Direzione Pd, fallisce il dialogo ma passa il Jobs Act

Direzione Pd, fallisce il dialogo ma passa il Jobs Act

 

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ROMA- La direzione Pd ha approvato il documento finale sulla delega lavoro. Hanno votato a favore la maggioranza e i “giovani turchi” e si è divisa l’ Area riformista: una parte si è astenuta e un’altra ha votato contro. I sì sono stati 130, i no 20, 11 astensioni. La mozione è passata con l’86 per cento dei consensi. Il documento approvato prevede : “una rete più estesa di ammortizzatori sociali”, in particolare “con risorse aggiuntive a partire dal 2015”, una “riduzione delle forme contrattuali” e un “rafforzamento dei servizi per l’impiego, integrando pubblico e privato e terzo settore”. Per quanto riguarda la “disciplina sui licenziamenti economici”, viene escluso il diritto di reintegro, che viene sostituito da una indennità economica commisurata all’anzianità di servizio. Il “diritto al reintegro” rimane per il licenziamento “discriminatorio” e per quello “disciplinare”.

Un risultato positivo per Matteo Renzi che arriva solo dopo una lunga giornata di confronti e scontri.

Era arrivato in ritardo di 44 minuti Matteo Renzi alla direzione del Partito Democratico. Il Premier -consapevole della spinosità dell’incontro- aveva preso tempo per limare alcuni punti all’ordine del giorno e proporli ai suoi. In sintesi Renzi ha confermato che l’articolo 18 va “superato”, mantenendolo soltanto nei casi di licenziamento di tipo “discriminatorio e disciplinare” (questa è stata una prima novità). E ancora, come annunciato ieri sera da Fazio, l’intenzione di inserire da gennaio 2015 il Tfr nelle buste paghe a patto che ci sia un protocollo tra Abi, Confindustria e governo.

Una parziale apertura, quella di Renzi, che oggi pomeriggio sembrava essere sufficiente a conciliare gli animi (tanto che una minoranza del Pd si era messa a lavoro su un documento di sintesi), ma che poi in serata si è rivelata inefficace, con la conseguenza di una rottura vera e propria all’interno del partito.

Nel pomeriggio Renzi- parlando del job act- ha dichiarato: ”Costruiamo un nuovo Welfare, votiamo una posizione chiara sulla riforma del lavoro. Nessuno ha la clava, le mediazioni vanno bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi”. E ancora: “Non siamo un club di filosofi ma un partito politico che decide, certo discute e si divide ma all’esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta”.

Secondo il Presidente del Consiglio all’esistenza dell’Art. 18 va data una motivazione “di sinistra”: “Io credo” – ha spiegato – “che l’attuale reintegro vada superato certo lasciandolo per il discriminatorio e per il disciplinare”. “Se vogliamo dare tutela ai lavoratori” – ha continuato- “non è difendendo una battaglia che non ha più ragione di essere che ci riusciamo”, ma costruendo “una rete più estesa di ammortizzatori sociali”. Ed ha aggiunto: “per me questa riforma è di sinistra se la sinistra serve a difendere i lavoratori e non i totem”.

Un altro passaggio dell’intervento di Renzi ha riguardato le riduzioni dei costi del Patto di Stabilità. Ci saranno –ha evidenziato- “almeno due miliardi di euro di riduzione del costo del lavoro” e un miliardo di “spazio di patto” per gli investimenti dei Comuni . Nel patto sono ancora previsti gli 80 euro e la possibilità del Tfr da mettere mensilmente in busta paga da gennaio 2015.

Di risposta al discorso di Renzi la minoranza del Pd ha reagito (solo in un primo momento) con prudenza. Pur ammettendo che un’iniziale apertura c’è stata, secondo Cuperlo “togliere l’obbligo di reintegro per manifesta infondatezza del motivo economico non risolve il problema, anzi rischia di indebolire la forza contrattuale di quei lavoratori. Quella norma ha avuto effetto di deterrenza, se la togli indebolisci il lavoratore che avrà più difficoltà a dimostrare la discriminazione. E togliere a un giudice la possibilità di intervenire non produrrebbe un beneficio nella nostra economia ma una lesione costituzionale”. Ma sono soprattutto D’Alema e Bersani ad aprire lo scontro.

Per D’Alema -che invita a mettere da parte gli spot-la norma è stata riformata due anni fa dalla legge Fornero e in un paese bene ordinato cambiare norme ogni due anni non è cosa saggia”. “Personalmente avrei concentrato ogni sforzo sulla crescita”- ha detto- “Stiglitz”- ha poi spiegato- “dice che il mercato del lavoro non si riforma quando c’è recessione, ma quando c’è crescita. Sentire un presidente del consiglio dire è giusto che il padrone possa licenziare senza avere diritto al reintegro che tanto ci pensa lo Stato e questo non ha i soldi è una cosa che non induce esattamente al consumo. Ma questo lo dice Stiglitz che” -sottolinea ironico –“capisco è un vecchio rottame della sinistra, ma è un premio Nobel. Premio che i giovani consiglieri qui presenti non sono ancora riusciti ad ottenere. Matteo devi anche pensare a quelli che le cose le sanno non solo a quegli altri”. 

Durissime anche le parole di Bersani: “Raffreddiamo la testa, dobbiamo affrontare i problemi del paese. Noi sull’orlo del baratro ci andiamo per il metodo Boffo e non per l’articolo 18, se uno dice la sua lo deve dire senza che gli sia tolta la dignità. E poi: “Vedo neofiti della ditta, dei neoconvertiti, che mi spiegano come si sta in un partito, ma non funziona così, perché voglio discutere di una svolta di questa natura prima che ci sia un prendere o lasciare, prima che mi si incarichi di far traballare il governo”. Sull’articolo 18: “C’ero io due anni fa con Fornero e Monti” sulla riforma dell’art.18, “è stato un passaggio complicato, può essere migliorato ma non mi si dica che è simbolico perché riguarda concretamente 8 milioni di persone”. Bersani a difesa dell’Art. 18 ha poi preso d’esempio la Germania: “La Germania ce l’ha l’articolo 18 e ha preso quattro punti in più di Pil”.

Il Pd, sembrava diretto verso una profonda spaccatura fino a poco prima dal voto. Proprio in quel momento Renzi aveva comunque chiuso l’incontro dicendo che “Trovo che discussioni come quella di oggi siano discussioni belle, anche quando non siamo d’accordo. Trovo che questo sia per me un partito politico, un luogo in cui si discute. Poi, mi piace pensare che in Parlamento si voti tutti allo stesso modo. E’ stata questa la stella polare quando ero opposizione nel partito, lo è a maggior ragione oggi”.

Il segretario alla fine ne è uscito bene. Con l’ordine del giorno approvato. Resta il fatto però che all’interno del suo partito ci sia una forte opposizione con cui prima o poi dovrà fare i conti.

Luigi Carnevale

29 settembre 2014

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