17 marzo 1861, Regno d’Italia — 17 marzo 2016, Sdegno d’Italia?

17 marzo 1861, Regno d’Italia — 17 marzo 2016, Sdegno d’Italia?

Siamo nel 1861 e il 17 marzo di quell’anno venne proclamato il Regno d’Italia.

Questa Unità Nazionale, è oggi festeggiata insieme all’Inno, alla Bandiera e alla Costituzione, simboli questi, di un Paese diviso ma che ha ritrovato la propria unità, un Paese traviato dal sangue delle rivolte e delle oppressioni, ma che ha saputo costruire su queste macerie, la propria pace.

È proprio dall’importanza del Risorgimento che si voleva partire, quando il 23 novembre del 2012, fu approvata la legge n.222 che istituiva questa ricorrenza come festività civile; una festa appunto dello Stato Italiano e dei suoi cittadini, una festività che va ogni anno osservata con celebrazioni, momenti di riflessione (anche didattica), tutto questo al fine di promuovere, incentivare e sensibilizzare la memoria civica.

Questo brevemente è quanto si legge anche dal sito del MIUR, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il quale sottolinea l’importanza di comprendere e spiegare alle coscienze civili cosa si celebra oggi partendo da un Risorgimento duro ma alla fine “proficuo” per la penisola italiana che dopo un percorso storico travagliato è giunta, con la forza di volontà, ad affermare i propri ideali, trovando un’unione che sembrava lontana e utopica.

Secondo il MIUR quindi, si può comprendere l’importanza di questa giornata solo se si parte e lo spiega, dal Risorgimento, perché è da quei fatti che è andata formandosi una coscienza Nazionale, da quei sentimenti si è arrivati alla scelta dell’attuale Inno Nazionale e della Bandiera.

SIGNIFICATO DELL’INNO DI MAMELI CHE ACCOMPAGNA LA BANDIERA ITALIANA

Pochissimi anni fa, anche a scuola lo si insegnava l’Inno e la sua storia, ma questo appartiene a un tempo che sembra ormai lontano, lontano da questo presente che ha preso le distanze da una memoria stanca, lasciata sola, dalla quale Istituzioni, opinione pubblica e coscienze più in generale sembrano aver preso le distanze.

Negli ultimi tempi vi sono state addirittura dibattiti e discussioni, tra cittadini e talvolta tra i “politici”, parti discordanti, che hanno proposto di cambiare il nostro Inno Nazionale. “Troppo vecchio “, con un testo che è stato definito “arcaico”, queste sono solo un esempio delle obiezioni mosse all’Inno attuale. Forse però, il non rispecchiarsi in quel testo è il risultato di una memoria che si è persa insieme alla consapevolezza del passato che ha portato alla stesura di quel testo.

D’altronde il testo parla di un’Italia che ha nuovamente sulla testa l’elmo di Scipio, racconta pertanto di un’Italia che è tornata a combattere nuovamente, come nel 202 a.C., quando i romani, con Scipione sconfissero Annibale.

Con la lingua poetica di Mameli, si racconta quindi di un popolo che si raccoglie unito, tenuto insieme da un unico ideale: permettere la vittoria di Roma e quindi dell’Italia tutta.

I combattenti che si raccolgono insieme sotto questo ideale di libertà e unità si dichiarano pronti e determinati:

siam pronti alla morte.
Siam pronti alla morte,
l’Italia chiamò, sì! 

Quindi il nostro Inno è la voce di tanti ragazzi, ex soldati, studenti, contadini, talvolta chiamati briganti, che credevano nella liberazione del proprio Paese, nella possibilità della cacciata del nemico che da tempo opprimeva gli animi e i territori italiani.

Tutto questo sotto il velo di una bandiera tricolore che portava con sé il mito di tante poesie, antiche leggende e rime che descrivevano il vessillo italiano tricolore: ci sarebbe il verde per ricordare i nostri prati, il bianco per le nostre nevi perenni, ed il rosso in omaggio ai soldati che sono morti nelle molteplici e travagliate guerre.

LA COSTITUZIONE ITALIANA

Certamente, quei sentimenti che hanno infiammato e guidato gli animi di chi è stato protagonista e ha fatto il Risorgimento, ne hanno avuto memoria e rispettati, i padri costituenti che dopo il secondo conflitto mondiale, si riunirono e lavorarono alla stesura della Costituzione della Repubblica Italiana, approvata il 22 dicembre 1947, con l’entrata in vigore il 1° gennaio dell’anno successivo.

Quello che fu concepito negli anni immediatamente successivi alla guerra, il testo della Costituzione, è giustamente definito e oggi ricordato come “miracolo costituente”.

Un miracolo avvenuto in un contesto di apatia e indifferenza, tra le macerie di un conflitto cruento e cicatrici negli animi degli italiani tutti; vi era un popolo stremato da una Guerra Mondiale che aveva violentato territori e civili oltre che soldati, eppure, vi era un punto fermo in tutto questo: la volontà di pochi soggetti attivi.

Soggetti diversi, con storie diverse e ideali diversi ma che si riunirono con un intento comune a tutti loro: il ripudio della guerra e l’aspirazione alla pace e proprio per questo, seppero concepire la costituzione come un patto, di cui la neonata Repubblica aveva bisogno.

Davvero un miracolo che personalità così differenti tra loro siano arrivati a concepire un testo nel quale tutti si univano e credevano fermamente, un “compromesso” raggiunto e fattosi legge, un’opera che rendeva essi e l’Italia fieri, un miracolo che onorava il nostro Paese.

