La domanda della fede: cosa vuoi che io ti faccia?

la-fedeSabato 3 marzo ore 20.45, in Via delle Forze Armate, 338, per  Evangelizziamomilano – a cura della Chiesa Cristiana Evangelica – verrà presentata  una serata per la fede con il contributo di  testimonianze alternate da brani musicali eseguiti dall’intervento di due cori “Gospel”,  il Coro MARAN-ATA’ e SION, che per l’occasione si fonderanno e avranno una sola voce.

In un periodo storico così particolare come quello attuale in cui i valori tradizionali sono messi a dura prova e la società contemporanea si trova ad affrontare una crisi globale tra le più subdole degli ultimi tempi, dove il futuro si presenta sempre più come una minaccia e l’individuo sembra sempre più incapace di aprirsi all’Altro, la fede sembra presentarsi come il grande antidoto capace di schiudere il futuro e offrire una direzione.

L’economia, che appare sempre più come il grande mostro che sta gettando questo mondo in un periodo di buio come da tempo non ne sperimentava, sta assumendo una veste nuova, sempre più eterea, immateriale, gassosa e conseguentemente anche le categorie che impegna e che maggiormente la direzionano quali fiducia, credito, aiuto, giustizia etc. sono categorie di natura diversa da quelle solite squisitamente economiche, sono categorie “spirituali”, cognitive, spesso associate a discipline di stampo morale e teologico e quindi, risposte di questo genere, che vengono da lontano e hanno attraversato i secoli, si presentano e ripresentano nel dibattito contemporaneo con un’attualità a dir poco disarmante.

Per gli uomini di fede la “Buona Novella” cade dall’alto, la “salvezza”, l’apertura al futuro, il grande esorcismo, si dona e corporifica nella “Parola”, nel Verbo che si è fatto carne e per grazia ha toccato la storia redimendola, ma anche per gli uomini non di fede la questione, seppur in una direzione orizzontale, non può essere elusa o liquidata troppo immediatamente, ma impone una domanda nuova, “salvifica”.

Cosa vuoi che io ti faccia?” è questa la grande domanda redentiva, forse da troppo tempo taciuta, in opposizione a: “Sono forse il custode di mio fratello?” detto da Caino. In questo spazio si gioca la grande partita dell’uomo e del suo destino. La pura assunzione di responsabilità per l’Altro, è ciò che affranca l’uomo e lo rende un essere morale, un essere dalla vita spirituale, un essere che supera la natura ordinaria ed è proiettato verso un’esistenza più alta.

Cosa vuoi che io ti faccia?”  è una domanda che si offre ad una moltitudine di risposte è vero, ma ciò che conta non è tanto la singola risposta in se stessa, quanto la potenza spirituale e cognitiva che questa domanda offre, all’uomo singolo e all’umanità intera, capace di spezzare le barriere simboliche e aprire al futuro, ad un esistenza nuova e più ricca.

L’uomo contemporaneo si trova nella paradossale condizione di possedere una libertà individuale che potenzialmente gli permette di essere e di fare qualsiasi cosa desideri, ma di fatto l’uomo è talmente fragile e la società così complessa che non può mai realizzarla individualmente ma solo comunitariamente. È chiaro a questo punto che si stabilisce un legame forte quanto immediatamente inaspettato tra l’altro e il futuro, al punto che aprirsi all’altro si profila come lo stesso aprirsi al futuro e viceversa. Proprio in questa paradossale dialettica identitaria si delinea un ampio e fecondo spazio vitale che è proprio il luogo della fede, della fiducia che sostiene e orienta ogni possibile presente e futuro nobilitando la natura dell’uomo. Senza l’impulso alla fede in generale l’individuo rimane murato vivo e isolato (e quindi del tutto inerte) in se stesso, terrorizzato degli uomini, terrorizzato dal mondo, terrorizzato dal futuro che eviterebbe come fosse il grande male, fonte di ansia infinita, di disperazione e il passato rimarrebbe l’unica sterile e infeconda certezza alla quale aggrapparsi.

Si ha buon gioco per affrontare queste questioni così “maledettamente” umane seguendo i contributi offerti da testi di grande saggezza e quindi una spiegazione sull’origine di questa domanda la possiamo agilmente scoprire nel  Vangelo di Marco (10,52), brano noto come la guarigione del cieco di Gerico: un miracolo, compiuto da Gesù. Bartimeo era cieco, emarginato anche socialmente, e costretto a mendicare per vivere, ma in lui si era mossa la fede, tanto da farlo gridare per due volte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”. Egli si rivolge con fede non ad uno qualunque ma ad uno che chiama per nome, qualificandolo come “figlio di Davide”, un titolo messianico nel quale erano racchiuse tutte le speranze di Israele.

Egli insiste, nonostante l’opposizione della folla, che gli diceva di tacere. In mezzo a tutta quella  confusione Gesù ascolta il suo grido e non lo giudica come un disturbatore, anzi da ordine di chiamarlo. Da li a poco Bartimeo otterrà la vista, non senza prima che il Cristo gli abbia chiesto: “Cosa vuoi che io ti faccia?” e la risposta è stata: “Rabbunì, che  io riabbia la vista”. Nel comportamento del “Maestro” si nasconde una grande lezione per tutti noi che è quella di accettare l’incontro e poi passare alla richiesta. Infatti nella risposta di Bartimeo c’è già un’intimità, che lo rende capace di gettare il suo bisogno, di svuotarsi di tutte le sue angosce mosso dalla certezza di chiedere, di fidarsi e affidarsi vestendo i panni dell’umiltà, per compiere il primo passo verso di Lui.

Di questo e di tanto altro in riguardo alla fede verrà trattato in una serata dedicata alla “Parola” in cui verrà trasmesso in tutta semplicità il messaggio di salvezza di cui tutti abbiamo bisogno per uscire dalla crisi personale che è molto più profonda e pericolosa della crisi economica che stiamo attraversando.

Sebastiano Di Mauro

24 febbraio 2012

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook