ABBATTUTO IL “MOSTRO” BOLKSTEIN: DIRITTO DI SUPERFICIE, PER 90 ANNI, ALLA MICRO-IMPRESA BALNEARE “TIPICA” NAZIONALE

di Roberto Mattei

Con un decreto legislativo “a sorpresa”, il governo affonda la temuta direttiva comunitaria e rilancia le piccole aziende turistico-balneari a conduzione famigliare. Noi di 2duerighe vi spieghiamo i retroscena di questa presa di posizione dell’esecutivo.
«Evviva, ce l’abbiamo fatta. Grazie Italia»! E’ questo il grido che si è alzato giovedì scorso, tra alcuni operatori del settore balneare di San Benedetto del Tronto (AP), dopo il via libera del consiglio dei ministri al decreto legislativo per il rilancio dello sviluppo economico.

Gli uomini erano impegnati nelle operazioni di pulizia e sistemazione della spiaggia, in vista della stagione estiva, quando la radio ha divulgato la notizia che tanto aspettavano: l’affidamento delle concessioni demaniali ai privati per un tempo congruo all’investimento iniziale sostenuto.

 

In particolare, il provvedimento ha stabilito che  fermo restando il diritto di passaggio sulle spiagge e di accesso al mare, tutti gli spazi in cui sono presenti infrastrutture turistiche, come ad esempio stabilimenti balneari, chioschi e altre strutture ricettive, saranno oggetto di “diritto di superficie” . «Chi vuole chiederà il diritto di superficie e durerà 90 anni. Il diritto sarà a pagamento e noi pensiamo che sarà pagato molto bene. Gli imprenditori però devono essere in regola con il fisco, con la previdenza e pensiamo che debbano assumere giovani», è quanto affermato dal Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, durante la presentazione, in conferenza stampa, del decreto legge per lo sviluppo economico approvato dal Consiglio dei Ministri.

 

 

La risposta della Commissione Europea non è tardata ad arrivare. Subito dopo il varo del decreto legislativo per lo sviluppo economico, Chantal Hughes, portavoce del commissario al Mercato Interno, ha fatto sapere di essere rimasta molto sorpresa sulla decisione di concedere le spiagge ed altri luoghi demaniali per un periodo così lungo. «Questo non sarebbe in linea con le regole del Mercato Interno, in particolare con la direttiva servizi. Se le notizie riportate sulla stampa si rivelassero corrette, saremmo molto sorpresi. Quello che ci inquieta, in particolare, è se alla fine del periodo di concessione non ci sia il diritto quasi automatico per il concessionario ad ottenere il rinnovo», ha affermato la Hughes, che ha poi precisato: «le autorità italiane non ci hanno ancora inviato il testo del provvedimento e dopo aver visto gli articoli sulla stampa abbiamo chiesto oggi stesso di mandarci ulteriori informazioni». Con le sue dichiarazioni, la portavoce ha voluto semplicemente evidenziare che tutte le concessioni demaniali balneari devono avere una durata congrua a quanto definito dalla direttiva 2006/123/CE e, al termine del periodo di usufrutto, ne deve essere garantita l’apertura alla concorrenza.

La decisione presa governo italiano ha scatenato il putiferio, non solo oltralpe, ma anche sul territorio dello Stato: ambientalisti, partiti d’opposizione e alcune associazioni di categoria parlano già di svendita e privatizzazione di un bene comune. A cercare di placare gli animi, è intervenuto prima il ministro Tremonti, che ha rimarcato il diritto di superficie per novant’anni e ha evidenziato: «non c’è nessuna vendita delle spiagge. La spiaggia resta pubblica». Poi è stata la volta del ministro all’ambiente Stefania Prestigiacomo che, per azzittire ogni tipo di strumentalizzazione, ha precisato: «Non abbiamo affatto regalato le spiagge italiane ai privati. E’ stata varata una norma per la tutela dei nostri territori ed evitare che operatori stranieri subentrino a quelli italiani. Non e’ stata una svendita».

Tutto parte dalla 2006/123/CE, tristemente nota come “direttiva Bolkstein”, intitolata al Commissario europeo per il mercato interno della Commissione Prodi che per primo ne curò e sostenne la stesura. Si tratta, in sostanza di una “legge quadro” europea, varata nel 2006, avente come scopo la creazione di un libero mercato delle attività sul territorio comunitario. Agevolando la circolazione dei servizi all’interno dell’Unione Europea e liberalizzandoli, si avrebbe, a detta di numerosi economisti, un aumento dell’occupazione e del PIL. Secondo l’articolo 12 di questa “bozza di legge”, le concessioni devono essere rilasciate per una durata limitata e soprattutto adeguata. Non possono prevedere procedure di rinnovo automatico ne accordare altri vantaggi al prestatore uscente o alle persone che abbiano particolari legami con detto imprenditore.

