DEF, no a tagli e a nuove tasse

DEF, no a tagli e a nuove tasse

 padoan-e-renziROMA — Il Documento di Economia e Finanza (DEF) è oggi all’esame del Consiglio dei Ministri, riunito per discuterne solo una bozza. Per avere il documento completo, nel quale è incluso in Piano Nazionale delle Riforme, si dovrà attendere venerdì. Per il momento quindi verranno divulgate solo le stime macroeconomiche.

Quella di oggi è stata una verifica importante per rileggere il documento e fare in modo che gli impegni presi vengano confermati, evitando così possibili obiezioni future: «Se ne avete fatele ora», questo il monito.

La Germania ci tiene d’occhio, il lavoro fatto dal nostro Governo è costantemente monitorato, e per questo motivo il Governo vuole stabilire con cura sin da ora gli obiettivi di politica economica previsti per il 2016. La futura flessibilità ottenuta dalla Commissione europea dipende dalla veridicità di questo progetto. Qui si gioca la possibilità di poter spendere fino a mezzo punto di PIL in più, il che equivarrebbe a ben otto miliardi di euro.

Le previsioni di crescita per quest’anno sono dello 0,7%, con un deficit del 2,6%, mentre per il 2016 è prevista una crescita del 1,1%, con un deficit del 1,7%. Questa crescita comporterà risparmi di spesa dell’ordine di dieci miliardi.
Scampato fortunatamente il pericolo della vigilia che faceva temere nuovi tagli agli enti locali, alle municipalizzate, ai Ministeri, ai sussidi alle imprese e alle agevolazioni fiscali. Il Consiglio dei Ministri è stato chiaro: no a tagli e a nuove tasse.

Una stima che il Governo considera prudente, essendo soltanto il minimo indispensabile per neutralizzare l’aumento di IVA e accise, sedici miliardi in più che scatterebbero il 1 gennaio 2016 per le clausole di salvaguardia che il Governo vuole appunto neutralizzare per non far collassare i primi segni di una ripresa annunciata ma non ancora realmente arrivata.

La minaccia dell’aumento di IVA e accise avrebbe comportato cinquantaquattro miliardi di tasse in più in tre anni, di cui tredici solamente nel 2016, con un costo per famiglia che arriverebbe a ottocentoquarantadue euro. Una vera e propria stangata per il momento evitata, che avrebbe annullaro gli sforzi e i sacrifici fatti fino a questo momento.

Il Premier Renzi ha rassicurato che l’IVA non aumenterà e che non ci saranno nuove tasse, manifestando all’opposto l’intenzione di destinare ulteriori risorse alle famiglie e agli incentivi alle imprese per assumere.

Per Francesco Boccia, minoranza PD e Presidente della commissione Bilancio, è però inutile rinviare il problema degli aumenti al 2017 se nel frattempo non viene messo in atto un programma di tagli veri, a partire da municipalizzate e spese di grandi ministeri «che non hanno fatto cura dimagrante».

La spendig review sarà fondamentale in questo senso; il nuovo responsabile Yoram Gutgeld, ha infatti annunciato la riduzione dei costi della macchina pubblica. Come detto dal Codacons, basterebbe partire dai cinquecento enti inutili che da soli costano dieci miliardo l’anno, come una manovra in poche parole.
Tra le misure previste dai nuovi commissari Gutgeld e Roberto Perotti c’è ad esempio il trasferimento di tutti gli uffici territoriali in un unico palazzo, e lo snellimento dei corpi di polizia, con l’accorpamento della Forestale. Presi di mira anche gli assegni di invalidità.

Altra richiesta riguarda le spese dei Comuni che andranno messe online. Proprio i Comuni lanciano l’allarme per la palese insostenibilità a reggere ulteriori tagli, dopo essersi visti togliere quest’anno 2,2 miliardi di risorse. La paura è legata all’intenzione del Governo di tassare la casa con una «local tax» che unificherebbe IMU e TASI.

Piero Fassino, Sindaco di Torino e Presidente dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) ha infatti chiesto al Premier Renzi, a questo proposito, un incontro tra sindaci e Governo: «Chiediamo di essere ascoltati prima che si emani il DEF, in modo che si possa avere un confronto aperto e che possiamo avanzare le nostre proposte. Si tenga conto soprattutto che, negli ultimi sei anni, è stato chiesto ai Comuni uno sforzo finanziario notevole, proporzionalmente superiore rispetto a quello chiesto ad altri livelli istituzionali, in particolare si è chiesto molto più ai Comuni che alle amministrazioni centrali. Diciamo chiaramente che non si può continuare a chiedere ai Comuni perché troppo spesso si dimentica che quando si parla di spesa dei Comuni si parla di asili nido, di scuole materne, di assistenza domiciliare agli anziani, di trasporto pubblico locale, di difesa del suolo, di politiche culturali. I soldi i Comuni li spendono così e guardare a noi come centri di spesa parassitaria è un errore a cui bisognerà, prima o poi, porre rimedio».

Paola Mattavelli
7 aprile 2015

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