Caro Poletti, chi semina vento raccoglie tempesta

Caro Poletti, chi semina vento raccoglie tempesta

“Rottamare l’ora-lavoro come unità di misura nei contratti per il salario e immaginare strumenti nuovi che tengano conto dei cambiamenti tecnologici” e ancora: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21”. Questo il tragico uno – due di Giuliano Poletti, che in un paio di giorni è riuscito ad attrarre su di sé più polemiche di quante non ne abbia sollevate finora. Va detto che il ministro ha corretto il tiro in entrambe le occasioni ma ciò che resta è la parabola negativa della politica italiana, di cui Poletti è divenuto – honoris causa uno dei simboli, a pieni voti.

Sono ormai tempi lontani (1949 – 1953) quelli in cui in transatlantico era una rarità trovare un diplomato e il 91% aveva un titolo accademico; oggi, al tempo della XVII legislatura, la percentuale di laureati è del 64,4%, segno di un’involuzione della politica e di un suo involgarimento che si manifesta tra messaggini sui social, proclami da televendita mattutina e ministeri chiave affidati a semplici diplomati. Ottimo esempio di questa involuzione è proprio Giuliano Poletti, un mero perito agrario nominato addirittura ministro del Lavoro, alla faccia del più raffinato degli accademici.

Al netto delle ‘eccezioni’, che in quanto tali confermano comunque ciò che dovrebbe rappresentare la ‘regola’, i pericoli dell’assegnare ruoli chiave a persone senza adeguata preparazione accademica sono dietro l’angolo e testimoniano impietosamente la trasformazione negativa del Parlamento, divenuto un’accozzaglia di soggetti che, infischiandosene delle istanze della base (quando riesce a votare) e del 12,4% di disoccupazione totale, si permettono pure di mortificare i cosiddetti giovani definendoli prima ‘bamboccioni’, poi ‘choosy’ e infine inutili faticatori, visto che ‘110 e lode a 28 anni non serve a un fico’.

In effetti un fondo di verità c’è in queste parole: finché al ministero del Lavoro troviamo un perito agrario, laurearsi – magari a pieni voti in scienze politiche – non soltanto è difficile ma è completamente inutile. A conferma di questa affermazione c’è il dato sulla disoccupazione giovanile, che si attesta intorno al 44,2%: in pratica se non sono io, il ‘giovane’ senza lavoro sei tu che stai leggendo. Dentro al 44,2% troviamo inoltre una buona percentuale di laureati i quali, se va bene, possono ambire a un tirocinio ‘perpetuo’ pagato quattro soldi e che dà la libertà di decidere del proprio futuro pari a quella di un paziente in coma neurovegetativo.

E Renzi che dice? niente: è Poletti, mica Marino. Anzi, piazza il carico da 11 e propone la mancetta da 500 euro una tantum per mandare al cinema i neo 18enni, condendola con un’affermazione tanto solenne quanto azzardata: ogni euro speso per la difesa significherà un euro speso in cultura. Bene, a conti fatti i soli F-35 costeranno circa 13 miliardi, ergo: la ‘cultura’ ora attende circa 13 miliardi. Totale 26 miliardi, praticamente il costo di un’intera manovra finanziaria. Verrebbe da sorridere, considerando che non si trovano fondi per combattere seriamente il 12,4% di disoccupazione (come il reddito di cittadinanza, che non è un’idea del M5s ma un progetto già affermato da tempo nell’Ue) ma il buon umore sta diventando un lusso, specie se si ha coscienza – anche accademica – di quanto accade ogni giorno. Badino bene dunque il ‘rottamatore’ e il perito agrario a ciò che dicono perché – e questo dovrebbe essere proprio il campo di Poletti – chi semina vento raccoglie tempesta.

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