“Si lo voglio”. Il matrimonio nell’antichità: usi, costumi e curiosità

Il matrimonio, inteso nella sua definizione essenziale, come l’unione fisica, morale e legale dell’uomo che diventa marito e della donna, che diventa moglie, in completa comunità di vita, al fine di fondare la famiglia e perpetuare la specie, può essere considerato un’istituzione universale, comune a tutti i popoli conosciuti di ogni continente e di ogni epoca.

Mentre risulta vano il tentativo di risalire alle forme originarie dell’istituzione, rimane tuttavia il fatto assodato che tutte le popolazioni attualmente note, conoscono il matrimonio come vincolo socialmente riconosciuto fra individui singoli, lo sottopongono a leggi restrittive o ingiuntive spesso molto precise e severe e, nella maggior parte dei casi, gli attribuiscono carattere di lunga durata e stabilità.

 

Nonostante negli ultimi anni si sia assistito ad un progressivo sconvolgimento dei tradizionali  concetti di famiglia e sessualità,  sia dal punto di vista della morale che da quello civile, rimane indiscusso il fascino dell’istituto del matrimonio ma soprattutto di tutto il mondo che si cela dietro la celebrazione delle nozze. La cerimonia, il concetto di eternità o più semplicemente il desiderio di rendere pubblico l’ accordo fra due innamorati di dedicarsi l’un l’altro la vita, rimane uno dei riti più diffusi ed amati della nostra epoca. Che venga vissuto con fede dal punto di vista religioso, o dal punto di vista civile come la proclamazione di un impegno, nonostante le polemiche e le critiche, rimane la scelta più diffusa per tutte quelle coppie che decidono di diventare famiglia. Questo probabilmente non è dovuto esclusivamente al fatto che la cultura occidentale provenga da quella matrice cattolica che dall’epoca tardo antica ha forgiato molti aspetti della nostra quotidianità, imponendo il modello di famiglia basata sul sacramento cristiano del matrimonio. Molto probabilmente infatti le radici devono essere ricercate ancora più lontano: tutte le civiltà infatti, avvicinate o separate da precetti religiosi, elementi antropologici e specifici riti, sono accomunate dalla presenza dell’istituto civile del matrimonio monogamo .

La moderna parola italiana matrimonio deriva dal termine latino matrimonium a sua volta frutto dell’unione di due termini, mater (madre) e munus (dovere), dunque compito della madre. Il termine infatti veniva contrapposto alla parola e dunque al concetto di patrimonium, ovvero il compito del padre nel senso di provvedere al sostentamento della famiglia. L’utilizzo di tale termine con riferimento all’unione nuziale si sviluppò con la nascita del Diritto Romano e andò ad indicare l’istituto del contratto matrimoniale e delle relative situazioni socio-patrimoniali ad esso legate.

Osservando le società antiche è interessante vedere alcune particolari pratiche e alcuni elementi comuni. Salterà chiaramente agli occhi come al di là della cultura, della società, dell’epoca, uno dei più grandi affanni e delle più grandi soddisfazioni rimanesse e rimanga tutt’oggi, l’organizzazione del grande giorno. Alcuni elementi che preoccupano gli sposi moderni, come banchetti di nozze, doni e celebrazioni pubbliche, sono in realtà delle costanti che da secoli caratterizzano questo fondamentale rito che getta le basi dell’istituto fondante la società civile.

Epoche, civiltà, culture e consuetudini molto lontane fra loro, presentano caratteristiche elementari comuni

Osservando l’istituto matrimoniale dal punto di vista antropologico è chiaro che esso rappresenta la sintesi di tutta una serie di concetti legati all’individuo e al suo ruolo nella società. Ed appare evidente che il giorno in cui tale istituto si consolida e prende forma, sia fondamentale che venga festeggiato dando importanza agli sposi, alle famiglie, al ruolo sociale, un po’ come accade ancora ai giorni nostri.

Il matrimonio nell’antico Egitto rispecchiava una delle  caratteristiche fondanti della società stessa: il concetto che vedeva l’uomo e la donna come esseri uguali,in una situazione del tutto paritaria. E dunque  per tale cultura la completezza dell’esistenza umana era data dalla completezza della relazione dell’individuo con uno dell’altro genere. Ptahhotep, visir della V dinastia, diceva: “Se tu sei saggio, costruisci una casa e fonda un focolare”.

Per quanto riguarda le abitudini legate al fidanzamento e alla celebrazione del matrimonio non possediamo moltissime notizie. Ma sappiamo che la libertà di cui godevano i giovani egiziani permetteva, quasi come ai nostri giorni, di frequentarsi, conoscersi e dunque scegliere l’anima gemella. Non vi erano ingerenze familiari o imposizioni. Le fonti non ci hanno tramandato di particolari riti religiosi o civili legati al matrimonio. Abbiamo però alcune notizie legate ai doveri dello sposo e del padre. Sappiamo che era pratica piuttosto diffusa che il giovane durante il fidanzamento  offrisse doni alla futura sposa. Mentre  una vera e propria  pratica paragonabile alle nostra cerimonia era un rito di consegna: al momento dell’inizio della convivenza la sposa veniva affidata dal padre al marito che riceveva la dote più o meno cospicua a seconda dell’estrazione sociale della famiglia.

La sposa legittima era una soltanto, ma era lecito avere una o più concubine, in particolare nel caso in cui la consorte non fosse stata in grado di garantire della progenie,  concedeva pieno accordo alla relazione extraconiugale affinché il marito avesse comunque la possibilità di avere degli eredi. Sono frequentemente attestati i matrimoni fra consanguinei; spesso fra zii e nipoti, o fra cugini. Meno diffusi, se non nel caso della famiglia faraonica, fra fratelli. Erano consentiti anche i matrimoni fra fratellastri. Nella cultura egiziana la donna sposata manteneva il pieno possesso dei suoi beni anche se il marito aveva l’obbligo di mantenere la consorte. La donna aveva la massima libertà nell’amministrazione dei propri beni sia nella quotidianità che nelle scelte testamentarie. Possediamo al riguardo un documento interessantissimo, il testamento di una donna, Naunekhet, della XX dinastia. Questo testo, legalizzato e redatto davanti a una corte giudiziaria, disponeva che, degli otto figli che aveva avuti, una figlia in parte e due figlie e un figlio completamente fossero esclusi dalla eredità materna, avendo trascurato la madre nei giorni della sua vecchiaia.

Valeria Vaticano

21 novembre 2012

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