La politica, una giostra che non guarda al futuro

La politica, una giostra che non guarda al futuro

«L’Italia è guarita», un perfetto epitaffio per il futuro di un Paese destinato a morte sicura, perlomeno quella cerebrale. Coma irreversibile. Ci si sente meglio, come dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua con un cancro in metastasi. L’Italia è guarita, forse il Premier ha una zia che si chiama così e voleva far sapere a tutti noi che si è ripresa dopo una brutta influenza. Perché proprio non si capisce di quale Italia stia parlando. Probabilmente governa un altro Paese, dato che solamente una settimana fa il rischio deflazione era ancora estremamente alto – non solo in Italia ma in tutta l’Eurozona – e «deflazione» non è una bella ed innocua parolina, che lo spiegasse Renzi che ad essere in deflazione prolungata – “buona” o “cattiva” che sia – si rischia la paralisi. Come spiegassero a lui cosa significa la parola “premier”, che non è raccontar balle o verità parziali. La disperazione non necessita di pacche sulle spalle o carezze, di sorrisi dispensati e boria mediatica. Ma di verità. La finta speranza è un fuocherello tiepido, che scalda poco e a breve, e la scatola dei molti cerini necessari alla perpetua illusione è destinata ad esaurirsi. La piccola fiammiferaia di Andersen è morta, non servono chissà che geni per capire che quando sia ha fame si ha bisogno di cibo vero, che lo stare a guardare le tavole imbandite altrui non riempie le pance nostre.
Quando i  prezzi scendono, l’economia è stagnante e rinchiusa in un loop negativo. E nello stagno l’acqua puzza, non è decisamente un bel vivere. Ingannevole pensare che il calo dei prezzi sia unicamente un evento per il quale brindare. La deflazione è, in macroeconomia, il fenomeno opposto dell’inflazione ma non rappresenta semplicemente disinflazione, cioè un rallentamento del tasso di inflazione. I dati Istat parlano chiaro, a novembre sono state ben undici le grandi città ad aver registrato un calo dei prezzi di merci e servizi: Bologna (-0,7%), Padova e Palermo (-0,4%), ed in scia Catania, Perugia, Cagliari, Bari, Verona, Venezia, Modena ed Aosta. Un numero in aumento rispetto ad ottobre, quando le città erano sette. Federconsumatori e Adusbef inoltre avvertono: «Segnali deboli, a tratti preoccupanti, provengono dal tasso di inflazione. La ripresa non è stabile come qualcuno vorrebbe farci credere, servono misure ad hoc».

Già misure ad hoc, tempestive e mirate e non una macinatura di slogan, anche se di primissima qualità. Ottimo cash elettorale, e troppo spesso nulla più. Confesercenti dipinge una realtà italiana non certo virtuosa: «Un segnale delle persistenti difficoltà del mercato interno, che non saranno risolte dal Natale». Un arresto dei prezzi che certamente è influenzato, non solo da cause stagionali, ma anche dall’abbassamento costo del petrolio, dall’Expo ormai chiuso e dalla cappa costante del terrorismo. Ma è indubbio che il mercato interno non sia sano. Non può essere sano, con oltre ventimila attività commerciali chiuse nei primi otto mesi del 2015, con un botto finale di chiusura anno che potrebbe innalzare il numero a trentamila. Per Confesercenti sono dati allarmanti: «Il rallentamento dell’inflazione è un dato preoccupante perché indica una situazione di incertezza della domanda interna, così come rimangono incerte anche le aspettative delle imprese sulla crescita dei consumi e sulle prospettive future dell’economia. (…) In questo scenario, infatti, è altamente possibile che si riaffacci il rischio deflazione, scongiurato appena lo scorso anno ma purtroppo già tornato reale in undici grandi città e diverse regioni italiane».

