Trattativa stato-mafia, la deposizione di Napolitano: “Con gli attentati volevano destabilizzare il sistema”

Trattativa stato-mafia, la deposizione di Napolitano: “Con gli attentati volevano destabilizzare il sistema”

GIORGIO-NAPOLITANORoma – 86 pagine trascritte per la deposizione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, interrogato dai pubblici ministeri e dal legale di Riina. Sono state depositate oggi, nella cancelleria della Corte di Assise, come richiesto dallo stesso Napolitano e rappresentano le 3 ore di deposizione nella loro interezza.

Ciò che più interessava ai pm erano le valutazioni del Presidente e della scena politica tutta sulle stragi del 92/93 e il rapporto tra lo stesso e il consigliere giuridico Loris D’ambrosio. E proprio dalla lettera del consigliere inviata a Napolitano iniziano le domande dei giudici: “Signor Presidente, le volevo chiedere: prima di inviarle quella lettera, il Consigliere D’Ambrosio gliela aveva preannunciata? E comunque le aveva esternato la sua volontà di dimettersi dall’incarico?” A porre la domanda è il pm Vittorio Teresi, in merito alla parte della lettera in cui il consigliere confessa di essersi sentito un ‘utile scriba’ di ‘indicibili accordi’. “Assolutamente no, mi aveva solo trasmesso un senso di grande ansietà e anche un po’ di insofferenza per quello che era accaduto con la pubblicazione delle intercettazioni di telefonate tra lui stesso e il Senatore Mancino, insofferenza che poi espresse più largamente nella lettera”. Napolitano poi spiega il perché della pubblicazione dela lettera di D’Ambrosio: “Ho voluto pubblicare questi testi perché, diciamo, è mia linea di condotta il rispettare rigorosamente tutte le regole che sono poste a presidio dell’esercizio da parte del Presidente della Repubblica delle sue prerogative, quindi rispettare tutti i vincoli di riservatezza che da ultimo sono stati anche molto efficacemente ricapitolati e puntualizzati nella sentenza 1/2013 della Corte Costituzionale”. Il Presidente ritorna nuovamente a descrivere le sue senzazioni in seguito alla lettera di D’ambrosio: “Per me fu un fulmine a ciel sereno, ne rimasi molto colpito, ci riflettei e il giorno dopo lo pregai di venire nel mio ufficio, avendo già redatto una risposta che gli consegnai”. “Vi era un dato di vera e propria esasperazione. Era un uomo profondamente scosso e amareggiato perché vedeva mettere in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato”. Conclude infine il Presidente: “Quella era la lettera di un uomo sconvolto, scritta d’impulso, con l’obiettivo di dimettersi e però sapendo che ormai era dentro un certo tipo di movimento di opinione, chiamiamolo così, o comunque di campagna giornalistica che lo stava ferendo a morte”.

napolitano-leggeLa parola passa poi al pm Di Matteo che chiede: con le bombe del ’93 ci fu un ricatto della mafia? La risposta del Presidente: “Ricatto o addirittura pressione a scopo destabilizzante di tutto il sistema, avente per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del paese. Probabilmente presumendo che ci fossero reazioni di sbandamento delle Autorità dello Stato”. Napolitano, ripensando ai tempi, rievoca lo spettro del colpo di stato: “Quando il presidente del Consiglio – Carlo Azeglio Ciampi – dice ‘abbiamo rischiato un colpo di Stato’, se non c’è allora fibrillazione vuol dire che il corpo non risponde a nessuno stimolo”. Napolitano descrive uno Stato debole e smarrito dopo le stragi e, di conseguenza, un atteggiamento della mafia come di “logica unica e incalzante per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut, perché potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure di custodia in carcere dei mafiosi”.
Durante l’interrogatorio il Presidente della Repubblica, ripercorrendo gli anni del terrore con l’aiuto dei pm, ricorda la tragica morte di Borsellino e rileva: “Sono convinto che la tragedia di via D’Amelio rappresentò un colpo di acceleratore decisivo per la conversione del decreto legge 8 giugno ’92 sul carcere duro. Credo che nessuno allora pensò che, in una situazione così drammatica, si potesse lasciar decadere il decreto alla scadenza dei sessanta giorni per poi rinnovarlo. Ci fu la convinzione che si dovesse assolutamente dare questo segno all’avversario, al nemico mafioso”.

Matteo Campolongo
31 ottobre 2014

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