Il vizio del vitalizio

di Federico Cirillo

Scivoli d’oro, auto blu, privilegi, voli di stato, vitalizi: ebbene si, c’è qualcosa in cui l’Italia può vantare l’onore (o disonore?) di esser prima. A delineare questo, vergognoso, quadro è un dossier della Stampa, secondo il quale gli onorevoli del Bel Paese vengono pagati il doppio rispetto ai colleghi europei. Così, mentre un deputato dell’House of Commons, ha diritto al rimborso spese per i pasti solo se le sedute si protraggono oltre le 19.30, e per i taxi quando i lavori terminano dopo le 23.00, gli omologhi nostrani godono sempre e comunque dei rimborsi: 1300 euro, mensili ovviamente, solo per i trasferimenti da casa fino all’aeroporto, per giungere, comodamente, a Montecitorio.

Parlamentari italiani che, grazie a benefit a raffica, rimborsi a cascata, diarie e vitalizi come se piovesse, vengono retribuiti più del doppio di quelli tedeschi ed inglesi, tre volte di più rispetto ai cugini francesi e, addirittura, quasi quattro volte rispetto alla media europea: risultato? Finalmente primi!  Proprio nei giorni precedenti alla discussione e la votazione sul bilancio, dunque, la situazione è a dir poco ambigua e presenta un forte gap, un clamoroso baratro tra i “privilegi della casta” e la reale condizione di un paese, sempre più sommerso dal debito pubblico, trafitto dagli scioperi di massa, falcidiato dai licenziamenti e soffocato da problemi ormai neanche più presenti all’interno dell’affollatissima agenda governativa – tra rave-party a Pontida, celebrazioni nuziali, P3, P4 e Lele Mora che vanno ad incasellarsi numerosi tra gli impegni istituzionali. Di fatto, mentre un lavoratore qualsiasi, povero sventurato, deve lavorare almeno 40 anni per una pensione più che modesta (tra l’altro il governo studia un modo per alzare i limiti d’età), per un “onorevole” (e qui le virgolette sono d’obbligo) ne bastano ben 5: ebbene si, infatti il vitalizio dei deputati scatta dopo soli 5 anni di mandato effettivo e viene erogato a partire dal 65° anno di età, potendo, comunque scendere fino al 60esimo in relazione agli anni di mandato parlamentare svolti, con cifre che partono da un minimo (?) di 2468 euro (alla faccia del minimo) ad un massimo di 7460 euro. Il tutto suona come un vero e proprio schiaffo alla relazione annuale dell’Inps, la quale mostra che la metà delle pensioni percepite dagli italiani è inferiore ai 500 euro: un mezzo, insomma, della metà di un vitalizio minimo di un parlamentare qualsiasi. Giustificate e sensate, dunque, le proteste e la rabbia esplosa in tutto il web; la Rete non tarda a farsi sentire e l’indignazione monta costante e frenetica anche nei tanti gruppi nati sui social network più popolari: “Aboliamo il vitalizio ai parlamentari”, “Petizione contro il vitalizio ai politici” e altri non dissimili. A rasserenare l’animo, o almeno a tentar di farlo, prova a pensarci il ministro Tremonti, il quale, a giorni, presenterà un disegno di legge che, dice lui, taglierà i costi della politica, una norma inserita nel pacchetto di legge della manovra economica correttiva da 43 miliardi di euro che il Governo istruirà la prossima settimana. Il disegno di legge prevede una riduzione dei compensi pubblici, una diminuzione sulla cilindrata delle auto blu (come se, poi, ridurre le cilindrate possa equivalere a ridurne significativamente il costo), riduzione del finanziamento ai partiti (seppur senza specificare di quanto, rimanendo così un aleatorio gioco retorico) e un accorpamento tra elezioni e referendum a partire dal 2012. Queste le linee guida per quanto riguarda la stesura del primo comma di ogni articolo ma, come ricorda bene Massimo Gramellini sulla Stampa: “Se ogni legge italiana avesse soltanto il primo comma, saremmo la nazione più civile della Terra. In esso è riposto il principio universale, la regola chiara, il termine inderogabile”, poi immancabilmente corretto, modificato e variato con i successivi che vanificheranno, tramite astuti ganci ai quali appendersi, il precedente!

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