Marino, ultimo atto: dimissioni

Marino, ultimo atto: dimissioni

Alla fine Ignazio Marino si è dimesso; pressato dal suo stesso partito – che lo ha lasciato solo – dai suoi assessori e dalla piazza, il sindaco dell’Urbe non ha potuto far altro che alzare bandiera bianca e lasciare l’incarico.

Il canto del cigno. “Marino, fuori! vogliamo le elezioni!” è questo uno dei tanti slogan gridati dalla folla che si è riunita fuori dal Campidoglio in attesa dei riscontri di una riunione di Giunta voluta da Marino per fare il punto sulla situazione e decidere se sia o meno il caso di proseguire con il mandato. Le richieste di dimissioni – intervallate da cori inneggianti ‘onestà’ e ‘dignità’ – sono arrivate da più parti, specialmente da simpatizzanti di CasaPound, Forza Italia, Sovranità – prima gli italiani e Fratelli d’Italia. In piazza anche bandiere e striscioni di Roma lista Marchini, Nuovo Centrodestra e Movimento 5 stelle. Da segnalare inoltre la nutrita presenza di forze dell’ordine (in ausilio alla polizia locale) schierate a mo’ di cordone per proteggere l’ingresso del Campidoglio, segnale indiretto che dimostra come anche nel palazzo si sia percepito il distacco che si è creato tra la cittadinanza scontenta e i suoi rappresentanti.

Solo in Giunta. L’assessore al Turismo Luigina Di Liegro, quello ai Trasporti Stefano Esposito e il vicesindaco Marco Causi hanno annunciato le loro dimissioni nella Giunta di questo pomeriggio: proprio le persone che il sindaco scelse nel rimpasto dello scorso luglio, voluto per dare continuità a una Giunta fiaccata dagli scandali di mafia capitale. Marino scelse la via dello schieramento monocolore, così da compattare l’organico, ma l’unione si è vista soltanto nella scelta di lasciare il primo cittadino sempre più solo; il Pd (nazionale e romano) si è via via defilato lasciando Marino in balìa delle opposizioni e dei mal di pancia della piazza.

Lo scontento della Chiesa. Marino non è stato abbandonato soltanto dai politici: il clero infatti non ha gradito né la promozione della procreazione eterologa medicalmente assistita né l’accoglimento delle coppie omosessuali nel registro comunale delle unioni civili. Marino, inoltre, ha patrocinato il gay pride ed ha sfilato alla testa del corteo lo scorso 13 giugno: tanti tasselli che hanno contribuito ad allontanare la Chiesa dal primo cittadino e con essa le persone che le gravitano attorno. E a Roma non sono poche. Le recenti affermazioni del Pontefice sul viaggio a Philadelphia appaiono solo come una postilla se confrontate con l’aria di sfiducia che si è creata nell’ambiente ecclesiastico romano.

Tutti contro Marino. Durante il mandato, il sindaco Marino si è fatto molti nemici; alcuni erano noti, altri lo sono diventati, specie quando è stato il momento di intervenire con decisione per mafia capitale. Quest’ultima non è un’entità a sé stante ma si compone di persone in carne e ossa: politici, imprenditori e anche gente comune, un piccolo esercito che tende le sue trame (politica, cooperative, gare d’appalto, pizzo etc..) e non vuol essere spodestato. Quando il Sindaco decise di fare pulizia – e ciò significava anche scomodare la politica – in molti si sono chiamati fuori da questa crociata preoccupandosi anche di fare terra bruciata attorno a Marino che – nonostante la cordata monocolore – si è ritrovato solo, a metà montagna, con una coperta larga poco più di un fazzoletto. A peggiorare le condizioni anche la pioggia incessante di critiche mediatiche, che si stanno abbattendo con un’intensità curiosamente inusuale sul capo di Marino. In questo scenario non è semplice amministrare la città e restituirle il lustro degno di una capitale – in verità già vessata da gestioni quantomeno incaute come quelle della Giunta Alemanno – e sommando questa difficoltà all’incapacità di Marino di porsi come figura autoritaria (in senso istituzionale) e di riferimento, è chiaro che risulta sin troppo semplice additare il primo cittadino come unico responsabile della situazione, silurarlo e procedere all’elezione di un nuovo Sindaco, magari anche più accomodante per certe logiche che devono restare nell’ombra. Marino ha mostrato il fianco, o meglio, alcuni lo hanno aiutato a girarsi, ma resta il fatto che una volta scoperto il calderone di mafia capitale serviva una mossa di polso per annichilire immediatamente il sistema. Marino non ha affrontato l’argomento con la rapidità e le decisione necessarie ed ha attratto su di sé ulteriori critiche che ne hanno indebolito la figura.

Le dimissioni. In giornata il Pd ha chiesto con insistenza le dimissioni del Sindaco, che in un primo momento ha deciso di rimanere ancora al suo posto e cercare di capire se ci fosse ancora qualcuno disposto a seguirlo ma poi, preso atto della situazione, intorno alle 19.30 ha rilasciato una nota in cui ha messo nero su bianco l’intenzione di dimettersi:

“Care romane e cari romani, ho molto riflettuto prima di assumere la mia decisione. L’ho fatto avendo come unica stella polare l’interesse della Capitale d’Italia, della mia città. Quando, poco più di due anni e mezzo fa mi sono candidato a sindaco di Roma l’ho fatto per cambiare Roma, strappando il Campidoglio alla destra che lo aveva preso e per cinque anni maltrattato, infangato sino a consentire l’ingresso di attività criminali anche di tipo mafioso. Quella sfida l’abbiamo vinta insieme”.

“In questi due anni – prosegue Marino – ho impostato cambiamenti epocali, ho cambiato un sistema di governo basato sull’acquiescenza alle lobbies, ai poteri anche criminali. Non sapevo – nessuno sapeva – quanto fosse grave la situazione, quanto a fondo fosse arrivata la commistione politico-mafiosa. Questa è la sfida vinta: il sistema corruttivo è stato scoperchiato, i tentacoli oggi sono tagliati, le grandi riforme avviate, i bilanci non sono più in rosso, la città ha ripreso ad attrarre investimenti e a investire. I risultati, quindi, cominciano a vedersi. Il 5 novembre su mia iniziativa il Comune di Roma sarà parte civile in un processo storico: siamo davanti al giudizio su una vicenda drammatica che ha coinvolto trasversalmente la politica. La città è stata ferita ma, grazie alla stragrande maggioranza dei romani onesti e al lavoro della mia giunta, ha resistito, ha reagito”.

“Tutto il mio impegno ha suscitato una furiosa reazione. Sin dall’inizio c’è stato un lavorio rumoroso nel tentativo di sovvertire il voto democratico dei romani. Questo ha avuto spettatori poco attenti anche tra chi questa esperienza avrebbe dovuto sostenerla. Oggi quest’aggressione arriva al suo culmine. Ho tutta l’intenzione di battere questo attacco e sono convinto che Roma debba andare avanti nel suo cambiamento. Ma esiste un problema di condizioni politiche per compiere questo percorso. Queste condizioni oggi mi appaiono assottigliate se non assenti. Per questo ho compiuto la mia scelta: presento le mie dimissioni. Sapendo che queste possono per legge essere ritirate entro venti giorni. Non è un’astuzia la mia: è la ricerca di una verifica seria, se è ancora possibile ricostruire queste condizioni politiche”.

“Questi i motivi e il quadro in cui si inseriscono le mie dimissioni. Nessuno pensi o dica che lo faccio come segnale di debolezza o addirittura di ammissione di colpa per questa squallida e manipolata polemica sulle spese di rappresentanza e i relativi scontrini successivamente alla mia decisione di pubblicarli sul sito del Comune. Chi volesse leggerle in questo modo è in cattiva fede. Ma con loro non vale la pena di discutere”.

“Mi importa che i cittadini – tutti, chi mi ha votato come chi no, perché il sindaco è eletto da una parte ma è il sindaco di tutti – comprendano e capiscano che – al di là della mia figura – è dal lavoro che ho impostato che passa il futuro della città. Spero e prego che questo lavoro – in un modo o nell’altro – venga portato avanti, perché non nascondo di nutrire un serio timore che immediatamente tornino a governare le logiche del passato, quelle della speculazione, degli illeciti interessi privati, del consociativismo e del meccanismo corruttivo-mafioso che purtroppo ha toccato anche parti del Pd e che senza di me avrebbe travolto non solo l’intero Partito democratico ma tutto il Campidoglio”.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook