Senso: liberamente ispirato alla novella di Camillo Boito

di  Raffaella Roversi

Si muove, scomposta dal dolore, la contessa Livia Serpieri sul palco dei Filodrammatici dove il 13 e 14 giugno è andata in scena “Senso”, novella di Camillo Boito riadattata da Gianni Guardigli  con la regia di  Francesco Branchetti e la profonda interpretazione di Isabella Giannone. Si muove scomposta ed appesantita dalla vigliaccheria commessa venti anni prima in una Roma in piena occupazione nazista, trasposizione storica questa, rispetto a quella di Boito che individuava nella guerra tra Piemonte e Austria del 1865, il momento storico del racconto.

In quella Roma occupata lei però, venti anni prima, si muoveva agile, incurante della sofferenza dei suoi compatrioti, della mancanza di libertà che soffocava i suoi concittadini, del sangue dei partigiani che talvolta scorreva davanti ad occhi inorriditi di madri, spose, sorelle. Si muoveva leggera, nel suo vestitino azzurro, perché innamorata di Remo, un tenente nazista dal corpo scultoreo. Per lui, lei aveva peccato di adulterio, aveva rubato al vecchio conte sposato solo per interesse, denaro e gioielli perché Remo potesse pagarsi un certificato medico che lo esonerasse dall’esercito.

 

E cosi, le miserie di lei finiscono con l’intrecciarsi alla viltà di lui dando vita ad una passione sfrenata, sino a che lei trova lui nel letto di una lurida locanda assieme ad un’altra donna. Ed ecco la vendetta, quella che nasce nel sottosuolo di anime buie, fredde e calcolatrici. La vendetta ha gli occhi gialli, dice la protagonista sul palco, gialli come le acque rigonfie del Tevere che portano il pattume al mare. E con quel bollore di sentimenti dentro, si muove lesta e decisa per le strade di Roma sino al comando supremo nazista dove denuncerà per alto tradimento il suo amante, certa cosi di ripulire il suo orgoglio ferito dal tradimento.

Ma quella mattina fresca e ancora buia, quel plotone scuro, l’immagine del corpo amato un attimo prima ancora vibrante e poi privo di vita sul selciato rosso di sangue, saranno la condanna per il resto della sua vita. La condanna di chi, arbitrariamente, si è arrogato il diritto di condannare.

Bella indagine psicologica di un’anima piccola e meschina che si muove su una scena quasi disadorna, abitata solo da tre uomini-fantoccio, vuoti, come gli uomini di cui si è circondata, da un giaciglio che ricorda la bassezza delle passioni ed da uno scrittoio che le consente, scrivendo, di ridipingere il passato indimenticabile.

Teatro Filodrammatici
Via Filodrammatici, 1 Milano
Tel. 02 36595671

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