Italia, la nazione dell’assenteismo

Italia, la nazione dell’assenteismo

Una nazione è tale quando gli individui che la abitano condividono alcuni elementi comuni come la lingua, un territorio e la cultura. In questo senso molti riconoscono l’Italia come nazione ma a ben vedere questo concetto va un po’ stretto al Bel Paese, in cui basta percorrere pochi chilometri da un luogo a un altro per trovarsi di fronte a dialetti incomprensibili e a usanze sconosciute per chi non è indigeno. C’è però un elemento che sembra accomunare tutti dal Brennero a Santa Maria di Leuca, un aspetto non contemplato – giustamente – dalla scienza politica che tuttavia, paradossalmente, identifica meglio degli altri l’Italia come nazione: l’assenteismo.

35288439_senatori-idv-sul-caso-assenteismo-licenziare-subito-dirigenti-0L’assenteismo è un fenomeno radicato e largamente diffuso, ha radici profonde e si alimenta attraverso il comportamento ripetuto (che si tramuta in consuetudine e diviene quindi parte del carattere) di alcuni soggetti che più o meno consapevolmente arrecano danno a se stessi e alla comunità. Un esempio recente e significativo risale all’ottobre scorso, quando la Guardia di Finanza ha arrestato 35 dipendenti pubblici del Comune di Sanremo con l’accusa di peculato e truffa ai danni dello Stato. Inutile addentrarsi nuovamente nella questione; l’eloquenza del filmato dell’uomo in mutande che timbra il cartellino dice tutto. Ad essa si sono poi aggiunti fiumi d’inchiostro e indignazione ma nonostante tutto – qui esce fuori il discorso sul comportamento – i furbetti e gli assenteisti tengono ben salda la barra e proseguono con la loro consuetudine.

Proprio questa mattina 2 dipendenti della direzione provinciale del lavoro di Ravenna – un capoufficio e un impiegato amministrativo addetti alle ispezioni esterne – sono stati arrestati dai carabinieri nell’ambito di un’inchiesta della Procura romagnola su presunto assenteismo; per i dipendenti fermati l’accusa è truffa aggravata ai danni dello Stato. Come se ciò non bastasse 5 dipendenti dell’Università di Pisa, 4 donne e un uomo impegati nell’area amministrativa, sono ora indagati per truffa e interruzione di pubblico servizio: le 5 persone sono state infatti fotografate e filmate dai carabinieri nell’atto di timbrare il cartellino e allontanarsi subito dopo dal posto di lavoro. L’indagine, coordinata dal sostituto procuratore pisano Flavia Alemi, è praticamente conclusa e la Procura sarebbe pronta a chiedere il rinvio a giudizio per tutti gli indagati.

Questi nuovi casi, successivi allo scandalo del Comune di Sanremo, testimoniano quanto l’assenteismo sia radicato e difficile da estirpare, anche se c’è consapevolezza del danno che l’assenteista – o chi lo copre – arreca alla comunità con le sue azioni. Le pene inflitte sembrano inoltre valere il rischio di fare il furbo; nonostante l’art. 640 c.p. contempli circostanze aggravanti per reati commessi contro lo Stato e la P.A., il numero di truffe denunciato dalle forze dell’ordine alle autorità giudiziarie è più che raddoppiato negli ultimi 2 decenni: se nel 1992 i reati erano 62 per 100mila abitanti, nel 2010 sono diventati 159, molti dei quali ascrivibili proprio all’assenteismo nei pubblici uffici. Resta da dire che il mero inasprimento della pena – come la certezza di un lungo periodo detentivo e il licenziamento in tronco – non garantisce di per sé una soluzione completa; serve una maggiore presa di coscienza da parte degli onesti, che hanno l’obbligo morale di denunciare il collega assenteista; in questo modo si favorisce un ricambio – magari con gente effettivamente preparata e che ha voglia di lavorare – e si migliorano le condizioni generali dei pubblici uffici, con ovvi risvolti in positivo anche per il bilancio pubblico.

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