Il CdM ha detto sì alla riforma Rai: riduzione dei membri del Cda e semplificazione

Il CdM ha detto sì alla riforma Rai: riduzione dei membri del Cda e semplificazione

ROMA — La riforma Rai al vaglio del Consiglio dei Ministri che ha approvato il disegno di legge fortemente voluto dal Premier Renzi. Con la proposta governativa è arrivato anche il documento programmatico per illustrare le linee guida di quella che dovrebbe essere la nuova politica aziendale.

Renzi vuole «liberare la Rai dalla gestione opprimente dei partiti e darle un futuro», ma «non imponiamo nessun decreto perché il Parlamento è sovrano, però chiediamo di discuterne nei tempi più stretti possibile»; quindi nel caso non venisse approvato il disegno di legge entro luglio il nuovo Consiglio di amministrazione verrà eletto con la legge Gasparri attualmente in vigore: «Luglio è il tempo necessario per evitare che si voti il nuovo Cda (il vecchio Cda scade a maggio, ndr) con la Gasparri, abbiamo quattro mesi di tempo».
Renzi assicura che la maggioranza politica non vuole assolutamente mettere le mani sulla Rai perché «se volesse farlo basterebbe che stia ferma e grazie alla Gasparri avrebbe la possibilità di nominare il Cda».

Renzi ha auspicato inoltre una semplificazione del canone, con alcune piccole modifiche da offrire al dibattito parlamentare: «Appartengo ad una cultura che vorrebbe eliminare il canone e lasciare la fiscalità generale a pagare il servizio pubblico ma è molto complesso», ma per il momento nel ddl non c’è un impegno ma solamente una delega a «sciogliere questo nodo: vogliamo far sì che non ci sia un’evasione così allucinante sul canone per cui i cittadini onesti lo pagano e altri si rifiutano».

I punti chiave del ddl che trasformerà la Rai in una Spa regolata dal Codice Civile sono: riduzione dei membri del Cda, che passano da nove a sette, con due componenti eletti dalla Camera, due dal Senato, due dal Tesoro e uno dai dipendenti Rai; l’amministratore delegato avrà più poteri «passando dalla facoltà di spesa dei 2,5 milioni di oggi a 10 milioni e ha la possibilità di nominare i vertici apicali», e sarà nominato dal Cda, scegliendolo tra i due consiglieri proposti dall’azionista, cioè il Governo; permanenza della Commissione di Vigilanza parlamentare, che qualcuno voleva abolire «ma abbiamo sottolineato l’importanza di mantenerla, perché il Parlamento deve controllare e indirizzare ma non può intervenire su budget del direttore, che deve avere la sua autonomia», in poche parole il Cda fa il Cda, «senza più rendere conto ai bilancini delle singole correnti dei partiti», e la Commissione vigila.

Ora si deve aspettare l’approdo del ddl alle Camere. Le critiche non mancano né dall’opposizione, né dalla minoranza dem, con Gianni Cuperlo a richiedere un filtro sotto forma di consiglio di sorveglianza che faccia da intermediario tra il Governo e un Cda ridotto a tre membri.
Il nodo da sciogliere rimane il legame tra l’esecutivo e l’azienda Rai che molti ritengono essere ancora troppo stretto e diretto.

Anche l’Usigrai non nasconde il suo malcontento: «Nessuna discontinuità. Non c’è la rivoluzione che noi auspichiamo. Ci aspettavamo la rottamazione della Legge Gasparri, insieme al controllo sulla Rai dei partiti e dei governi. Su questo si era impegnato il presidente del Consiglio dei Ministri. Ma la soluzione annunciata oggi non va affatto in questa direzione».

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