Smoking Fields, i terreni fumanti del Sud Pontino

Smoking Fields, i terreni fumanti del Sud Pontino

Il 13 Giugno ha preso concretezza un’indagine indetta alcuni anni fa dalla Procura di Roma – Sezione Distrettuale Antimafia. Dal GIP sono stati emessi dei provvedimenti che autorizzavano il Compartimento della Polizia Stradale Lazio e Umbria e il nucleo dei Carabinieri Forestali di Latina a procedere l’operazione per 8 sequestri preventivi, 5 perquisizioni domiciliari e 6 perquisizioni locali. L’operazione dell’Antimafia si chiama Smoking Fields; prende il nome da appezzamenti di terreno fumanti e riguarda un traffico non regolamentato di rifiuti che coinvolge tre aziende, due in provincia di Latina, l’altra a Roma. Dal 2014 l’azione dei Comitati Pontini, che lamentavano una situazione dei terreni altamente discutibile e una qualità dell’aria in forte peggioramento, si tradusse nell’indagine delle autorità, fino ad arrivare ad oggi quando 3 aziende, 1 discarica, 4 appezzamenti di terreno, 2 siti a Pontinia, 2 a Roma e 10 mezzi come autocarri, semirimorchi sono stati sottoposti ad un sequestro preventivo per traffico illecito di rifiuti. Trai 23 indagati è stato posto anche un congelamento di denaro per più di un milione di euro.

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Diversi sono i reati contestati e tutti hanno a che fare con l’illegale gestione dei rifiuti; varie le accuse mosse, dal concorso in traffico illecito di materiale organico al falso ideologico in atto pubblico. E’ una grossa inchiesta che va a toccare qualcosa di cui le persone dovrebbero essere tremendamente gelose: la loro vita. Le vere indagini che hanno portato all’operazione di due settimane fa sono andate avanti per mesi, condotte dal NIPAAF e dal Gruppo CC di Latina. Attraverso strumenti avanzati di ripresa con rilevazione geotermica è stato possibile appurare che in alcune zone la situazione sembrava essere irregolare. Con l’avanzare delle indagini, le autorità hanno chiamato ad intervenire anche l’ARPA Lazio (Agenzia Regionale Protezione Ambientale), un organo parastatale, che ha potuto riscontrare nelle zone sospette il superamento di alcuni limiti previsti dalla legge nel corretto utilizzo del compost prodotto dalle fabbrica. Prima di spiegare cosa c’è che non va nel compost che era stato seppellito nei terreni pontini si cercherà di fare il punto sulla situazione dei rifiuti e delle aziende coinvolte, in particolare esamineremo il ciclone in cui è stata coinvolta la S.E.P srl, Società Ecologica Pontina.

Una volta raccolti, i rifiuti utili si dividono in rifiuti riciclabili e rifiuti recuperabili. Nell’ambito del nostro discorso, che riguarda l’indagine Smoking Fields, parliamo di rifiuti recuperabili quindi tutto ciò che è definito organico, l’umido e il verde. Il materiale organico è un rifiuto recuperabile e non riciclabile come lo sono la plastica o la carta. Ciò che è considerato riciclabile è quel rifiuto dalla cui lavorazione si ottiene il prodotto originario. E’, quindi, recuperabile il materiale organico che può essere trasformato in compost. Qui c’è da fare una precisazione. Il compost può essere di vari livelli, di alta qualità ed è utilizzabile come fertilizzante oppure di qualità bassa ed è impiegato come materiale di riempimento nelle discariche. Detto ciò si può tornare all’inchiesta dell’Antimafia. Nella Provincia di Latina sono due le aziende più grandi che si occupano del traffico di rifiuti organici, la ACEA Ambiente ex Kyklos srl e la S.E.P srl. Dal 2013 ad oggi queste due aziende hanno creato una specie trust nel recupero dei rifiuti organici all’interno della Provincia di Latina. Si precisi che il costo che paga un comune nella provincia generalmente all’azienda per recuperare rifiuti organici è pari a 170 euro, cifra mostruosa rispetto a quanto spende un comune al Nord.

 

Le aziende legate al recupero di questo genere di rifiuti ricevono dalla regione un’imposizione che stabilisce il numero massimo in termini di peso in tonnellate di rifiuti organici gestibili, attraverso i quali produrre compost di alta qualità. La S.E.P aveva un tetto massimo di produzione che si aggirava intorno alle 50.000 tonnellate. Cosa è accaduto per cui la S.E.P, in accordo con due altre aziende, una discarica e dei proprietari terrieri, è stata messa sotto accusa? Le operazioni di recupero dei rifiuti organici non sarebbero stata fatte correttamente. La S.E.P per aumentare le tonnellate di rifiuti trattati, avrebbe fatto carte false. I comuni pagavano perché l’azienda generasse dal materiale organico compost di alta qualità, ma, seguendo la logica del profitto, la S.E.P ha probabilmente  preferito di pagare proprietari terrieri per seppellire compost di pessima qualità (ovviamente più economico), non avendo altro modo per disfarsene. In questi termini la S.E.P avrebbe potuto continuare a garantire gli immensi numeri di recupero, tra l’altro sempre in crescita, e aumentare i profitti semplicemente riducendo i costi (in maniera illecita) per ottenere un compost che, nonostante fosse di bassa qualità, sapevano come piazzarlo. In sostanza sembrerebbe che la logica fosse questa: trattare più rifiuti possibili, fare del compost di qualità, rispettando i numeri consentiti; tutto il surplus invece veniva trasformato nel più economico compost di bassa qualità e fatto sparire, seppellendo illegalmente, corrompendo proprietari terrieri. Tutte queste sono congetture giornalistiche che cercano di spiegare in quale modalità avrebbe preso forma il reato imputato alla S.E.P e alle altre aziende.

