Sanremo 2026: anatomia di un Festival tra baci “rubati”, padri furiosi e un vincitore che non convince
Il Festival di Sanremo non è mai una semplice gara canora, ma lo specchio deformante di una società che cerca nei lustrini la colonna sonora dei propri drammi. L’edizione 2026, la settantaseiesima della storia, non ha fatto eccezione: sotto la guida rassicurante di Carlo Conti e il carisma internazionale di Laura Pausini, il “contorno” mediatico ha finito per divorare il palcoscenico.
In questo delirio collettivo, a trionfare, con una certa sorpresa, è stato Sal Da Vinci. Un verdetto che sa di restaurazione forzata; la prova che, alla fine, l’Ariston preferisce rifugiarsi in un rassicurante (e anacronistico) abbraccio melodico piuttosto che accogliere il presente e l’innovazione.
Ma tornando ai nodi critici, il primo è stato il cosiddetto “paradosso Pausini”. Vedere una star globale, capace di solcare i palchi più prestigiosi del mondo, ridotta al ruolo di algida lettrice di gobbi istituzionali è apparso a molti come uno spreco di talento. Ingabbiata in una scaletta spietata, la spontaneità della cantante romagnola è parsa imbrigliata in una liturgia televisiva che ne ha spento l’energia, lasciandola quasi ospite di lusso in casa propria. Un rigore che ha lasciato l’amaro in bocca a chi sperava in una conduzione meno formale e più vibrante.
Sul fronte dello stile, la scalinata ha raccontato storie di emancipazione. Mentre Levante e Gaia incendiavano la scena con abiti che mescolavano eleganza d’altri tempi e un’allure rock-sensuale, tra gli uomini ha fatto discutere l’approccio di Leo Gassmann. In gara con “Naturale”, il giovane artista ha sfoggiato look fluidi e canotte leggere, abbracciando quel performative male che decostruisce la mascolinità tradizionale in favore di una vulnerabilità consapevole.
Proprio il cognome Gassmann è stato però al centro della polemica più rovente. Se ad Alessandro Gassmann era stato impedito di salire sul palco per promuovere la sua fiction – onde evitare di influenzare il voto per il figlio – la regola non è sembrata valere per tutti. Quando Tredici Pietro ha portato sul palco il padre Gianni Morandi per la serata cover, la furia di Alessandro è esplosa sui social con l’impeto di un geyser: “Vabbè dai, regole NON uguali per tutti”, ha tuonato l’attore, lamentando l’uso di due pesi e due misure. Una scia di veleno che nemmeno le giustificazioni della Rai su presunti “voti normativi” sono riuscite a placare.
Non è mancato nemmeno lo scandalo “censurato”. Durante la vibrante reinterpretazione de “I maschi”, l’elettricità tra Levante e Gaia è culminata in un bacio sulle labbra, prontamente oscurato dalla regia con un’inquadratura larghissima. Nonostante le giustificazioni tecniche del regista Pagnussat, il web è insorto gridando alla censura, mentre le protagoniste hanno liquidato l’accaduto con tagliente ironia, ammettendo di aver sconvolto, forse, solo le signore in prima fila.




