Camera vuota per Lo Porto. Il fratello Giuseppe: «Mi vergogno di essere italiano»

Camera vuota per Lo Porto. Il fratello Giuseppe: «Mi vergogno di essere italiano»

 Parlamento-Lo PortoROMA – A guardare la panoramica della Camera dei deputati durante l’informativa del Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni,  in merito alle recenti notizie relative all’uccisione dell’operatore umanitario Giovanni Lo Porto, avvenuta ai confini tra Pakistan e Afghanistan, prende il sopravvento un senso di disagio.
Il Ministro riferisce che «l’Italia troverà il modo di onorare la memoria di Giovanni, lavoreremo per acquisire il massimo delle informazioni possibili sul tragico errore riconosciuto ieri dal presidente Obama», ma l’Aula è praticamente deserta, presenti solamente quaranta persone, che sono pure riuscite a litigare tra di loro.

Lo stesso disagio lo deve aver avvertito la Presidente di quella Camera così vuota e desolata: «Ho provato rammarico a vedere un’aula che non era così piena come sarebbe dovuta essere». Inoltre è stato necessario più di una volta che la Presidente ricordasse al deputato Angelo Tofalo del M5S il suo ruolo istituzionale, invitandolo a «mantenere uno stile parlamentare in quest’aula, non è un libero cittadino, è un deputato. Si riferisca al ministro come ministro», dopo un intervento di Tofalo dai toni accesi ed accusatori verso Gentiloni: «Lei oggi era stato messo di fronte a due possibilità: dimettersi, o venire qui a raccontarci la verità. Invece ha scelto di venire ad ammazzare Giovanni Lo Porto per la seconda volta».
Opposizioni all’attacco, con Stefania Prestigiacomo di Forza Italia a ritenere imbarazzante l’informativa del Ministro: «Lei oggi è venuto in aula e non ha detto niente. L’Italia è in grado di pesare qualcosa nelle decisioni militari degli Usa o no? Noi sappiamo che c’è una sfiducia verso l’Italia».
Critica anche la replica di Barbara Saltamartini della Lega: «Giovanni Lo Porto è stato un grande uomo, ma lo Stato italiano non può più permettere di mandare cooperanti in territori a rischio, a rischio sia per la vita delle persone che per lo Stato, che poi rischia di dover correre a salvarli. Se noi continuiamo a permettere ai nostri cooperanti di partire, saranno troppi i nostri cooperanti a rimetterci la vita e non basteranno più i minuti di silenzio».

Per Giuseppe Lo Porto, fratello di Giovanni, è stato doloroso e vergognoso, non solo come fratello ma anche da cittadino italiano, assistere ad un’informativa semideserta, con la maggior parte dei deputati ad essere già partiti per il fine settimana, con tutte quelle polemiche fatte «tra loro solo per questioni di potere. In tv litigano, alla Camera litigano, dovrebbero dare l’esempio. All’estero che immagine diamo di questo Paese? Facciamo ridere».

Giuseppe, secondo di cinque fratelli, parla a nome della famiglia, cosciente del fatto che sia solo «una questione di giorni, poi i riflettori su di noi si spegneranno, si dimenticheranno tutto. La vita va avanti, il dolore per la perdita di Giovanni resterà alla famiglia, e a mia madre». Le sue parole sono piene di stima ed affetto per un fratello che era una persona speciale, la cui vita era la cooperazione, che ha girato il mondo non solo per lavoro ma anche per passione perché amava viaggiare. Sud Africa, Afghanistan e Pakistan, Paese che aveva nel cuore, questi i luoghi dove aveva svolto il suo lavoro. Giovanni aveva scelto di lavorare per una Ong tedesca con contratti annuali che gli consentivano di poter stare in un posto per un periodo determinato e continuare a spostarsi, tornando a Palermo per pochi giorni ogni 4-5 mesi.

Giuseppe ha sete di verità, vuole sapere esattamente cosa sia successo e avere un corpo su cui piangere: «Sono passati tre mesi dal raid americano, non so come sarà il corpo di mio fratello, se esista ancora. Qualsiasi cosa sia rimasta, anche un occhio, noi ne chiediamo la restituzione». Certo, i parenti sanno che Giovanni è stato colpito per errore da un drone degli Stati Uniti programmato per dare la caccia ai terroristi di Al Qaeda, ma «qualcuno dovrà darci delle spiegazioni. Gli Usa hanno sbagliato, ma non se ne possono uscire con delle scuse». Dopo tre mesi di silenzio le scuse non bastano.

Giuseppe dubita di Obama e di quel qualcosa andato storto che attende di essere spiegato, ma crede a Matteo Renzi: «Credo sia vero che non sapesse nulla, anzi ne sono convinto. Penso che il governo prenderà come missione quella di riportare il corpo di mio fratello. In questi anni, siamo stati sempre in contatto quotidiano con la Farnesina: 365 giorni all’anno per tre anni, ci hanno sempre chiamato sia a me che a mia madre».

Paola Mattavelli
26 aprile 2015

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