Renzi, i sindacati e il TFR

Renzi, i sindacati e il TFR

renzicamusso2La riforma del lavoro voluta da Renzi infiamma lo scontro ormai frontale tra governo e sindacati. La norma introdotta che consente al datore di lavoro di licenziare — anzi basta con espressioni arcaiche come «licenziamento», da oggi i lavoratori verranno «defollowati» — un dipendente con un tweet scatena la critica della CGIL, che invita il premier a tornare sui suoi passi. Per Susanna Camusso «è un attentato alla dignità dei lavoratori». Il rapporto con i sindacati è al centro di un’intervista rilasciata da Matteo Renzi al Washington Post dove parla della possibilità di un confronto ma «fondamentale è trasmettere il messaggio che, se sono contrari alle nostre proposte, devono lasciarci continuare ad andare avanti. Non siamo legati al destino dei sindacati» perché «l’Italia ha bisogno di un cambiamento radicale». Per il Presidente del Consiglio la gente è dalla sua parte e non da quella dei sindacati: «Tutto deve cambiare in Italia e cambieremo. Dopo anni di stagnazione penso che questo sia il momento in cui l’Italia può realizzare le cose che aspetta da anni. Paradossalmente la crisi è la ragione per cui dobbiamo cambiare, senza cambiamento è impossibile credere nel futuro».

Per Renzi il mercato del lavoro è fermo da anni a causa di una legislazione vecchia e «il sistema futuro in Italia richiederà una forte riduzione delle leggi. È importante permettere a un imprenditore di scegliere un lavoratore e, se necessario, licenziarlo». Il governo assicurerà un sostentamento al lavoratore licenziato attraverso un programma di formazione e, al termine di questo, con un’agenzia nazionale per la ricerca del nuovo lavoro.

Per la Camusso, leader di CGIL, il sindacato può contare su un ampio consenso: «Stiamo lavorando per preparare la manifestazione del 25 ottobre (…) siamo di fronte al fatto che si vuole modificare l’articolo 18 anche per coloro che già ce l’hanno», dunque «mi pare aumentino le ragioni della mobilitazione».

Non è mancata la replica di Matteo Renzi che sfida Susanna Camusso dicendo che «quando la CGIL sarà in piazza, noi saremo a fare la Leopolda. Ci hanno anche risolto il problema di chi fa la manifestazione contro». Un botta e risposta che da una parte vede il premier parlare di «grande rispetto per tutti i sindacati, però dov’erano in questi anni in cui i diritti dei ragazzi venivano cancellati, i diritti dei cassintegrati venivano improvvisamente svaniti? Dov’erano quando siamo passati dal 7 al 13% di disoccupazione? Non c’erano. Tornano in piazza ora? Bene! Viva! Che bello! Io nel frattempo non mollo e continuo a cercare di cambiare un Paese che ha bisogno di avere forse un po’ meno discorsi astratti e un po’ più proposte concrete come stiamo facendo noi», dall’altra la Camusso a rispondere con sarcasmo «perché togliere ad un giovane Presidente del Consiglio delle illusioni? Lasciamogliele».

Intanto il Presidente del Consiglio annuncia altri 100 euro dall’anticipo del TFR in busta paga: «Ne discuteremo nei prossimi giorni. Ma anziché tenere i soldi da parte alla fine del lavoro te li do tutti i mesi», così «se recuperi 180 euro, nel giro di un anno vuol dire che inizi ad avere un poter d’acquisto maggiore». La preoccupazione maggiore è che «se diamo il TFR — che così com’è esiste solo in Italia — subito in busta paga ci sia un problema di liquidità per le piccolissime imprese, le grandi ce la fanno». L’idea sarebbe questa: l’ABI (Associazione Bancaria Italiana) potrebbe dare alle piccole imprese i soldi che arrivano dall’Europa per poter garantire la liquidità necessaria, assicurando in questo modo al lavoratore più soldi da spendere. Ipotesi bocciata da CGIL, CISL e UIL. Per Susanna Camusso «sono soldi dei lavoratori, non è un nuovo bonus, il lavoratore deve essere libero di decidere cosa farne», anche perché messo in busta paga viene tassato maggiormente. Anche Anna Maria Furlan (CISL) non vuole che i lavoratori paghino più tasse sul TFR e Luigi Angeletti (UIL) assicura che l’unica strada per rilanciare i consumi non è mettere il TFR in busta paga ma tagliare le tasse sul lavoro.

Ora si aspetta la riforma del lavoro, questione di giorni e non di anni come in passato. Per Renzi «il lavoro non è un diritto ma è molto di più, è un dovere» perché «quando una persona perde il posto di lavoro è una sconfitta per tutti» e «quelli che dicono che non dobbiamo fare niente perdono una grande occasione».

Paola Mattavelli

1 ottobre 2014

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