo di un glorioso passato’ a parte? ‘Nulla’ verrebbe da dire, fagocitato com’è dal renzismo, dal leghismo 2.0 di Salvini e dal successo del Movimento Cinque Stelle.

‘Nulla’ verrebbe da ribadire, se si guarda a quanto sta succedendo in vista della ‘campagna di Roma’ e delle contemporanee battaglie elettorali che si svolgeranno da qui a poche settimane nelle principali città italiane.  In linguaggio politically correct si direbbe “il centrodestra stenta a trovare la sintesi”, la realtà è che i giovani rampolli Meloni, Salvini ed Alfano sono più ‘indisciplinati’ dei padri Fini, Bossi e Casini ed a Silvio, l’unico superstite dell’attacco a quattro punte de ‘il fu il Polo delle Libertà’ sono disposti a dire tutto fuorché un ‘signorsì’; ed anzi, sembrano intenzionati a consegnare definitivamente il Cavaliere all’ampio parco che circonda la sua casa di Arcore ed all’affetto, sincero ed incondizionato, dei nipoti.  I figli ‘discoli’  (cui, ultimamente, si è aggiunto anche Fitto) non mancano platealmente di rispetto al Cavaliere, ma lo trattano come  i nipoti nei confronti degli anziani nonni: deferenza e considerazione per i suoi racconti di guerra davanti al camino, ma smartphone rigorosamente in mano e whatsapp ‘rovente’ per organizzare l’uscita serale; come dire: un orecchio al passato, ma l’altro, unitamente ai due occhi ed alle mani, orientati all’imminente futuro. Col nonno ormai prossimo al rapasso.

Ciò detto, c’è un mantra che, sottovoce,  si può ripetere, senza il rischio di cadere nel vilipendio e nell’errore storico: riflettiamo insieme e diciamo “è colpa di Berlusconi”.

È  colpa di Berlusconi  se per il Campidoglio il centrodestra concorrerà addirittura con 4 uomini (Bertolaso, Meloni, Storace – il suo partito è praticamente confluito in Forza talia – e Marchini – che ha a lungo cercato l’appoggio dei partiti che non facevano parte della giunta Marino); la scelta di Bertolaso, praticamente imposta agli alleati (che poi hanno ritrattato), suona assolutamente inadeguata, antistorica, infelice. Il Supercommissario, fatto rientrare dalle sue missioni umanitarie all’estero, ha ‘antipatici’ procedimenti giudiziari in corso, e lo strascico di molte polemiche riguardo ‘il come’ e con quale reale efficacia abbia affrontato e risolto le gravi emergenze che si vanta di aver gestito .

È colpa di Berlusconi se a Milano, per la carica di sindaco, il centrodestra non è in grado di proporre una figura politica ma tecnica,  un ‘city-manager’ (ed in una città le cui condizioni sono decisamente migliori di quelle della Capitale, c’è bisogno di un progetto “politico” e “visionario”, di un sindaco che oltre la fascia tricolore indossi una casacca di appartenenza), rifugiando in quel Parisi con addirittura un passato nella CGIL alle spalle.

È  colpa di Berlusconi se in vista dell’appuntamento politico del 2018, quello più importante, quello decisivo, il centrodestra appare, ad oggi,assolutamente impreparato e frammentato, senza un concreto progetto politico, vittima di fratture e scissioni da percentuale a “prefisso telefonico” , ben lungi dal potersi ricomporre.

È colpa di Berlusconi se, l’area di politica che lui definisce “dei Moderati” non ha  un suo degno, efficace e ‘vincente’ erede, se consideriamo che Salvini moderato non è  e che forse, colui che appare come il naturale epigono di Sua Emittenza è, ad oggi, presidente del Consiglio e capo del principale partito del centrosinistra.

