Dottor Renzi, due anni di (s)bilancio

Dottor Renzi, due anni di (s)bilancio

Il Premier saluta gli effetti positivi del Jobs Act: il sistema produttivo pare dargli ragione. Ma nelle prossime settimane le sfide cruciali del suo governo. Le difficoltà delle opposizioni sembrano favorire l’esecutivo.

(Chieti). Il 22 febbraio 2014 il Governo Renzi o, per meglio dire, del ‘Dottor’ Matteo Renzi – come non mancavano di sottolineare i crawl nelle immagini in diretta dal Quirinale –giurava dinnanzi al Capo dello Stato. Il quarto nella storia a non essere presieduto da un parlamentare. Il più giovane della Repubblica; il terzo consecutivo non licenziato dalle urne. Ancora vivo era lo ‘scalpo’ di Enrico Letta, entrato (in realtà contumace) primo ministro ad un’infuocata direzione nazionale del Pd ed uscitone “sfiduciato”, vittima del fuoco amico. L’attuale esecutivo, sia pure naturale epigono di quell’esperienza di governo, si guarda bene dal rimarcarne la continuità ed oggi segna un importante traguardo. Il Governo Renzi compie due anni e la notizia ha intrinsecamente del clamoroso, se si pensa che l’esecutivo del Gigliato rappresenta già, in virtù anche delle turbolente vicissitudini della Prima Repubblica, uno dei più longevi della storia post monarchica. Tempo di festeggiamenti ma soprattutto di bilanci poiché, se Renzi vede nella naturale scadenza del 2018 l’orizzonte temporale del suo primo mandato, ad oggi siamo esattamente ‘nel mezzo del cammin’ di dantesca concezione. Il Presidente del Consiglio, per le ‘celebrazioni’, sceglie l’Abruzzo dell’amico governatore Luciano D’Alfonso, una regione dove il Partito Democratico rappresenta quasi un monocolore ad ogni livello di governo e che, anche nelle recenti nomine in importanti enti regionali, ha sorriso a funzionari e manager di simpatie ‘Dem’. Naturale quindi che la location dei festeggiamenti fosse la regione che fu di D’Annunzio e di Ennio Flaiano, il quale non avrebbe mancato di punzecchiare, col suo arguto sarcasmo, il mediceo primo ministro. La giornata è iniziata con l’atterraggio in elicottero presso la scuola della Guardia di Finanza a Coppito e la visita all’Istituto Nazionale di Fisica Nuclare, raggiunto in auto, “scortato” dai presidenti delle province di Teramo e L’Aquila. Qui Renzi ha parlato dei laboratori come straordinario esempio di italica “intelligenza, curiosità e ricerca”, da prendere a modello e finanziare. Ma il momento mediaticamente più importante della giornata è stato, senza dubbio, la successiva visita alla sede della Walter Tosto di Chieti. L’opificio teatino è uno dei case history per antonomasia nel tessuto economico regionale, con un fatturato che per il 99% è registrato all’estero. Azienda dai grandi successi in termini prettamente economici, che nel recente passato ha legato il proprio nome, come main sponsor, alle affermazioni (tante ed internazionali) dell’invincibile armata della pallanuoto locale; ed il premier, è risaputo, è molto sensibile al messaggio dello sport come metafora e racconto della vita. La visita in azienda, ufficialmente per festeggiare il Jobs Act ( mossa strategica per sottrarre peso specifico al ben più importante compleanno dell’esecutivo) è stata occasione per il rampollo di famiglia, Luca Tosto (‘Renziano osservante ed ortodosso’ giurano i più maliziosi), per sottolineare l’importanza dei provvedimenti varati lo scorso anno in materia di lavoro, con “50 nuovi posti di lavoro frutto dei decreti, ed altrettanti in arrivo entro il prossimo anno” assicura. Senza dubbio un ottimo spot per un Renzi che a Roma ha lasciato, almeno per un giorno, molte questioni sul tavolo. Prima tra tutte il dibattito rovente sulle unioni civili, con la Democratica Cirinnà in prima fila ed il primo ministro alla finestra, pronto a salutare l’eventuale successo in un terreno dove molti, prima di lui, hanno tentato, vanamente, un approccio. Non meno importante è la questione delle candidature per le amministrative, risolta, almeno sulla carta, con i nomi di Sala (scontato), ‘reduce’ dai successi di Expo, a Milano, e quello, quasi avallato, di Giachetti a Roma. Ma sempre sul nodo candidature, invece, sembrano essersi arenate le opposizioni, soprattutto quella di centrodestra, che stenta a trovare la quadratura del cerchio, fatica a superare la balcanizzazione nella quale è incorsa (la scissione di Fitto è solo l’ultima, in ordine di tempo), anche in proiezione 2018, e che quindi lancia il suo personale, latente e rassicurante (per Renzi) hashtag #matteostaisereno. Il Tutto mentre anche i Pentastellati, con la vicenda Quarto, sono stati consegnati dalla dimensione umana troppo umana del ‘così fan tutti’. Quindi, ad oggi, Renzi può dormire sonni tranquilli, grazie a T.I.N.A. Che non è una nuova pasionaria democratica, folgorata sulla via della Leopolda, ma un acronimo. “There is no alternative” è il motto coniato da Margaret Thatcher, per salutare il successo della sua azione politica, favorito anche dalla mancanza di alternative credibili nelle opposizioni dell’epoca. In virtù di Tina, Renzi può, ad oggi, arridere al futuro. Oggi che anche chi sembrava essergli ostile si è fatto all’occorrenza concavo o convesso per raccoglierne i favori, perché è meglio saltare sul carro del vincitore piuttosto che schierarsi con i ‘Gufi’: quelli contro i quali Renzi maramaldeggia ogni volta che porta a casa un risultato importante. Perché, inutile nasconderlo, in un periodo nel quale l’economia, nonostante la crisi dei mercati finanziari, lancia segnali di ripresa, scorre nell’opinione pubblica, carsica e silente, la convinzione che sia il momento meno opportuno per mettere in discussione l’attuale stabilità politica. Perché è più rassicurante la tiepida e resiliente stabilità del “governo del fare” dell’onda rivoluzionaria e confusa dei fautori del “disfare”. Perché c’è un po’ di Tina in ognuno di noi.

Daniele Di Giovanni

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