Storia di San Lorenzo in da Wood: intervista
Come è nato San Lorenzo in da Wood e qual è stata l’evoluzione più grande che avete notato nel pubblico e nell’organizzazione lungo questo percorso?
SLIDW: San Lorenzo in da Wood nasce dall’idea di un gruppo di ragazzi poco più che maggiorenni stanchi della scarsa, se non assente, offerta che un posto come L’Altopiano delle Rocche aveva da offrire 11 anni fa. Non un progetto imprenditoriale calato dall’alto, ma un atto quasi ostinato: portare un linguaggio come quello della musica elettronica in un contesto lontano da questo mondo.
L’evoluzione più grande non è stata solo nel pubblico, passato da un nucleo di conoscenti a una comunità dai 20 ai 40 anni proveniente da tutto il Centro Italia e non solo, molti anche affezionatissimi che tornano ogni anno considerando l’evento tappa fissa della loro estate, ma anche in noi stessi: San Lorenzo in da Wood è interamente organizzato da un gruppo di volontari, ognuno con un lavoro diverso nella vita di tutti i giorni, che in undici anni ha dovuto costruire competenze organizzative e gestionali che per il volontariato non sono affatto scontate.
La selezione musicale di un festival dice tutto sulla sua anima. Come descrivereste la linea artistica di quest’anno e qual è il “filo rosso” che lega le sonorità proposte?
SLIDW: La line-up di questa edizione accosta il minimalismo di Richie Hawtin all’energia travolgente di The Blessed Madonna, incastonando in mezzo selezionatori come Francesco Del Garda, Marie Montexier e Giammarco Orsini insieme a Fly Bambino, Iride e Ylenia Evangelista. Una scelta che sulla carta potrebbe apparire eterogenea, ma risponde a una logica precisa: non un cartellone costruito per somma di nomi, ma una drammaturgia. Non creiamo coerenza appiattendo le differenze tra gli artisti, la creiamo sequenziandole: la giornata accompagna il pubblico da un pomeriggio più esplorativo verso una notte progressivamente più fisica, e ogni artista occupa lo spazio in cui il suo suono ha più senso. Il vero filo rosso non è quindi un unico genere, ma la visione artistica che guida tutto il festival.
Con quale criterio avete costruito la line-up di questa edizione? C’è stata una ricerca particolare verso sonorità di nicchia o artiste/i emergenti?
SLIDW: Il criterio di fondo è un trade-off preciso: privilegiare spessore artistico e sonorità di nicchia, specifiche, piuttosto che un cartellone mainstream costruito per abbracciare un pubblico il più ampio possibile. A guidare questa scelta è anche la preziosa direzione artistica di Francesco Amici, che ci consiglia e orienta nelle decisioni. Da questo principio derivano due strumenti concreti: da un lato uno scouting attivo verso artiste e artisti emergenti di notevole spessore; dall’altro una selezione attenta dei DJ, scelti per la loro straordinaria capacità di entrare in contatto con il pubblico e accompagnarlo per tutta la durata dell’evento.
Qual è l’artista o il set di quest’anno di cui andate particolarmente fieri e che consigliate assolutamente di non perdere a chi viene per la prima volta?
SLIDW: Sarebbe impossibile indicarne uno solo. Dietro ogni nome c’è una scelta ragionata, nessun nome finisce in lineup per caso. Siamo molto fieri del lavoro fatto quest’anno e pienamente soddisfatti della lineup di questa edizione! La cosa però che ci rende orgogliosi è aver portato in una realtà piccola come la nostra, lontano da questo tipo di scena, artisti di caratura mondiale come Richie Hawtin e The Blessed Madonna. Questa è la dimostrazione che un contesto come il nostro può ospitare la stessa qualità artistica di realtà molto più grandi, senza dover rinunciare a quello che siamo. A chi viene per la prima volta il consiglio è proprio questo: vivere quel contrasto dal vivo, un certo tipo di esperienza in un bosco a 1329 metri di altitudine, lontano da qualunque scena elettronica riconosciuta, è una vera e propria cosa da non perdere.
Portare un festival di musica elettronica in un contesto boschivo/montano non è solo una scelta suggestiva, ma un vero atto di valorizzazione territoriale. Che valore ha per voi fare cultura e clubbing nelle aree interne?
