Manovra da 47 miliardi di euro: “l’Italia s’è desta”, italiani ko

di Roberto Mattei

Il Consiglio dei ministri approva la manovra economica 2011-2014 da 47 miliardi innescando le proteste generali del mondo politico e istituzionale per i numerosi tagli che potrebbero compromettere il corretto funzionamento dei servizi pubblici locali. Appuntamento ora per il 25 luglio alla Camera dei Deputati.

Da questa notte l’Italia non è più ufficiosamente un paese sicuro. Lo confermerebbero alcune indiscrezioni trapelate sulla manovra economica approvata questa sera dal consiglio dei ministri. Un campanello d’allarme era già squillato ieri l’altro con l’intervento del sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto, che aveva attaccato duramente la “cura” ai conti pubblici del ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti. Un intervento da 47 miliardi di euro  cosi suddivisi: 1.8 miliardi per quest’anno, 5.5 per il prossimo e, udite, 39.7 miliardi concentrati nel biennio 2013-2014!

L’impressione questa volta è che l’ex vicepresidente di Forza Italia non abbia agito da psichiatra quanto da medico legale, uno specialista che opera con persone senza vita, uccise da anni di malgoverno e che, visti i numerosi tagli alla spesa pubblica, rischiano di non aver un giorno nemmeno una degna sepoltura.

Non vogliamo essere apocalittici ne ci fa piacere  annunciare pericoli che non siamo in grado di prevedere, ma la situazione è veramente preoccupante; lo scopo principale della manovra finanziaria varata dal Consiglio dei Ministri è quello di restituire all’Italia credibilità sui mercati internazionali: il debito pubblico italiano, in rapporto al Pil è, insieme a quello greco, tra i più alti d’Europa e di conseguenza il Paese rischia di essere coinvolto in una crisi senza vie d’uscita. In poche parole, i costi della spesa pubblica (uscite) superano i ricavi derivanti dalle imposte dirette (entrate) generando quello che in gergo viene definito “deficit pubblico”. Per pareggiare questo “sbilancio”, lo Stato “chiede in prestito” del denaro a banche, imprese e individui con la promessa di un ritorno, nel tempo, con le dovute maggiorazioni (interessi). Così quando acquistiamo obbligazioni (BOT e CCT), noi investiamo del denaro mentre lo Stato può sostenere le sue spese fisiologiche.

Con la programmazione economica pluriennale di oggi dovremmo avere in tre anni un deficit vicino al pareggio  ma sarà deleterio per il popolino che, per l’ennesima volta, sarà chiamato a sacrifici ai limiti della sopravvivenza umana. Se quella varata dalla Grecia nell’aprile del 2010 per rimettere a posto i conti pubblici venne definita da alcuni media una manovra da “lacrime e sangue”, ed era solo da 4,8 miliardi di euro, cosa potrà mai accadere all’Italia tra il 2012 e il 2014? Nel frattempo la deindustrializzazione avanza, la storica povertà del meridione peggiora sempre di più e il nuovo impoverimento del nord è destinato ad aumentare. La politica sta soffocando le imprese, spostando all’estero, soprattutto in Asia: industrializzazione, ricchezza e cultura civile. L’unica salvezza è rappresentata dagli Stati Uniti d’Europa, un’ipotetica unione politica che, grazie al proprio know how e diplomazia, potrebbe risollevare le sorti di tutta l’euro-zona. Purtroppo nel nostro Paese non si avverte tutto ciò ma si fa di tutto per andare contro la volontà degli elettori.

Per il momento non siamo ancora alla frutta ma lo saremo tra qualche anno. Per il momento, a consolarci ci sono le “medicine” del dott. Tremonti: imposta dello 0,15 per cento sulle transazioni finanziarie; tassa del 35 per cento sul trading finanziario delle banche, cioè sull’attività di acquisto e vendita di azioni o obbligazioni per lucrare le differenze di prezzo tra costo di acquisto e ricavo di vendita; tagli agli stipendi dei ministri; proroga del blocco dei turn over nelle pubbliche amministrazioni; pagamento di 10 euro su  ogni ricetta per le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e  un ticket di 25 euro per ogni “codice bianco” al pronto soccorso;  tasse sui ricorsi tributari; riduzione pensione di reversibilità per le badanti che sposano uomini anziani, congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici fino al 2014; abolizione degli ordini professionali (esclusi: avvocati, notai, architetti, medici, farmacisti e ingegneri) per la tutela del principio di libertà d’impresa; liberalizzazione degli orari dei negozi, una norma che già da ora fa molto discutere e che porterà senz’altro il personale dipendente a lavorare come bestie, sfruttato da datori di lavoro senza scrupoli per molte ore al giorno; tagli a regioni, province e comuni; accorpamento di enti; pensioni a 65 anni per le donne. Insomma una vera e propria «bomba ad orologeria» – come l’ha definita Pierluigi Bersani – che prima o poi esploderà provocando scioperi e proteste, così come è accaduto nel Paese ellenico, contro le nuove misure di austerità.