Dove ha sbagliato, dunque, il Cavaliere Condannato? Nella vita e negli affari forse nulla, se si pensa all’immenso impero che è stato in grado di costruire negli ultimi 40 anni. In politica? beh, parliamone. Straordinario comunicatore, grande costruttore di ‘ armate anticomuniste’, animale da campagna elettorale e da palcoscenico. Ma fuori da ciò, gli errori commessi sono stati numerosi e marchiani. Prima di tutto, l’omicidio della tradizione politica italiana. La “Seconda Repubblica”, di cui è stato progettista e costruttore, ha assassinato le grandi storie partitiche italiane (che, a dire la verità, con Tangentopoli, non avevano fatto molto, dal canto loro, per preservarsi), unendo e federando tutto ed il contrario di tutto in un partito, Forza Italia prima e Popolo della Libertà dopo, dove hanno trovato alloggio, e spesso  ‘vitto’, ex democristiani/missini/socialisti/liberali/repubblicani, ciellini,  radicali,ex esponenti  di Lotta Continua, funzionari Fininvest, avventurieri e soubrette. Con ‘Berlusconi l’accentratore’  i partiti sono diventati “comitati elettorali” di stampo americano, attivi in campagna elettorale ma sostanzialmente quiescenti e latitanti sul territorio in tempo di ‘pax elettorale’. La Seconda Repubblica  si era aperta con il funerale delle ideologie, “rigide ed anacronistiche”. Ma da questo, fino a ridurre i programmi politici a meri proclami e confuse ricette prettamente economiche, è stato un attimo. Perché qui subentrano le colpe di quelle persone che del mancato ideologo Berlusconi sono state tacite spalle e complici: perché in verità non si è mai capito quale ricetta di lungo periodo proponesse la defunta Casa delle Libertà e le sue figure di spicco, invece che ritagliarsi spazi di dibattito e di elaborazione programmatica, hanno speso 20 anni nei talk show politici a difendere il loro leader, coinvolto in processi penali e mass-mediatici. E le stesse tradizioni missine, socialiste, democristiane, confluite nel calderone, sono finite con l’annacquarsi prima, e col disperdersi poi. Lunghe tradizioni di lotte, di uomini, di storie, di contenuti e di spinte ideali, immolate sull’altare del Berlusconismo, e che sarà impossibile recuperare, almeno a breve termine.

Il centrodestra di inizio secolo è stato liberale (sulla carta) ma ha sorriso a ricette di natura sociale (basti ricordare che Berlusconi fu in gioventù democristiano, e poi craxiano  in età matura ed imprenditoriale, ma comunque mai liberale nel senso ‘anglosassone’ del termine); è stato, negli annunci, amico della libera impresa, dei professionisti, degli artigiani, dei commercianti, delle partite iva, senza però fare nulla di concreto, in tempi in cui la crisi era lungi dal manifestarsi, per tagliare concretamente il costo del lavoro, snellire gli oneri di chi vuole fare impresa,  creare concorrenza, dare un deciso giro di vite nella direzione delle liberalizzazioni e del mercato. Quando poi è iniziato il declino dei fasti berlusconiani, nel 2011, è nata, a livello embrionale,  la fase del “partito dei moderati” da contrapporre, adesso, all’invincibile armata renziana (che in realtà, di moderati provenienti dalla vecchia tradizione popolare e democristiana ne accoglie la maggior parte); ma il percorso evolutivo (?) dal liberalismo al “moderatismo” non è stato tranquillo e privo di ostacoli: Berlusconi, come un novello Picasso della politica, ha avuto ben precisi “periodi” : quello “rigorista” (contemporaneamente al governo Monti), poi quello “populista” fino a giungere al più severo euroscetticismo.

Il centrodestra che si appresta ad affrontare la prossima tornata elettorale appare oggi, quindi, confuso ed infelice; e paga, inevitabilmente, lo scotto di aver avuto per oltre 20 anni un uomo solo al comando, che ha annichilito il dibattito interno, ha spostato l’attenzione su proclami e ricette di natura prettamente economica (peraltro mai totalmente realizzate) e sulle proprie vicende personali e giudiziarie, impedendo ad un partito ed alla coalizione formata da tanti partiti ‘ognuno col suo viaggio,ognuno diverso’ di discutere di futuro, ricerca, formazione, etica, diritti, ambiente, riforme, giustizia e di trovare, al proprio interno, personalità e forze giovani in grado davvero di guidare una comunità ad oggi smarrita, balcanizzata,disorientata. Lo Zdanovismo  berlusconiano ha permeato in tutto e per tutto la storia politica italiana; il suo messaggio, assolutamente non politico ma di costume e di ‘personalissima etica’ è giunto alle masse attraverso le televisioni, i giornali, i modelli proposti dalle sue figure di spicco, primi fa tutti politici, giornalisti, opinionisti e acritici ‘difensori d’ufficio’. Lo Zdanovismo di Berlusconi si è preoccupato di permeare di contenuti ( i suoi), la società, ancor prima che il  partito.

Il centrodestra è sfaldato, annichilito, in una  crisi che appare senza uscita, ed oggi i vari Salvini, Meloni, Alfano, Verdini, Fitto, corrono a stracciare un pezzo delle sue vesti, come per accaparrarselo, pensando al tornaconto politico immediato e senza guardare a domani.  Vale per Roma, vale per l’Italia. Il Re è nudo e la corsa senza esclusione di colpi al saccheggio politico è in pieno atto. Forse, per questi personaggi, è prioritario, oggi, liberarsi di Berlusconi (o meglio, di quel che ne resta) ancor prima che di Renzi.

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