Attualmente le autorizzazioni demaniali hanno una durata di sei anni e, alla scadenza, vengono rinnovate automaticamente. Qualora per un motivo qualsiasi lo Stato decida di non rinnovare la concessione, “l’affittuario” è obbligato a rimuovere le infrastrutture nonché tutte le altre attrezzature balneari ivi presenti, riconsegnando l’intera area cosi come era in principio, senza aver diritto ad alcun compenso. E’ quello che sarebbe accaduto allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2015 se il governo non avesse varato il decreto per lo sviluppo economico. Lo Stato avrebbe richiesto la restituzione, senza condizioni, del bene (cioè la spiaggia al suo stato naturale) e indetto una nuova gara  d’appalto. Il nuovo imprenditore, investendo cifre variabili dai 300 ai 500 mila euro per l’acquisto di infrastrutture, attrezzature balneari, canoni demaniali e spese di gestione, avrebbe dovuto recuperare le spese sostenute, in circa 6 anni, con l’interrogativo di riuscire ad aggiudicarsi nuovamente la superficie alla scadenza della concessione.

Il processo di liberalizzazione sarebbe stato deleterio per il settore specifico, spazzando via il piccolo imprenditore ed avviando qualcosa di simile ai grandi centri commerciali. Ad aggiudicarsi gli appalti sarebbero state le grandi multinazionali, in grado di investire grandi capitali. Avremmo perso in gentilezza, cordialità e qualità del servizio, poiché molte di queste grandi compagnie si affidano a manodopera straniera, estranea ai nostri usi e costumi. Ne avrebbero risentito anche gli stipendi dei lavoratori dipendenti, poiché molti di questi immigrati si vendono per pochi spiccioli ed accettano anche impieghi “in nero” pur di lavorare e mandare denaro alle proprie famiglie rimaste nei paesi di origine. «Non esisterà più un turismo locale perché le persone assunte non saranno più residenti e famigliari, ma degli estranei o extracomunitari. Il contatto con i turisti sarà più freddo…» , è quanto affermava alcuni mesi fa Giuseppe Ricci, presidente della ITB Italia di San Benedetto del Tronto – associazione che riunisce gli imprenditori turistici balneari – durante un’intervista telefonica curata da uno stagista di una nota testata giornalistica marchigiana. La città rivierasca era stata la prima località turistica balneare italiana ad intuire il pericolo della direttiva Bolkstein. Da qui era partita la protesta che poi si era diffusa a macchia di leopardo sul territorio nazionale. Il presidente Ricci aveva cercato di coinvolgere anche l’ANCI – Associazione Nazionale Comuni d’Italia – con l’intento di sensibilizzare i sindaci a intervenire in difesa delle piccole aziende balneari che, con l’arrivo delle holding company, si sarebbero ritrovate sul lastrico. L’unica strada percorribile sembrava essere la privatizzazione delle concessioni demaniali. Tante erano infatti le famiglie rivierasche che avevano investito denaro e lavoro per anni e senza un simile provvedimento avrebbero rischiato di perdere tutti i loro averi. A riguardo, Ricci aveva posto anche un quesito, di facile interpretazione: «Se una persona gestisce una struttura con le giuste regole, perché cambiare tutto»? La risposta è semplice. Secondo alcuni operatori del settore esistono dei poteri forti che vogliono mettere le mani sul business del turismo, che oggi risulta essere uno degli investimenti più remunerativi, per “accaparrarsi” le migliori spiagge d’Italia. Se la direttiva fosse stata recepita fissando periodi di gestione di 5 o 6 anni,  molte città di mare si sarebbero trasformate da tranquilli luoghi di villeggiatura in grandi proprietà private in mano alle multinazionali che, attraverso mafia, ndrangheta e malavita organizzata,  avrebbero aperto le porte ad affarismo e corruzione. Per evitare incomprensioni il presidente della ITB Italia aveva lanciato anche un messaggio a tutte le città e alle istituzioni: «qualcuno pensa che la nostra missione sia quella di garantire un privilegio per una nicchia di imprenditori del settore balneare. Non è così! Questi uomini hanno creato da zero un’attività con le proprie forze, hanno investito del denaro, assunto delle persone e non possono vedersi “usurpare” ciò che hanno tirato su con il sudore delle proprie forze». Quindi, se il governo non avesse trovato una proposta alternativa valida alla Bolkstein prima del 2015, non solo avrebbe rischiato una forte sanzione, ma non ci sarebbe stata più alcuna possibilità di rimandare le “aste”.

Per “i più duri di comprendonio” che ancora faticano ad afferrare la minaccia della direttiva per la micro-impresa balneare, basta pensare ai danni apportati alle aziende italiane con l’arrivo dei prodotti cinesi a basso costo. Con l’approvazione della stessa avremmo avuto sotto casa anche il commercialista polacco o il veterinario rumeno che avrebbero operato in accordo alle leggi del proprio stato, in quanto la  2006/123/CE si fonda sul principio del paese di origine, proponendo dei prodotti a prezzi stracciatissimi che avrebbero a loro volta soffocato il già barcollante sistema economico nazionale.

Un grazie quindi al governo italiano, al consiglio dei ministri, alla ITB Italia e a tutte le altre associazioni che si sono adoperate per il raggiungimento di questo splendido risultato da parte della redazione di 2duerighe Marche

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