Marino avanti con la piazza, è il Pd il vero ‘marziano’

Marino avanti con la piazza, è il Pd il vero ‘marziano’

Chiamate, incontri più o meno segreti, voci che si rincorrono: questo è il clima d’incertezza che aleggia attorno a Ignazio Marino, che nonostante il ‘no’ compatto del Pd a un suo ripensamento sembra sempre più deciso a proseguire col suo mandato e a ritirare le dimissioni. Determinante a tal proposito l’incontro con la piazza di domenica scorsa, a cui Marino ha risposto con un “non vi deluderò”. Noi, ha proseguito, “siamo realisti, vogliamo l’impossibile”.

Mentre Marino continua a guardare avanti “perché Roma deve guardare al futuro” inaugurando strade ed emettendo decreti, si allarga la spaccatura tra gli elettori e il Partito Democratico, del resto Marino è divenuto sindaco attraverso libere elezioni mentre il Pd governa l’Italia senza essersi sottoposto al vaglio delle urne (prima Letta, poi Renzi). Se dunque il Pd della Giunta Marino dovesse presentare dimissioni compatte si verrebbe a creare una frattura insanabile tra gli elettori che hanno votato Marino (e di riflesso il Pd) e il partito stesso, un divario che testimonierebbe il sostanziale disinteresse del Pd verso il risultato elettorale e della volontà dei cittadini, che elessero Marino con il 42,6% dei consensi: un ottimo risultato, considerando che Alemanno si fermò poco sopra al 30%. La volontà di estromettere Marino potrebbe risolversi in un’emorragia di consensi difficilmente controllabile da parte del Pd, che nel caso di future elezioni potrebbe veder vacillare l’ampio margine di consensi ottenuti proprio con Marino candidato.

Marino, inoltre, ha fatto pubblica ammenda riguardo gli errori commessi ed ha restituito i soldi spesi per le tanto chiacchierate cene e relativi scontrini. Questa operazione – tra l’altro – è stato compiuta ancor prima che l’indagine a riguardo abbia portato a conclusioni certe, il che rivela la sostanziale buona fede di Marino, che non può finire in croce semplicemente per la famosa Panda rossa o per firme di dubbia provenienza. Del resto, se dovessimo giudicare un politico soltanto per questi aspetti ‘marginali’ rispetto ad altri ben più importanti (lotta alla corruzione, al divario sociale, alla mafia), ci ritroveremmo con un Parlamento fermo costantemente al lunedi mattina, giorno dedito alla ‘corrispondenza’ e pertanto sovente semideserto.

La sfiducia del Pd verso Marino costerebbe dunque la faccia allo stesso partito, reo – con Renzi in prima fila – di rifiutare invariabilmente qualsiasi tipo d’incontro con il primo cittadino dell’Urbe. Respingere il dialogo intrapartitico significa respingere al mittente anche il voto degli elettori, che hanno creduto e credono nella bontà del progetto portato avanti da Marino. Se quest’ultimo dovesse ritirare le dimissioni (cosa avallata da Sel) rispedendo al mittente l’ipotesi ‘dream team’ di renziana fabbricazione, si verrebbe a creare una situazione paradossale in Campidoglio ma che rispecchierebbe fedelmente il distacco tra la base elettorale e lo stesso Pd, cosa peraltro già osservata da Bersani.

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