Questione di bellezza!

“Oggi si vanno a comprare le vesti in Cina, a cercare le perle negli abissi del Mar Rosso e lo smeraldo nelle viscere della terra. E per di più si è inventato di bucar le orecchie: non bastava è chiaro portare gioielli al collo, fra i capelli o alle mani, dovevano essere conficcati”

 (Gaio Plinio Secondo) 

Vogue Italia di qualche mese fa ha pubblicato un articolo dal titolo “La schiavitù dell’immagine”, ovvero un commento alla crescente importanza che l’immagine ha nelle carriere di personaggi pubblici, legati al mondo del cinema e della moda, e di come attraverso il loro modo di vestire, di portare i capelli o di presentarsi in pubblico, abbiano plasmato attorno a se stessi un vero e proprio personaggio e di conseguenza siano diventati icone e modelli da imitare.

Attualmente il mondo della moda è sempre più coinvolto in polemiche legate alla magrezza, alla chirurgia estetica, all’apparire ad ogni costo. Un argomento come questo si colloca abbastanza bene all’interno del ben più ampio dibattito legato allo spreco, al lusso e alla crescente  necessità di mostrarsi al meglio. I nostri tempi sembrano attanagliati da una vera e propria corsa all’apparire, al sembrare più belli, più interessanti, più attraenti. Apparentemente questa tendenza sembrerebbe una smania del tutto nuova, sconosciuta prima di oggi.

La storia ci racconta qualcosa di diverso. Certamente l’enorme cassa di amplificazione costituita dai mezzi di comunicazione tanto veloci, fruibili e diretti, ha ingigantito il fenomeno, ma la difficoltà di assimilare la cosmesi, il lusso dell’abbigliamento e della cura personale eccessiva, come fatti positivi, ha origini molto antiche.

Potrebbe sembrare inoltre  che argomenti come bellezza, moda, gusto, mal si concilino con le serie e austere discipline dell’archeologia e della storia. Si potrebbe ipotizzare che i più frequentati campi di indagine nel mondo degli studi archeologici siano per lo più legati all’economia o alla cronologia degli eventi. Non si può negare che effettivamente gli studiosi si sono da sempre interessati ovviamente alla comprensione della storia e dei suoi avvenimenti più importanti, o che gli studiosi abbiano approfondito maggiormente tematiche legate alla sfera politica, militare e amministrativa. Ma all’interno degli studi si sono aperte tutta una serie di possibilità che hanno modificato sia l’approccio che i dati.

La letteratura, la scultura, la pittura ma anche le testimonianze quotidiane rinvenute all’interno di uno scavo sono ricche di preziosi elementi riferibili ai costumi e alla moda nell’antichità.

Ad esempio ricche pagine di letteratura latina, da Platone, Plinio a Ovidio, fanno riferimento ai gusti delle donne in fatto di abbigliamento e maquillage. Un affresco o una statua a seconda dell’epoca e del contesto in cui è stato realizzato, rappresentano il gusto estetico  e le scelte stilistiche della moda del momento.

Anche nell’antichità esisteva un sentito dibattito circa le scelte femminili legate all’immagine  e alla moda. In particolare la cosmetica fu per molto tempo motivo di preoccupazione e polemiche. L’arte della cura della bellezza era intesa nel mondo greco come arte della contraffazione e dell’inganno, rappresentando dunque una minaccia per tradizionalisti e moralisti che difendevano strenuamente i costumi austeri degli avi. Per i Greci la minaccia proveniva da Oriente: le massicce importazioni di beni di lusso come tessuti, cosmetici, profumi rappresentavano una fonte certa di corruzione per l’etica greca che aveva come modello comportamentale maschile l’eroe omerico e come riferimento femminile la casta e laboriosa Penelope, donna dedita alla cura della casa e all’educazione della prole, che difficilmente si sarebbe lasciata ammaliare dalla vanità e dalle pratiche ad essa connesse.

Gli ingannevoli artifici usati dalle donne per apparire più belle di quanto non fossero o per dissimulare un corpo non più tonico o una pelle meno elastica, venivano considerati pratiche da cortigiane che da tale falsa bellezza ricavavano un tornaconto economico.

L’imperativo categorico che la morale corrente, decisamente maschilista, vorrebbe imporre alle donne è la ricerca della vera bellezza, quella dignità  di comportamento accompagnata da un sano e casto moto domestico cui ogni marito vorrebbe che la propria moglie fosse dedita.

La cosmetica, l’arte di farsi bella, profumarsi e agghindarsi non ha a Roma miglior fortuna; i moralisti vagheggiano un ritorno ad una antica dignità e parsimonia repubblicana contro il dilagare del lusso e della prosperità apportatrici di corruzione e di licenziosità. Secondo Seneca tutte queste cattive attitudini possono essere rintracciate inizialmente nell’eccessiva cura del corpo.

Fra i prodotti di bellezza il più temuto da Plinio è il profumo “fra i lussi il più vano (….) infatti perle e gemme passano agli eredi, le vesti durano nel tempo, i profumi si dissolvono istantaneamente e muoiono appena nati”. Continua parlandone in modo negativo e citando le cifre astronomiche che implicava l’acquisto di un profumo. Scrive infatti che una libbra di profumo poteva superare i 400 denari, cifra con la quale all’epoca di Plinio si poteva tranquillamente acquistare addirittura

Lo Stato Romano nel tentativo di arginare le sempre più massicce importazioni di generi di lusso dall’Oriente, emanava appositi editti censori regolarmente disattesi in quanto la richiesta di tali merci era sempre più vasta e pressante. Lo stesso imperatore Tiberio, preoccupato per il disavanzo della bilancia dei pagamenti con l’Oriente che ai suoi tempi raggiunse 100 milioni di sesterzi annui, deprecò, parlando in Senato, le massicce importazioni di articoli di lusso.

Lusso, vestiti preziosi, gioielli, cosmetici, profumi, sono per le donne considerati alla stessa stregua di quei valori negativi dell’uomo quale ambizione sfrenata, sete di potere e denaro, esibizione di potenza economica che venivano considerati come volgari espressioni della degradazione della morale.

La donna che si agghindava, che si truccava, che curava eccessivamente il proprio aspetto, rimandava all’idea di seduzione, all’idea di cattiva condotta, deprecabile nella vita di una donna di sani principi e di retta morale.

Un po’ come accade al giorno d’oggi! La donna troppo interessata al proprio aspetto, dedita alla ricerca della perfezione estetica porta inevitabilmente con sé l’idea del frivolo e dell’eccesso.

Valeria Vaticano

7 marzo 2012

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