Il voto sulle riforme ha sollevato numerose polemiche: critiche dai senatori della maggioranza, l’opposizione abbandona l’aula

Il voto sulle riforme ha sollevato numerose polemiche: critiche dai senatori della maggioranza, l’opposizione abbandona l’aula

senatoRoma – “Ci vorrà tempo, sarà difficile, ci saranno intoppi. Ma nessuno potrà più fermare il cambiamento iniziato oggi”. Questo il ‘tweet’ di Matteo Renzi in riferimento al Ddl Boschi, approvato a Palazzo Madama con 183 voti a favore e 4 astensioni. Ora il provvedimento andrà alla Camera dei deputati per la seconda lettura, ne occorreranno almeno quattro, come avviene per i Ddl di tipo costituzionale. Il ministro per le riforme Maria Elena Boschi ha dichiarato: “E’ il primo segnale importante della voglia di cambiare il Paese ed è la capacità di rispettare gli impegni presi con i cittadini”.

Sull’altro piatto della bilancia pesano però i tanti malumori, già manifestati nei giorni scorsi attraverso numerose e colorite proteste, che si sono riproposte anche durante il voto. Tra le file della maggioranza 16 Senatori del Pd – di cui 2 astenuti – 19 di FI, 8 di Ncd e 2 del gruppo Per l’Italia non hanno preso parte alla votazione del disegno di legge. Tra i nomi illustri dei dissidenti all’interno del Pd troviamo Vannino Chiti, Felice Casson, Lucrezia Ricchiuti, Corradino Mineo e Walter Tocci.

Non hanno partecipato, in aperta polemica, anche Lega Nord e Sinistra ecologia e libertà. La prima votazione si è quindi conclusa con l’aula semivuota in cui solo Pd, FI e Ncd hanno espresso il loro giudizio sul Ddl che, a detta di Paolo Romani – capogruppo di FI – porta due firme: “Quella di Renzi e quella di Berlusconi. Stiamo scrivendo una pagina storica ma al governo non riconosciamo il merito di aver tagliato le tasse. Vi siete dimenticati delle aziende – aggiunge – Noi faremo opposizione vera, leale e responsabile”.

I senatori pentastellati, usciti dall’aula in quanto contrari al Ddl e inviperiti dopo le denunce riguardanti il fenomeno dei ‘pianisti’ e delle ‘palline’ incastrate nelle buchette dei pulsanti dei seggi – specie tra i banchi di Forza Italia – hanno invaso il ‘Transatlantico’. Augusto Minzolini, uno tra i dissidenti più attivi, ha attaccato il presidente Grasso e ha dichiarato: “Non voterò e uscirò dall’aula al momento del voto. Spero che nell’iter della riforma la sapienza si sostituisca all’insipienza. Sono allibito” e aggiunge “la conduzione dei lavori mi ha convinto a rivolgermi alla Corte europea”. Poi ha lanciato i suoi strali verso il premier: “La seconda delusione è Renzi: si poteva dar vita a carta condivisa, invece, serve come diversivo per coprire l’incapacità del governo a varare riforme vere. Sarebbe meglio abolire del tutto il Senato invece che farne un organismo inutile e dannoso”.

Massimo Mucchetti, Pd, sul blog aveva annunciato: “Non partecipo al voto perché non intendo condividere, almeno in questa prima lettura, una riforma costituzionale che ritengo sbagliata per alcune ragioni principali, la prima è costituita dai tempi. La priorità del governo avrebbe dovuto essere l’economia: la notizia di questi giorni non è il Senato che approva questa legge ma l’Italia in recessione”. A questo ‘J’accuse’ si aggiunge quello di Vannino Chiti: “Secondo me così complicheremo il sistema e deluderemo i cittadini“. Il relatore designato per il Ddl, il leghista Roberto Calderoli, dichiara lapidario: “Mi astengo. Testo così è incostituzionale. Ma vorrei precisare una cosa: il canguro è nato con Mancino, però l’ho svezzato e cresciuto io. Il suo di canguro è stato un canguro col jet nel sedere”.

Per Sel ha preso parola Loredana De Petris: “Questo è solo l’inizio della battaglia, vi illudete di aver vinto, ma alla fine la saggezza dei cittadini rimanderà al mittente questa riforma che rappresenta un dissesto dell’architettura costituzionale. Da domani questa battaglia si sposterà alla Camera e poi nel Paese in vista del referendum, che il governo si aspettava come un plebiscito e invece non è detto che vada come l’esecutivo spera. I senatori del Movimento 5 Stelle si sono affidati alle dichiarazioni di Vito Petrocelli: “Consegnerò le centinaia di mail arrivate alle caselle di posta di tutti i senatori con gli emendamenti che gli italiani avrebbero voluto fare alla riforma. Davvero non potevamo sopravvivere senza questa riforma? Pensate alla riforma della costituzione quando arrivano le bollette sempre più alte e non riuscite a pagarle?” si domanda sarcasticamente il capogruppo dei pentastellati al Senato.

Anche Gal – gruppo grandi autonomie e libertà – non era in aula al momento del voto e, attraverso Antonio Scavone, vicepresidente vicario del gruppo rende noto: “Avremmo dovuto tutti contribuire a una vera rifondazione del nostro Paese, a partire da questa riforma costituzionale, ma purtroppo questo desiderio è rimasto frustrato. Il risultato a cui siamo arrivati è una grande occasione perduta. Per questo, pur nell’indomita speranza che i successivi passaggi parlamentari siano caratterizzati da responsabilità, dignità e orgoglio, abbiamo deciso di non partecipare al voto finale del provvedimento”.

In sostanza, nonostante l’esito positivo della prima votazione, la riforma è un progetto in divenire, che adesso passerà alla Camera dei Deputati per la seconda votazione. Non si possono escludere né modifiche al testo né ulteriori proteste in merito al Disegno di legge, osteggiato dall’opposizione e dai critici all’interno del gruppo di maggioranza.

Davide Lazzini
9 agosto 2014

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