La storia del 1° Maggio: la festa dei lavoratori è una tradizione

La storia del 1° Maggio: la festa dei lavoratori è una tradizione

In occasione del 25 Aprile sui social circolavano post o meme che ironizzavano su come viene vissuta la festa della Liberazione dagli italiani. Un umorismo senza dubbio impregnato del moralismo classico che contraddistingue la nostra cultura. Il problema, dal mio punto di vista, non è come la festa viene vissuta ma il grado di consapevolezza su quello che è avvenuto e perché. Nel caso del 25 Aprile, ad esempio, sarebbe bene che ai nostalgici del regime, ora probabilmente sovranisti popolusti, venisse ricordato che in nessun momento della storia italiana si può parlare, come durante la Resistenza, di volontà popolare, di movimento e partecipazione dal basso. Quindi, è come se per passare a proprio piacimento quella giornata di festa fosse richiesto di sapere, cosa e perché è successo. Ma seriamente, facendo in modo di abbattere, almeno per un giorno, ogni residuo di fascismo che alberga, ancora, in qualcuno di noi.

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Lo stesso sarebbe opportuno che fosse per il 1° Maggio, un’altra festa di cui, probabilmente, le ragioni sono meno note. Sicuramente è diffusa la consapevolezza che si celebra la festa dei lavoratori; ma la storia ha un carattere diverso e di respiro internazionale. Il 1° Maggio non è soltanto una festa italiana, ma un giorno dove quasi tutti gli stati occidentali celebrano la riduzione della giornata lavorativa ed altre conquiste sociali. Il motto fu coniato in Australia nel 1855: “otto ore per lavorare, otto per svagarsi, otto per dormire”. In seguito, fu la Prima Internazionale a mettersi all’opera affinché questi obbiettivi venissero raggiunti. Nel congresso del 1866 di Ginevra lo slogan diventava una proposta concreta, “otto ore come limite legale dell’attività lavorativa”. Nello stesso anno, lo Stato dell’Illinios emanò una legge che definiva la giornata lavorativa in otto ore, ma con molte restrizioni che ne limitassero l’applicazione. Con l’entrata in vigore della legge, 1 Maggio 1867, a Chicago venne organizzata per l’occasione una grandissima manifestazione. Ci volle qualche anno perché le istanze dei lavoratori di Chicago diventassero di tutti i lavoratori statunitensi.

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Così dopo una serie di manifestazioni indette nel centro di New York, il 1° Maggio del 1886 fu scelto come termine dopo il quale i lavoratori americani non avrebbe lavorato per più di otto ore al giorno. Da questa presa di posizione scaturì un accesissimo conflitto fra il popolo lavoratore e le forze dell’ordine, difensori delle pretese dei capitalisti. Fu a Chicago, il centro della lotta, dove gli scontri assunsero un carattere decisamente cruento. I fatti, conosciuti come la rivolta di Haymarket, furono terribili. Si tentò di placare con il fuoco la folla in sommossa per diversi giorni; durante il conflitto un anarchico che partecipava alla manifestazione gettò una bomba di dinamite contro la polizia, causando 6 morti e una cinquantina di feriti. Il primo caso di dinamite nella storia degli Stati Uniti fu punito brutalmente. Quei 4 giorni di rivolta, dall’1 al 4 Maggio, culminati con la morte di 6 agenti federali dovevano essere simbolicamente puniti. Venne ufficializzata un anno dopo la condanna a morte per impiccagione di 7 anarchici, mentre il 1° Maggio diventava un giorno di commemorazione, con l’intento dell’allora presidente americano di limitarne la portata socialista. Ma l’anima del socialismo non si spense di fronte ai Martiri di Chicago, anzi ebbe la forza di diffondersi ancor più efficacemente.

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Lavoratori di tutto il mondo cercavano di emanciparsi dalla rigidità del padrone. Siamo all’origini della nascita di una regolarizzazione del lavoro salariale. Durante la Seconda Internazionale i socialisti riuniti a Parigi stabilivano il 1° Maggio come festa dei lavoratori europei. Due anni dopo la festa divenne ufficiale anche in Italia. Lo spirito era quello che si poteva leggere sui manifesti rivolti a sensibilizzare le masse circa l’evento. Uno appeso a Napoli nel 1890 recitava: “Lavoratori ricordatevi il 1° Maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l’Internazionale!”.

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Il governo Crispi usò impegnative misure di prevenzione per sventare la manifestazione del 1° Maggio. Da un lato, dunque, la mano pesante del governo, dall’altra un movimento operaio acerbo, per diverse e molteplici ragioni storiche, non lasciavano ben sperare sulla prima manifestazione su scala nazionale dei lavoratori italiani. “La manifestazione del 1° Maggio ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista”, dalle parole di Antonio Labriola, esponente socialista, si evince che la manifestazione superò di gran lunga le aspettative. Fu inaugurata da allora la tradizione del 1° Maggio, un’occasione di “festa e di lotta” che riuniva tutti i movimenti operai europei. Ogni movimento nazionale, dal canto suo, rivendicava le proprie esigenze; in un primo momento, ad esempio, in Italia il movimento dei lavoratori trascurò le otto ore come attività lavorativa legale concentrandosi sull’adempimento di alcuni diritti civili e sociali (la miseria della masse, il suffragio universale). Solo durante il Fascismo la festa fu spostata al 21 Aprile, in quanto il regime ritenne sovversive le celebrazioni svolte in occasione del 1° Maggio. Nel dopoguerra la situazione fu riportata alla normalità.

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Nella storia della Repubblica il 1° Maggio fu caratterizzato nei primi decenni dalle faziosità politiche e sindacali. Solo nel 1970 tutti i lavoratori ricominciarono a celebrare la festa del lavoro tutti insieme, senza distinzioni politiche. Ad oggi, indubbiamente la festa non ha più il valore di prima. Trai lavoratori e i sindacati si è creata una frattura insanabile. Lo stesso mercato del lavoro è cambiato in maniera così radicale da non produrre più grandi masse operaie. Quella carica che fu in grado di far progredire dal punto di vista civile il nostro paese è venuta meno. La Festa del Lavoro, oggi, è un giorno di festa più che di rivendicazione. Quindi diffidare dai passatisti che cercheranno qualcosa che non esiste più.

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Dagli anni ’90 l’evento più grande del 1° Maggio è, infatti, il “concertone”, che ogni anno non riesce a sfuggire dalle critiche e dai moralismi. L’anno scorso fece scalpore Sfera Ebbasta con due Rolex ai polsi mentre cantava sul palco. Si sottolineava l’antitesi tra il concerto e la Festa del Lavoro. Ecco per prevenire qualsiasi simile insignificante “scandalo” anche quest’anno, è opportuno farsi una domanda e capire che la festa è un ricordo, una tradizione ma il suo significato è cambiato. Non preoccupatevi dell’inadeguatezza di quel cantante, perché il giovane lavoratore si sentirà rappresentato da lui. Quella è la sua aspirazione, la sua lotta di classe. Entrare nel capitalismo, sfruttarlo. Proteggersi dal denaro, avendo denaro. Non si può sperare che il 1° Maggio abbia i caratteri di una volta, quelli che nascevano da un mondo che oggi non esiste più.

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