SLIDW: Per la nostra generazione, cresciuta in un’area interna, il problema non era il territorio in sé ma l’offerta pensata per chi lo abita: un’immagine di queste montagne quasi sempre rivolta a un pubblico diverso dal nostro, ferma a un’idea di intrattenimento che non lascia spazio a giovani in cerca di un linguaggio più contemporaneo. Pensiamo di aver costruito con San Lorenzo in da Wood un’alternativa a quel modello, vicina ai nostri interessi reali, non solo nella parte musicale: dentro il festival c’è anche un programma di workshop che lega corpo, mente, arte e tradizione, pensato per chi cerca qualcosa che non trova altrove sul territorio. Tutto ciò ha permesso e permette anche ai più giovani del luogo di scoprire e frequentare contesti culturali e musicali che altrimenti non avrebbe mai incontrato qui. E soprattutto dimostra una cosa concreta: che si può costruire qualcosa di rilevante anche in un piccolo paese di montagna.
Come reagisce e interagisce la comunità locale con un linguaggio contemporaneo come quello dell’elettronica? Siete riusciti a creare un ponte tra il festival e chi vive il territorio tutto l’anno?
SLIDW: Diciamolo con onestà: no, o meglio, non ancora del tutto e sarebbe disonesto raccontarla diversamente. Un conto è il pubblico affezionato che negli anni è diventato una comunità propria, un altro è la comunità che vive il territorio tutto l’anno, dove l’età media è nettamente più alta della nostra. Con questa parte, undici anni non sono ancora bastati a far percepire fino in fondo il valore di quello che San Lorenzo in da Wood rappresenta. La nostra generazione, invece, quella che vive sul territorio, risponde bene: è il pubblico naturale di questo linguaggio. Un segnale positivo però c’è già: una parte della comunità più adulta è diventata parte integrante della macchina organizzativa, dando un apporto reale alla buona riuscita dell’evento. Sappiamo che la strada con il resto della comunità è ancora lunga, ma è proprio per questo che non abbiamo intenzione di fermarci: undici anni sono un punto di partenza, non un traguardo mancato.
Organizzare un evento nel bosco richiede una responsabilità enorme verso l’ambiente. Come riuscite a conciliare la dimensione della festa con la tutela del paesaggio naturale che vi ospita?
SLIDW: Abbiamo un rapporto quasi sacro con questo territorio, ed è qualcosa che cerchiamo di trasmettere anche a chi partecipa: trattare il luogo come se fosse casa propria, non uno spazio da consumare per l’evento e basta. Il Parco Regionale Sirente-Velino sostiene il nostro evento, a testimonianza di quanto la dimensione del festival si sposi con la tutela dei nostri luoghi. Anche la capienza limitata che abbiamo, per scelta e per necessità, risponde in realtà a due esigenze: da un lato preserva l’atmosfera intima che vogliamo per chi partecipa, dall’altro è essa stessa una forma di tutela, perché non snaturiamo il luogo né lo sottoponiamo a una pressione oltre la sua reale capacità di utenza. A questo si aggiunge un impegno concreto il giorno dopo: un’opera di pulizia volontaria che va oltre quanto la festa stessa ha prodotto.
Il clubbing soffre e il pubblico di nicchia si sta allontanando da festival e località un tempo underground e oggi mainstream. Il restare fedeli al territorio e la contaminazione tra grandi nomi e scena nazionale vi sta ripagando?
SLIDW: Quello che possiamo dire è che, per noi, restare fedeli al territorio non ripaga in scala, non abbiamo mai aumentato la capienza per rincorrere il livello delle nostre lineup, ripaga in un pubblico che torna sapendo cosa aspettarsi, invece che rincorrere il festival del momento. Nel tempo il pubblico si è selezionato da solo: sa cosa aspettarsi, e sa anche che non è un festival comodo, difficile da raggiungere, fisicamente impegnativo. Questa tensione, tra la scala che potremmo avere e quella che scegliamo di avere, la gestiamo restando piccoli, per scelta. E sulla contaminazione tra grandi nomi e scena nazionale, per noi non è una diluizione della scena locale sotto il peso di headliner internazionali, ma una scelta strutturale che nasce dallo stesso principio che guida tutto il resto del festival, mettere al centro il valore artistico, non l’etichetta del nome. Visti i risultati di questi undici anni, crediamo di aver trovato un equilibrio che funziona, un mix riuscito tra scena locale e grandi headliner, senza che l’una si sciolga nell’altra.
Intervista a cura di Antionio Maria Napoli