Prospettive future, già. Altra nota dolente di una politica indolente. «Qui nessuno pensa al futuro. Non ci pensano i politici, e i giovani per forza di cose hanno sospeso il giudizio. Ma tra quarant’anni sarà un disastro», Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica di Milano, docet. In una illuminante intervista su Linkiesta spiega: «L’unica cosa che abbiamo fatto in Italia è stato far andare le persone in pensione più tardi, senza pensare a diversi ruoli per i lavoratori anziani in azienda. Li abbiamo lasciati lì dove sono, senza alcuna forma di age management, senza investire nella produttività. Il risultato è che aumenta la popolazione in età lavorativa over 50 nei luoghi di lavoro, mentre mancano i 30-40enni più produttivi. In questa fascia l’occupazione cresce pochissimo. Aumenterà la popolazione inattiva, i giovani saranno sempre meno. Negli Stati Uniti i millennial sono una delle generazioni più consistenti, quindi hanno un peso politico ed elettorale. In Italia i giovani sono pochi, quindi non hanno peso elettorale. Di conseguenza non ci sono politiche forti che siano indirizzate a loro. Se ci sono meno politiche giovanili e più politiche rivolte agli anziani, ci sarà meno innovazione e minori investimenti per contare nel sistema produttivo alla pari con altri Paesi. Questo genererà un impoverimento del Paese, producendo grossi sprechi nella fascia più produttiva della società. Non a caso abbiamo il numero di Neet più alto d’Europa: 2,4 milioni. E il 47% dei giovani dichiara di fare un lavoro per il quale servirebbe un titolo di studio più basso. Meno forza lavoro produttiva significa meno crescita. Sarà un disastro. Le riforme pensionistiche hanno posticipato l’età pensionabile, legando la pensione ai contributi versati. Ma la crisi economica, la precarietà del lavoro e i redditi bassi fanno prospettare un futuro economico tutt’altro che roseo per i più giovani, con pensioni molto basse. I lavoratori precari del presente saranno precari anche nel futuro. Finora l’assicurazione sono state le famiglie, e del futuro dei 30enni non se ne è occupato nessuno. Tra 40 anni, quando non ci saranno neanche più le famiglie, sarà un disastro. La politica italiana non pensa al futuro dei giovani, perché quello che importa è sempre solo la prossima tornata elettorale. Intanto i giovani sul futuro sospendono il giudizio perché non hanno gli strumenti per farlo. Tutti dicono che dovrebbero farsi una pensione integrativa. Ma come fanno, se già fanno fatica a pagare l’affitto di casa con gli stipendi bassi che si ritrovano?».

Questioni sollevate in modo nitido e disincantato anche dal Professor Yuri Kazepov, studioso di politiche sociali all’Università di Urbino, tra i fondatori della “rete” interdisciplinare ESPAnet Europa (fonte: ciessevi.org): «Sicuramente i giovani si caratterizzano per essere sfiduciati, incerti ed entrati in stato di precarietà esistenziale. (…) La gerontocrazia li ha relegati in un angolo, in attesa. Per alcuni, questa fase prolungata di incertezza si traduce in un laboratorio di sperimentazione esistenziale. (…) Quello che oggi non sembra un problema imminente – perché la famiglia aiuta a compensare l’estendersi della condizione di incertezza – avrà conseguenze di medio-lungo periodo. Le carriere contributive dei giovani, infatti, incidono sia sull’età in cui si matureranno i contributi per andare in pensione sia sull’ammontare delle pensioni. In sostanza si andrà in pensione molto più tardi e l’ammontare delle pensioni sarà notevolmente più basso di quello dei propri genitori. Se ora una pensione corrisponde a circa il 75-80% dello stipendio dei nostri padri ai giovani di adesso non resterà che – in un’ipotesi ottimistica – il 40-45% circa. Un ammontare che corrisponde a cifre di poco superiori all’assegno sociale. Tutto questo trasformerà “la questione giovanile” di adesso in una “questione anziani” nel futuro. Ma di questo i politici poco si interessano, è fuori dal loro orizzonte cognitivo. (…) Siamo di fronte a una frammentazione delle opportunità trasversale (ma collegata) alle appartenenze di classe. Internet sembra – almeno in parte – contrastare questa tendenza, ma l’Italia è agli ultimi posti nel digital divide in Europa e questo sicuramente non aiuta. (…) Esistono i bamboccioni, certo. Ma non sono sempre esistiti? Sicuramente si vive più nel quotidiano, perché il futuro è ancora più incerto. E quella dei giovani oggi, effettivamente, è una generazione “sprecata” perché non si ascolta la loro capacità di innovare e si dilaziona la loro possibilità di dare un contributo alla società. Ma non per colpa loro. La “colpa” – se così si può dire – è piuttosto dei genitori che non hanno colto l’importanza del ricambio generazionale e non hanno fornito loro strumenti per essere autonomi. È colpa delle istituzioni che costruiscono percorsi di esclusione istituzionalizzata non proteggendo i giovani nelle delicate fasi di transizione a partire dall’ingresso nel mercato del lavoro. Avere tassi di disoccupazione giovanile oltre il 30% non è solo un problema individuale del giovane disoccupato, è anche un problema sociale di una società che perde l’opportunità di far partecipare i giovani alla società in maniera più piena».

L’Italia è servita, un banchetto per pochi privilegiati.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook