Civati: «Perché questa non è solo una fine, è anche un inizio»

Civati: «Perché questa non è solo una fine, è anche un inizio»

civati“Qualcuno, un giorno, ci giudicherà.
Valuterà quello che abbiamo fatto,
ne osserverà le conseguenze.
Ci ringrazierà o forse ci condannerà.
Per sempre. E lo farà perché lui è il vero
destinatario delle nostre imprese.”
Giuseppe Civati

Immaginiamo un teatro, dove da troppi anni è in scena la stessa opera. Immaginiamo abbia avuto successo, ma, a vedere dagli innumerevoli posti vuoti, si farebbe fatica a crederlo. Immaginiamo un proscenio, scenografia appariscente, recitazione timida – si direbbe non ci si creda più ad un certo copione – pochi personaggi (sempre gli stessi), da troppo tempo.
Spettatori annoiati, qualcuno addirittura sbadiglia. D’un tratto, qualcuno esce di scena.
A vederlo, che strano ragazzo. Oltrepassa i compagni, scende dal palco, suscitando – a onor del vero, bisogna ammetterlo – un certo sconcerto. Sguardo fuori campo, ispirato, deluso e rincuorato, si dirige verso l’uscita. Per sapere dove intenda arrivare, non ci resta che seguirlo.

Caliamo il sipario su questa farsa.

Giuseppe Civati, deputato del Partito Democratico, sembra aver finalmente deciso, dopo estenuanti – per i suoi sostenitori, si intende – ripensamenti, di accogliere il suo “Independence Day”, e si appresta così ad abbandonare il suo gruppo alla Camera. Come mai proprio ora?
In fondo, e ad ammetterlo è lui stesso, le occasioni non sono mancate: Jobs Act, Sblocca Italia, riforma della scuola, ecc. … Molti commentatori, di quelli che non restano nel cuore né per la finezza retorica né per quella critica, si interrogano sul perché un semplice sopruso democratico, come l’ultima richiesta di fiducia da parte del governo Renzi, coadiuvato dall’approvazione dell’impeccabile nuova legge elettorale, che – e ne siamo sicuri – salverà il destino della nostra Italia, abbia talmente scombussolato il fragile animo del nostro Pippo da indurlo a quest’atto definitivo, ignorando che una scelta non è solo una decisione presa arbitrariamente, ma è anche “una scelta delle modalità di scelta” (Slavoj Žižek).
Insomma, quando improvvisamente ci si inserisce, come una perlina, in quel “fil rouge” che riconduce ad una certa tradizione autoritaria, bisognerebbe aspettarselo che a qualcuno non stia bene quell’inversione di rotta, proprio a quel qualcuno che, innumerevoli volte, ha tentato di far sentire il proprio dissenso, quel qualcuno i cui apporti sono stati programmaticamente vilipesi e ignorati, quello stesso qualcuno che ora dice “Basta!”.

E, così, Civati, perlomeno per ora, sembra intenda inserirsi nel Gruppo Misto, vuoi per sentirsi ancora a casa, vista l’eterogeneità del partito di provenienza, vuoi per un’effettiva mancanza di altre possibilità, tuttavia ha affermato di voler intraprendere un dialogo costruttivo con le altre aree di sinistra – sì, esistono ancora – per ponderare l’eventualità della nascita di un nuovo partito, che dia voce ai bisogni dei cosiddetti “biancosi”, gli astensionisti che Saramago dipinge nel suo “Saggio sulla lucidità”.

Ha affermato, inoltre, che continuerà a lavorare sulle questioni per le quali si è sempre battuto, rintracciabili all’interno degli articoli del suo blog [ciwati] e nei testi da lui pubblicati. In particolare, per comprendere quel sogno con il quale Civati volesse tenere fede alle promesse elettorali, si consiglia la lettura di “Qualcuno ci giudicherà”, edito da Einaudi, di cui, all’inizio di questo articolo, potrete trovare il mantra.

 Civati1Per concludere, ci si augura che questa
rinnovata disposizione d’animo di Pippo
non si risolva in un semplice prometeismo,
ma riesca davvero a recuperare quella
parte della popolazione italiana che non
si sente più rappresentata da questa
politica, in balia ormai di
squisiti populismi e
ineguagliabili qualunquismi.

Antonio Pandolfi
7 maggio 2015

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