Jobs Act, ecco cosa prevede il decreto attuativo della riforma

Jobs Act, ecco cosa prevede il decreto attuativo della riforma

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In principio fu la legge numero 300 del 20 maggio 1970, il cosiddetto Statuto dei Lavoratori, che, all’articolo 18, prevedeva una particolare forma di tutela giuridica nei confronti dei lavoratori di aziende con almeno 15 dipendenti che fossero stati “ingiustamente” (quindi in assenza di giusta causa o di giustificato motivo) licenziati. In assenza dei suddetti presupposti di giusta causa e di giustificato motivo, il lavoratore poteva decidere di fare ricorso. L’articolo 18, oggi come quarant’anni fa, riveste ancora fondamentale importanza poiché diretto ad arginare il diffuso fenomeno dei licenziamenti illegittimi.

Una soap opera che si ripete tristemente da anni e che, si suppone, continuerà a far parlare ancora di sé in futuro. Lo scorso 24 dicembre il Consiglio dei Ministri ha presentato due decreti attuativi del cosiddetto “Jobs Act”, la legge delega per la riforma del lavoro approvata agli inizi di dicembre. «Una rivoluzione copernicana» ha commentato il Presidente del Consiglio Renzi, che ha poi sottolineato come le aziende non abbiano più scuse per non assumere. «Con i decreti attuativi per il ‘Jobs act’ si chiude un percorso che toglie qualsiasi alibi per non investire nel nostro Paese. Nessun imprenditore può dire che in Italia è presente un sistema che disincentiva la libera azienda e nessun lavoratore può dire che lo Stato si disinteressa di lui». E aggiunge: «A quelli di destra che volevano di più sul ‘Jobs act’ chiedo: in questi anni dov’eravate? E a quelli di sinistra dico: chi vi ha dato l’Aspi a 24 mesi e il contratto a tutele crescenti? Tutti bravi a dire “bisognerebbe fare di più”, noi intanto stiamo facendo».

Le principali novità dei decreti attuativi riguardano i nuovi contratti a tutele crescenti, ossia quei contratti le cui tutele sono destinate ad aumentare con il passare del tempo. Sono previste nuove regole per i licenziamenti, con la previsione di un indennizzo che, nella gran parte dei casi e per i nuovi contratti, andrà a sostituire il reintegro dell’articolo 18. Il reintegro, invece, resterà solo in caso di licenziamenti nulli e discriminatori, quindi a fronte di una “condanna” per licenziamento ingiustificato, e non potrà essere superato dal datore di lavoro con un super-indennizzo. «Se io ti licenzio per motivi religiosi o sessuali è sacrosanto che intervenga il giudice», ha detto Renzi. Fermo restando il diritto al risarcimento del danno, al lavoratore è inoltre data la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione «globale di fatto». Nel decreto attuativo, quindi, non è previsto l’opting out, ossia la possibilità per il datore di lavoro di “aggirare” il reintegro con un massiccio super-indennizzo. Gli indennizzi per i licenziamenti ingiustificati andranno da 4 a massimo 24 mensilità e l’aumento sarà di due mensilità per ogni anno di servizio. Nel testo non è stato inserito lo scarso rendimento tra i licenziamenti economici. Le nuove regole verranno applicate solo ai nuovi assunti, questo significa che chi ha un contratto a tempo indeterminato continuerà a conservare lo Statuto precedente. Inoltre, non sarà possibile licenziare per scarso rendimento. «Pensiamo non ce ne sia bisogno» ha affermato il premier. Le nuove regole previste per i licenziamenti individuali verranno estese anche alle ipotesi di licenziamenti collettivi.

Ad ogni modo la riforma del lavoro contenuta nel ddl delega, anche se non apporterà radicali modifiche così come annunciato, è destinata a cambiare molto dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Dopo il via libera del Consiglio dei Ministri ai decreti attuativi del ‘Jobs Act’ la reazione di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, non si è fatta attendere:  «Altro che rivoluzione copernicana, il governo Renzi ha cancellato il lavoro a tempo indeterminato, generalizzando la precarizzazione. Norme ingiuste, sbagliate e punitive. Ha diviso ulteriormente i lavoratori, penalizzando ancora i giovani e i nuovi assunti. Per la prima volta il governo rinuncia alla politica economica appaltando alle imprese la ripresa, consentendo la libertà di licenziare» ha commentato il leader della storica Confederazione dei lavoratori.

Per quanto riguarda la questione Ilva è stato approvato anche il decreto su Taranto, decreto che prevede il passaggio del gruppo Ilva all’amministrazione straordinaria entro gennaio e un intervento pubblico a tempo (da 18 a 36 mesi), con una modifica alla legge Marzano che contempla l’estensione alle imprese strategiche in modo tale che l’Ilva possa riprendere la produzione nel pieno rispetto dei parametri di sicurezza ambientale. I fondi per la bonifica, che ammontano a circa due miliardi di euro, saranno vincolati al risanamento ambientale. « È l’atto più emozionante del Consiglio dei ministri. La responsabilità ci chiama, e noi rispondiamo prendendo in faccia il vento che serve. Su di noi ricade di rimediare agli errori fatti in quella città che merita un grande, pubblico, diretto investimento dello Stato italiano» ha commentato il premier Renzi.

Un’altra importante novità riguarda la nuova Aspi, l’ammortizzatore sociale nato dalla riforma Fornero che dovrebbe essere esteso nella durata e nella platea. Renzi ha voluto sottolineare «l’estensione a 24 mesi delle tutele per chi perde il lavoro. Non sei più un numero, ma una persona. Lo Stato non si dimentica di te e ti aiuta fornendoti nuovi strumenti con i corsi di formazione. E’ chiaro che, chi non li fa, esce dal programma».

 Eleonora La Rocca

26 dicembre 2014

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