Basta l’attenzione per fare politica? Fabrizio Corona alla prova del consenso

Fabrizio Corona non sceglie una conferenza stampa, una sede di partito o un congresso per annunciare il suo ingresso in politica. Lo fa davanti alle telecamere di Falsissimo, il format con cui negli ultimi anni ha costruito un pubblico personale e trasformato ogni rivelazione in un evento. Anche la sua “discesa in campo” segue lo stesso copione: un nome, “Per la Verità”, un movimento definito liberale e antisistema e una sequenza di frasi pensate per diventare titoli.
Il paradosso di un candidato che non può candidarsi
Alla base della nuova discesa in campo di Fabrizio Corona, però, c’è già un paradosso non da poco: il fondatore di “Per la Verità”, almeno allo stato attuale dei fatti, non può essere eletto. A impedirglielo è l’interdizione perpetua dai pubblici uffici derivante da una condanna definitiva, una pena accessoria che continua ad avere effetti anche dopo la conclusione delle pene detentive.
Questo non impedisce a Corona di fare politica. Può fondare e promuovere un movimento, partecipare alla campagna elettorale, intervenire nel dibattito pubblico e sostenere altri candidati. Ciò che non può fare (finché permane l’interdizione) è presentarsi personalmente alle elezioni e ricoprire una carica elettiva. Una distinzione importante, specie considerando quanto “Per la Verità” sembri costruito intorno alla sua figura. Il nome di Corona, il suo pubblico e il suo modo di comunicare costituiscono per ora il principale capitale politico del movimento.
Corona List, Catania, Per la Verità
Non si tratta del primo tentativo dell’ex paparazzo di avvicinarsi alla politica. L’idea di trasformare la propria fama in consenso elettorale compare nella sua storia già diversi anni fa, anche se fino a oggi non si è mai concretizzata in una vera esperienza istituzionale.
Nel 2018, ospite di “Un giorno da pecora” su Rai Radio1, Corona annunciava l’intenzione di fondare un proprio movimento politico. Il nome scelto allora era “Corona List” e, almeno secondo le sue dichiarazioni, l’ingresso in politica sarebbe dovuto avvenire nel giro di cinque anni. Quel primo progetto non ebbe seguito, ma un secondo tentativo più concreto arrivò nel 2023 a Catania, quando annunciò la propria candidatura al Consiglio comunale nella lista del Movimento popolare catanese, a sostegno dell’avvocato Giuseppe Lipera. Il progetto si fermò prima delle urne, proprio a causa della sua interdizione perpetua.
Dal 2018 a oggi cambiano quindi i nomi, le circostanze e le ambizioni, ma rimane costante il tentativo di trasferire sul terreno politico un capitale costruito altrove, basato soprattutto sulla capacità di attirare l’attenzione.
Il metodo Corona: quando l’attenzione diventa potere
È proprio l’attenzione la materia che Fabrizio Corona conosce meglio. Prima ancora di un’organizzazione territoriale, di una classe dirigente o un elettorato definito, “Per la Verità” parte da un pubblico che molti movimenti appena nati conquistano faticosamente. Negli ultimi anni Falsissimo ha raccolto una comunità numerosa abituata al suo linguaggio, alle sue provocazioni e alla promessa ricorrente di rivelare ciò che gli altri non direbbero.
Il meccanismo ormai è riconoscibile: c’è una rivelazione annunciata, un nemico da individuare, una versione ufficiale da contestare e una contrapposizione tra chi conoscerebbe la verità e chi, invece, apparterrebbe al “sistema”. Il linguaggio è diretto, aggressivo e fortemente polarizzante. Soprattutto, non ha necessariamente bisogno di generare consenso perché nell’economia dell’attenzione anche l’indignazione produce visualizzazioni, commenti e condivisioni. Il sostenitore diffonde un contenuto perché vi si riconosce; il detrattore perché vuole contestarlo. Entrambi finiscono per aumentarne la circolazione.
Il passaggio da Falsissimo a “Per la Verità”, sotto questa lente, sembra una prosecuzione dello stesso racconto. Cambieranno anche gli argomenti, ma rimane una struttura comunicativa fondata sull’assoluta centralità del personaggio e sulla promessa di parlare senza filtri, schierandosi contro le convenzioni e contro un sistema dal quale Corona si presenta come estraneo.
Non sarebbe la prima volta che una notorietà costruita fuori dalla politica viene trasformata in capitale elettorale: in questi casi il confronto non riguarda programmi, biografie o peso politico (che restano profondamente diversi) ma il funzionamento della comunicazione. Donald Trump rappresenta probabilmente il caso contemporaneo più evidente: una celebrità già dotata di un enorme capitale mediatico che ha costruito la propria comunicazione politica sulla personalizzazione, sulla polarizzazione, sul rapporto diretto con il pubblico e sulla contrapposizione con l’establishment. In questo tipo di comunicazione la controversia non è un incidente da evitare ma il motore. Non occorre essere apprezzati da tutti quando si riesce a essere al centro di qualsiasi conversazione, è proprio uno dei meccanismi principali della comunicazione politica contemporanea e che rende riduttivo liquidare operazioni come quella di Corona soltanto come provocazioni destinate a esaurirsi.
Corona stesso sceglie però un altro precedente, molto più vicino alla storia italiana: Silvio Berlusconi. Anche in questo caso le differenze sono evidenti, ma il richiamo alla “discesa in campo” rivela l’ambizione di fondo.
Che Corona sia capace di conquistare l’attenzione lo sappiamo, lo ha dimostrato in questi anni. Rimane però da capire se essere ascoltati, seguiti e discussi sia sufficiente per risultare credibili quando dalla provocazione si passa alla rappresentanza. Per quanto una comunità digitale possa somigliare a un bacino elettorale, pubblico ed elettorato non sono necessariamente la stessa cosa.




