Nel deserto del Gobi la Cina fa funzionare il solare anche di notte. E qui da noi si continua a discutere di PNRR

Provate a immaginare la scena. Il sole è tramontato da sei ore sul Gobi, il deserto più spietato dell’Asia centrale: temperature che di giorno bruciano e di notte gelano, sabbia a perdita d’occhio, il nulla più totale. Eppure, in quel nulla, dei tubi pieni di sale continuano a essere caldi come la lava e a produrre elettricità come se il sole non se ne fosse mai andato. Non è fantascienza. È un impianto industriale che oggi, mentre voi leggete, sta davvero facendo questo.
Si chiama Hami, è nello Xinjiang, ai piedi dei monti Tianshan, e lo ha costruito China Three Gorges, il colosso statale che in Cina progetta dighe e centrali come da noi si progettano rotatorie. Numeri semplici da capire, ma da restare a bocca aperta: 1 gigawatt di potenza, 260.000 specchi motorizzati, 800.000 metri quadrati, più o meno 110 campi da calcio, che inseguono il sole tutto il giorno e concentrano il suo calore su tubi dove scorre sale fuso portato a 550 gradi. Quel sale bollente finisce in enormi termos giganti, coibentati, e quando il sole se ne va viene usato per fare vapore, girare turbine, mandare corrente in rete. Per otto ore filate, ogni notte. Senza una sola batteria al litio.
Fermiamoci un attimo su questo dettaglio, perché è quello che conta davvero. Da anni, in Occidente, la narrazione sull’energia verde è tutta appiattita su un’unica ricetta: pannelli e pale eoliche di giorno, batterie di notte. Il problema è che quelle batterie hanno bisogno di litio, cobalto, terre rare, materie prime che noi non abbiamo e le cui filiere, guarda caso, sono in larghissima parte controllate proprio da Pechino. Ci hanno spiegato per anni che l’unica strada per accumulare energia solare era quella, cara e dipendente da un fornitore che è anche un concorrente geopolitico. E adesso lo stesso Paese che controlla quelle filiere ci mostra che esiste un’altra strada, fatta di acciaio, specchi e sale da cucina ingigantito: fisica del calore, non chimica da laboratorio. Roba che sapremmo costruire benissimo anche noi, se solo qualcuno decidesse di farlo.
Hami non è un esperimento da laboratorio: produce oltre 2 terawattora l’anno, abbastanza per 830mila famiglie, e taglia quasi un milione e mezzo di tonnellate di CO2. Costo dell’operazione: circa 480 milioni di dollari, cifra che da noi basterebbe a malapena a coprire le consulenze e i ricorsi al TAR prima ancora di piantare il primo palo di un parco eolico offshore. Il sistema di specchi, un cosiddetto “Fresnel lineare”, è pure più efficiente del 10% rispetto ai modelli tradizionali, ed è organizzato in 46 circuiti indipendenti: se uno va in manutenzione, gli altri restano accesi. Concretezza, non slogan da conferenza stampa.
Ora, sia chiaro: non stiamo qui a fare il tifo per un regime a partito unico, dove non esiste un comitato del no, non esiste una Soprintendenza, non esiste un’associazione ambientalista che fa causa per lo scavo di una fondazione. Quella libertà che in Occidente rallenta tutto è anche la libertà che ci teniamo stretta, ed è giusto pagarne il prezzo in termini di velocità. Ma sarebbe da ingenui liquidare Hami dicendo “tanto loro non hanno regole”: la Cina ha scelto di investire soldi veri su una tecnologia che funziona con leggi della fisica vecchie di due secoli, invece di inseguire l’ennesimo miracolo annunciato e mai realizzato. È pragmatismo industriale, il contrario esatto dell’ambientalismo ideologico che da noi blocca le pale eoliche in nome del paesaggio e poi importa gas dall’estero.
Il punto, brutale ma onesto, è questo: il posto più ostile della Terra oggi produce energia stabile anche di notte, mentre da noi le bollette continuano a dipendere dal vento che tira o non tira, e ogni progetto energetico rischia di finire impantanato tra un ricorso e una conferenza dei servizi. Se ce la fa il Gobi, la domanda su cosa impedisca a noi di farcela davvero non ha molto a che fare con la tecnologia. Ha a che fare con la volontà di costruire, punto.




