Renzi sospende i conflitti nel Pd ma teme la rottura del partito
«Non è la sede per discutere di piccole beghe, ne riparleremo domani». Nel corso del Congresso dei giovani democratici di ieri, il premier Matteo Renzi ha voluto congelare per 24 ore i conflitti all’interno del partito democratico, rimandandoli alla Direzione del Pd che si terrà oggi alle ore 18.00.
Diviso tra la volontà di chiedere la fedeltà e il nervosismo per una possibile scissione interna, Renzi ha ribattuto alle accuse di essere alleato con Verdini, condannato a 2 anni per corruzione, e Alfano. «Conosco un metodo infallibile per non avere in maggioranza Alfano e Verdini: vincere le elezioni, cosa che nel 2013 non è accaduta». E se è vero che la mancata vittoria brucia, è altrettanto vero che le strane alleanze e le spine nel fianco dell’ala più ribelle del Pd, sembrano rendere il premier più ansioso di accaparrarsi la fiducia dei fedeli.
Oltre all’ex Presidente del Consiglio D’Alema, il quale aveva criticato pesantemente il Primo ministro per i suoi legami con la vecchia destra, Renzi deve fare i conti con un altro nemico: il tempo.«A un certo punto il primo a essere rottamato sarò io. Io ho già la clessidra girata, tra 7 anni, se tutto va bene, non ci sono più» ha ammesso Renzi che ha aggiunto con una punta di amarezza: «Se perdo il referendum ad ottobre vado via subito».
Nonostante le conflittualità e i segni sempre più tangibili di fratture interne, Renzi ha giocato la sua carta migliore, quella del Job Acts che, anche se criticato pesantemente da Montecitorio, è agli occhi del governo un segnale positivo sul suo operato. «I dati relativi al primo anno del Jobs act dicono che abbiamo avuto oltre 900 mila contratti a tempo indeterminato e oltre 400mila cittadini che hanno visto il proprio posto di lavoro reso stabile, oltre 200mila posti di lavoro» ha chiosato il premier, puntando il dito contro i «signori del Parlamento e delle opposizioni»: «per loro è solo una trasformazione dei contratti, ma a te ti cambia la vita, perché puoi fare un mutuo, un progetto».
Sul referendum trivelle del 17 aprile, Renzi ha esortato i giovani dem a riflettere sul contenuto del quesito referendario, senza lasciarsi influenzare da una realtà spesso travisata e mistificata.«Non fatevi prendere in giro, non è un referendum sulle nuove trivelle, che hanno già la linea più dura d’Europa. È un referendum del tutto legittimo, per bloccare impianti che funzionano. Io lo considero uno spreco. Volete dire che dobbiamo dare un segnale?Non buttate via trecento milioni di euro per dare un segnale».
Ma è il potere di fare che anima il premier e che gli permette di essere fiducioso. Davanti alla platea dei giovani dem, ha voluto sottolineare che il potere «non ha un valore né positivo né negativo: è la carta per fare le cose». Ed è con questa carta che affronterà la disgregazione forse irreversibile del Pd.




