Extrabanca e Razzismo, opposti che si attraggono?

Extrabanca, nata nel 2010, è la prima banca creata appositamente per gli stranieri residenti in Italia. Un progetto di cui il capoluogo lombardo dovrebbe essere orgoglioso, se non fosse che, recentemente, Extrabanca è stata denunciata da un suo dipendente a causa delle continue offese a sfondo razzista che, quotidianamente, era costretto a sentire e a subire. La denuncia esposta dal bancario Cheikh Tidiane Gaye, 41enne cittadino italiano nato in Senegal, è stata trasformata in condanna dal giudice Fabrizio Scarzella del Tribunale del Lavoro di Milano, grazie anche alle diverse testimonianze dei colleghi di Gaye.

 

Una dipendente, come ricorda l’avvocato di Gaye, Livio Neri, a causa sella sua deposizione non ha ricevuto il rinnovo del contratto. Extrabanca, condannata dal giudice alla <<diramazione ed affissione di un comunicato che inviti tutto il personale ad astenersi, nei rapporti tra colleghi e nelle riunioni di lavoro, da espressioni volgari o offensive a sfondo razziale>>, ha deciso di non arrendersi e di appellarsi contro l’ingiustizia del provvedimento. Questa è la prima sentenza per offese di questo genere sul posto di lavoro ed è davvero paradossale che venga condannata proprio la banca che dovrebbe essere più vicina agli stranieri. Extrabanca, inoltre, conta 34 dipendenti, come ci ricorda Alessandra Coppola nel “Corriere della sera” del 27/3/2012, di cui 19 hanno un’origine straniera. Se non fosse che, come osserva Neri << la banca è gestita da persone culturalmente poco attrezzate davanti alla diversità>>, Extrabanca potrebbe essere l’esempio perfetto di integrazione sul luogo di lavoro tra dipendenti di origine italiana e dipendenti di origine straniera.

Non tutti i dipendenti sono d’accordo con Gaye nell’accusare la banca, il dirigente o altri dipendenti di molestie o offese. Questi ultimi credono fermamente nel progetto e si sono sempre trovati a proprio agio al posto di lavoro. Ma allora, cosa spingerebbe Gaye ed altri suoi colleghi ad esporsi e a rischiare tanto se non la consapevolezza di non essere nel torto?

A questa domanda non si può rispondere, la giustizia si è pronunciata a favore del dipendente 41enne il quale desidera rientrare, il prima possibile, al suo posto perché, malgrado tutto, Extrabanca resta, per lui, un progetto in cui credere.

Federico Zenari

30 marzo 2012

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