Le proteste contro il provvedimento dell’esecutivo sono già iniziate. Il presidente della Conferenza delle Regioni nonché governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, ha attaccato duramente la manovra del governo per le «scelte gravi che possono porre a rischio servizi pubblici fondamentali in settori come il trasporto locale e la sanità», rimarcando la necessità di «superare la logica dei tagli lineari che stanno soffocando i trasporti pubblici locali, il servizio sanitario, la scuola, la formazione e il welfare». La paura è che le misure del governo possano creare una lunga serie di inefficienze senza scartare addirittura il blocco delle attività. Preoccupa anche l’introduzione dell’imposta forfettaria al 5 per cento, per i giovani imprenditori con età inferiore a 35 anni e della durata di 5 anni perché per l’ennesima volta in Italia si continuano a violare dei “precetti” costituzionali secondo i quali tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Perché mai un quarantenne dovrebbe essere escluso da un simile trattamento visto che è anche compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Siamo di fronte alla solita discriminazione nei confronti degli over 35, persone troppo giovani per andare in pensione ma troppo “vecchie” per poter trovare un impiego, vittime di un mondo del lavoro dove si viene assunti non per le proprie capacità e studi, bensì per le possibilità del datore di lavoro di poter fruire di sgravi fiscali o contributivi. Basta aggirarsi all’interno di una grande centro commerciale per constatare di persona come il 90 per cento della forza lavoro sia costituita da ragazzini.

Lo scopo della politica è infatti quello di “accalappiare” i giovani, più facili da “plasmare”, perché non hanno ancora idee politiche radicate come i “vecchi”. Accontentandoli con norme e leggi che ne agevolano l’inserimento professionale avviene, in maniera inconscia, il voto di scambio. Se questi signori sostassero per un istante dinanzi ai centri provinciali per l’impiego vedrebbero file impressionanti di adulti, con una moglie e dei figli che, grazie alle loro leggi inique, non sanno più dove sbattere la testa. Ma il “colpo di mano” che impensierisce il mondo dell’informazione è la norma che prevederebbe l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti. «Se è così siamo in presenza di un fatto gravissimo e inaccettabile – ha dichiarato Franco Siddi, segretario generale FNSI (sindacato unitario dei giornalisti italiani) – «Con una norma che riguarda la manovra economica verrebbero cancellate tutte quelle professioni che si fondano su di una base etica fondamentale, oltre che sulla sapienza tecnica, scientifica o professionale. Non si capisce peraltro cosa c’entri con l’economia e con i fattori dello sviluppo e della crisi del Paese. Si dice che vengono abrogate le norme che restringono l’accesso o introducono regole per l’esercizio della professione, salvo che per farmacisti, notai, autotrasportatori e architetti. E’ un ulteriore motivo d’allarme nella stagione in cui si parla di legge per mettere il bavaglio all’informazione e cercano di aggirare parlando di economia, un tema che non ha niente di economico. Noi giornalisti non siamo attaccati al nostro ordinamento ma, è evidente, che sembra che si vogliano cancellare le nostre garanzie, che ci obbligano a raccontare fatti di pubblico interesse secondo il criterio della verità, col principio dell’indipendenza e secondo la propria deontologia professionale. Se così non è sia fatta chiarezza al più presto»! Anche l’associazione indipendente dei giornalisti “Lettera 22”, ha fatto sentire la sua voce attraverso il presidente Paolo Corsini: «Il principio di libertà d’impresa giustamente affermato dal governo non si adatta ad uno status particolare come quello del giornalista. Questo perché, se la libertà di espressione a mezzo stampa è assicurata dalla Costituzione a tutti i cittadini, l’appartenenza all’Ordine dei giornalisti serve invece a garantire la professionalità di chi svolge per mestiere questo delicato compito, nel quale si possono causare danni enormi, non meno gravi di quelli compiuti da architetti o avvocati».

Ci auguriamo che le misure del governo non siano il preludio a una crisi economica di estrema gravità e ridimensionata agli occhi dell’opinione pubblica, tale da portare al fallimento dello Stato, disordine sociale e distruzione totale dell’economia.

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