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Come si ottiene il compost? E che significa compost di bassa qualità? Generalmente funziona in questo modo: in azienda arrivano i sacchi di organico ancora chiusi, questi vengono aperti e svuotati su lastra meccanica; mentre i rifiuti fanno il loro percorso, gli operai dell’azienda si impegnano a separarli dal materiale organico; anche se plastica, carta, vetro non dovrebbero essere nei sacchi d’organico, ma questo è un altro discorso che riguarda l’ignoranza ambientale dei cittadini italiani. Purtroppo, siccome in Italia “la colpa è sempre di qualcun altro” i cittadini sono i primi a consegnare sacchi di organico con qualsiasi cosa dentro. Quindi, prima di tutto, un sacco di organico, quando arriva in un’azienda ecologica, per prassi deve essere svuotato e separato da tutto ciò di visibile che non è organico. Dopo essere passati sulla lastra e sotto le mani dei lavoratori i rifiuti vengono convogliati all’interno di un grosso contenitore dove dei forti magneti attirano tutti i rifiuti metallici. In seguito dall’organico vengono separate anche le parti residuali di plastica, vetro e carta presenti attraverso tecniche che possono variare da azienda ad azienda. Alla fine del processo di ottenimento del compost da rifiuti organici, questi vengono imballati e lasciati degradarsi per circa un anno all’interno dei reattori.

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Per norma il compost di prima qualità, quello che produrrebbe la S.E.P, si dovrebbe ottenere tendenzialmente con questi procedimenti. Capirete che se la S.E.P e le altre aziende sono state sottoposte ad un sequestro preventivo molto probabilmente non seguivano queste normative. Tant’è vero che in alcuni scatti sono visibili dei terreni dove emergono residui di plastica. Si potrebbe presumere che il “compost” gettato segretamente in quei terreni sia stato ottenuto saltando il primo passaggio, quello della fase di separazione manuale.  Dunque, chiedere un prezzo per compost di qualità, saltare, probabilmente, la prima fase del processo di realizzazione del compost, quella manuale, quella più costosa, ma produrre ugualmente compost che a quel punto poi doveva sparire. Dove? Sotto i terreni di qualche proprietario terreno, seguendo con estremo cinismo un solo imperativo: “guadagnare!”. Ma quando capiremo che è ciò che sta uccidendo il nostro pianeta?

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Grazie all’azione delle forze dell’ordine è stato possibile smascherare un’infrazione che andava avanti, probabilmente, da più di 4 anni. In violazione delle normative AIA la S.E.P produceva ingenti quantità di rifiuti, come ha dichiarato l’ARPA, invece che compost di qualità utilizzabile come fertilizzante. Per questo i terreni, sotto i quali veniva seppellito ciò che non può, purtroppo, neanche essere definito compost, fumavano. Non siamo nella Terra dei Fuochi, ma ora è certo, per quanto fossero già in molti a sostenerlo, che anche il Sud Pontino inizia a scottare. Nel frattempo la S.E.P non è stata chiusa, è necessario che rimanga aperta, come ha affermato la commissione ambientale, perché non esistono altre strutture nella Provincia che potrebbero farsi carico del lavoro della S.E.P. L’Italia è questa e non cambia mai: un’azienda che sta rovinando la vita dei suoi concittadini ha ancora il diritto di lavorare. Come nota il GIP Claudio Carini la S.E.P avrebbe sversato nei terreni pontini 57 mila tonnellate di rifiuti classificati come non pericolosi. L’azienda ha creato danni devastanti e irrimediabili per la salute pubblica ed è concreto il rischio che i rifiuti potrebbero aver contaminato i campi adiacenti coltivati di ulivi e granturco. Nonostante ciò la S.E.P è ancora aperta. Ora, per concludere, non ci resta che attendere nuovi sviluppi provenienti dall’Antimafia. Il fatto che sia l’Antimafia ad occuparsi di questo caso, forse ci suggerisce che c’è qualcosa di molto più grande dietro. Magari non si tratta soltanto di compost di qualità, magari c’è dell’altro ancor più nocivo, magari non si tratta soltanto della S.E.P, ma un business in cui sono coinvolte anche le Ecomafie.

 

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