Ddl anticorruzione al Senato tra tensione nella maggioranza, i «troppi rinvii» e la corruzione italiana al 90%

Ddl anticorruzione al Senato tra tensione nella maggioranza, i «troppi rinvii» e la corruzione italiana al 90%

 corruzioneROMA — Il disegno di legge anticorruzione è arrivato in Aula al Senato per la discussione di duecentoventisei emendamenti, in previsione del voto finale del 1 aprile. E come un pesce d’aprile arriva il rapporto «Curbing corruption» dell’OCSE che “onorevolmente” piazza il nostro Bel Paese al primo posto tra i trentaquattro Paesi OCSE per quanto riguarda l’esposizione a fenomeni corruttivi percepita da pubblici ufficiali e politici, con una percentuale vicina al 90%, contro la percezione avvertita in Svezia, sotto la soglia del 15%.

Per una volta siamo primi in Europa, già lo si sapeva dai risultati del «Corruption perception index 2014» di Transparency International che l’Italia aveva il primato a livello europeo per la corruzione percepita. Ma non servivano tabelle e classifiche per accorgersi che i fenomeni corruttivi siano attaccati come la pece alle partecipate statali. Incalza e Perotti sono solo gli ultimi due nomi in uno scandalo che non ha mai fine e che ha “incalzato” l’avvio di un piano per la legalità e la prevenzione di questi episodi che ostacolano gli investimenti stranieri e la ripresa economica, con 10 miliardi di PIL persi ogni anno per questo motivo, con un differenziale tra prezzo finale di opere pubbliche e forniture e il loro valore di mercato. Un circolo vizioso che si autoalimenta, favorendo furbi e disonesti raccomandati a discapito del merito, capacità e titoli acquisiti di quanti sono troppo spesso costretti a lasciare l’Italia per veder riconosciuta e valorizzata la propria professionalità.

Che sia salutato da un «Alleluja! Alleluja!» alla Pietro Grasso o da un «Evviva! Evviva! Evviva!» alla Francesco Nitto Palma (FI, Presidente Commissione Giustizia), finalmente, dopo settecentotrentaquattro giorni di giacenza in Parlamento per polemiche ed ostruzionismo, è approdato a Palazzo Madama il ddl anticorruzione su corruzione, voto di scambio, falso in bilancio e riciclaggio, con la nuova responsabilità civile dei magistrati.

Pietro Grasso (PD), primo firmatario del ddl che ieri è stato messo all’esame dell’assemblea, ha auspicato la sua approvazione entro la fine della settimana, dopo tanti, troppi rinvii: «Mi sono impegnato così energicamente per rafforzare la risposta sanzionatoria e preventiva dello Stato. Per contrastare le mafie, la politica deve fare una scelta di campo chiara e inequivocabile contro l’economia sommersa, il riciclaggio, i capitali illeciti, l’evasione fiscale, i delitti societari. Uno degli aspetti più preoccupanti della corruzione è la collusione tra criminalità e politica».
I dati sulle condanne per questi reati «dimostrano che il rischio penale è infinitamente più basso di quello legato ai delitti più tradizionalmente commessi dalle mafie, nonostante tutti siano concordi nel segnalare un aumento esponenziale del fenomeno».

Cosa cambia concretamente con questo ddl?
Innanzitutto le pene, che saranno più severe, con un aumento degli anni per tutti i reati di corruzione, che passano da un minimo di 4 a un massimo di 10 anni a un minimo di sei a un massimo di 12 anni; inoltre, «se dalla corruzione compiuta deriva l’ingiusta condanna la pena passa dagli attuali 5-12 anni ai futuri 8-14 anni. Se dalla corruzione avvenuta deriva una condanna superiore a 5 anni oppure all’ergastolo la pena che oggi va da 6 a 20 anni passa da un minimo di 10 a un massimo di 20 anni. Chi deciderà di collaborare vedrà la pena ridursi di un terzo o anche metà».
Anche per la concussione, sdoppiata dopo non poche discussioni in concussione per induzione e per costrizione, la pensa aumenta passando nel primo caso da 3-8 anni a 6-10 anni, e nel secondo passa da 6-12 a 8-14.
In caso di patteggiamento, il ddl stabilisce che «l’ammissibilità della richiesta di patteggiamento è condizionata all’ammissione del fatto da parte dell’imputato e alla restituzione integrale del prezzo o del profitto del reato», con i beni sequestrati al condannato per corruzione qualora non sia in grado di dimostrarne la lecita provenienza, come già avviene per i mafiosi.
Tempi cambiati anche per la prescrizione, che vengono allungati per tutti i reati di corruzione, fino a raddoppiare. La prescrizione potrebbe essere fermata dopo la sentenza di primo grado, con l’impegno di un processo breve d’appello (massimo due anni) e una revisione in Cassazione che non può andare oltre l’anno.

In Aula sono state respinte le pregiudiziali di costituzionalità presentate da Forza Italia ed è palpabile la non compattezza della maggioranza.

Il Nuovo Centrodestra si è astenuto sulla prescrizione e ha fatto sapere, attraverso il capogruppo Nunzia De Girolamo, che «se Renzi non accetta le idee che caratterizzano la nostra presenza al governo, credo sarebbe meglio dare l’appoggio esterno; votiamo solo le leggi che riteniamo giuste ». Ipotesi però subito smorzata dal leader Angelino Alfano: «L’ipotesi dell’appoggio esterno non esiste», che si era inizialmente dichiarato assolutamente contrario all’allungamento dei tempi di prescrizione: «Se uno viene indagato e poi assolto dopo 22 anni, che gli frega di essere assolto? Il punto è la durata dei processi: il cittadino deve sapere che c’è un momento in cui lo Stato dice basta perché non ce la fa a dimostrare la colpevolezza».

Per il ministro della Giustizia Andrea Orlando non sussistono motivi per un dissenso da parte del Ncd: «Non so, il relatore è del Ncd, il testo è concordato con il Ncd… Non vedo con chi dovrebbero dare battaglia. Credo che tutti insieme battaglia dovremmo darla alla corruzione».

Apertura invece sul fronte M5S, oltre ad un piccolo show del senatore Nicola Morra con molletta gigante sul naso mentre fa ascoltare le parole pronunciate da Papa Francesco a Scampia sulla «corruzione che spuzza», che potrebbe votare tutti gli emendamenti di questo ddl proposti dalla maggioranza «nel momento in cui non annacqua il testo, ma ripropone il ddl che Grasso presentò il suo primo giorno in Parlamento. Quella legge ha molti punti in comune con la nostra. Se si vogliono fare le cose per bene, noi ci siamo. Ma Renzi e il suo governo sono sordi», queste le parole di Roberto Fico.

Da segnalare la provocazione di Lucio Barani (Gal), con le sue proposte di emendamento choc per chi si macchia di reati di corruzione che deve essere «punito con la fucilazione da svolgersi pubblicamente nella piazza principale della città ove ha sede il Tribunale competente, con la pena però che non necessariamente provochi la morte del reo o almeno 18 ore di gogna “a prescindere dalle condizioni atmosferiche”. Una proposta ammorbidita invece chiede, per chi compirà reati contro l’articolo 1, le pubbliche scuse nella piazza principale della città dove ha sede il Tribunale che lo ha giudicato».

La senatrice del gruppo misto, ex 5 Stelle, Laura Bignami ritiene che la proposta, ovviamente non accolta, sia una «offesa la dignità delle istituzioni» e ironizza: «Non è chiaro neppure il calibro dell’arma da usare e quanti colpi possano essere inferti al colpevole per evitarne il decesso. Dovrà subemendare l’emendamento».

Paola Mattavelli
26 marzo 2015

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