Un esempio di questi sentimenti che animavano quel lontano ma sempre attuale scenario, lo si trova nelle parole dell’allora Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi: ”Il soffio dello spirito animatore della nostra storia e della nostra civiltà cristiana passi su questa nostra faticosa opera, debole perché umana, ma grande nelle sue aspirazioni ideali, e consacri nel cuore del popolo questa legge fondamentale di fraternità e di giustizia, sicché l’Europa e il mondo riconoscano nell’Italia nuova, nella nuova Repubblica, assisa sulla libertà e sulla democrazia, la degna erede e continuatrice della sua civiltà millenaria e universale”; così, tra i prolungati applausi e la commozione tra gli scranni dell’Aula, l’Assemblea, inorgoglita, approvava la Costituzione Italiana.

Si riconosceva così, con quel testo, l’identità di un popolo nuovo che si riconosceva in una Repubblica democratica fondata sul lavoro e questo popolo nuovo, attribuiva a esso stesso la propria sovranità, che esercitava nei limiti e nelle forme consentite dalla Costituzione.

Proprio sullo spirito di una democrazia nasceva questo nuovo popolo e su questo spirito di libertà e tutela delle uguaglianze civili, sociali ed economiche poggiava lo Stato italiano.

Un testo bellissimo, fatto di nobili intenti che oggi, è chiamato a sottoporsi ad una nuova sfida: reggere o piegarsi ai voleri di una nuova democrazia, tutta moderna che ne vuole la modificazione.

Considerando il fatto che la “stella polare”, la linea guida dell’agire politico dei Governi che si susseguono nel tempo nella nostra Repubblica, è per legge la Costituzione Italiana e solo ad essa i decreti e le leggi che i governi emanano devono far riferimento, non entrando in contrasto con i principi e gli articoli che la compongono, è impresa non poco difficoltosa modificarla.

Le prime difficoltà nascono dagli intenti con i quali se ne chiede una modifica, intenti non del tutto nobili e disinteressati, di fatti, in molti dalla Corte Costituzionale e non solo, fanno sentire il proprio disappunto e la propria contrarietà agli intenti dell’attuale maggioranza del Governo.

Uno dei più decisi difensori della nostra Costituzione è il Professor Gustavo Zagrebelsky, giurista italiano, attualmente giudice della Corte Costituzionale e Presidente della Corte Costituzionale dal 1995 al 2004, insomma, uno che in materia di leggi e di costituzione in special modo, ne sa molto; temi ai quali ha dedicato la sua intera attività e riflessione, un soggetto che ha fatto del proprio amore per la costituzione e per la democrazia in particolare, il proprio lavoro.

Il Professor Zagrebelsky, in una intervista, si è così espresso sulla riforma costituzionale che la maggioranza del Pd vorrebbe: “Lo sa come si chiama la corazza della tartaruga? Carapace. La mia risposta allora è: questa riforma è il carapace del potere”.

Questa sfida che l’attuale maggioranza di Governo vuole sottoporre alla Costituzione Italiana, è sintomatica quindi, secondo Zagrebelsky e non solo, di un pericolo al quale la nostra Repubblica è esposta; tale pericolo sta nel passaggio del potere, dalla democrazia all’oligarchia.

Un errore imperdonabile per una Repubblica nata su ideali divenuti legge e tutelati fino ad oggi; ideali che a loro volta hanno tutelato lo Stato italiano e i suoi cittadini e ai quali oggi si rischia di voltare le spalle.

Quello che lascia il dubbio a gran parte dell’intelligencija del nostro Paese, è l’ ”accanimento” della maggioranza che attualmente detiene il potere, al voler modificare a tutti i costi la Costituzione: segnale di una volontà di “tutela” al potere che si detiene?

La questione è complessa e il fatto di chiamare il popolo italiano ad esprimersi in merito, con un Referendum, potrebbe essere un arma a doppio taglio e un “pericolo” per la Costituzione e come abbiamo visto, per la Democrazia stessa.

Questo pericolo nasce dalla disinformazione in cui i cittadini versano, una disinformazione voluta forse dai vertici, forse dal disinteresse dei cittadini stessi, ma una disinformazione che di fatto è vigente: molti non conoscono il testo della Costituzione, non ne conoscono neanche gli articoli fondamentali, essa non si fa più leggere nelle scuole, di essa non si discute; allora come può un popolo esprimersi consapevolmente su una cosa che non conosce?

I cittadini inoltre, non hanno piena coscienza neanche del nuovo testo che potenzialmente potrà sostituirsi a quello del dopoguerra e questo perché arrivano stralci di notizie e frammenti di testi e decreti legge, non accompagnati da pertinenti spiegazioni.

Ad esempio, è chiaro ai cittadini che la riforma costituzionale non tocca solo il Senato, ma in generale redistribuisce i poteri in maniera tale che il baricentro si sposta radicalmente a favore dell’esecutivo? Il Parlamento così, potrà essere un subordinato alle iniziative e al potere del governo.

Insomma, potrebbe anche essere interessante chiamare i cittadini italiani ad esprimere il loro parere ma non senza aver fornito loro gli strumenti adeguati per orientarsi, perché se di democrazia si parla, essa ha l’obbligo e la volontà di dare voce a cittadini informati anzi, ogni democrazia che si rispetti, vuole i propri cittadini attivi e consapevoli.

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