Perché il riconoscimento del Somaliland è un caso di realismo offensivo
È accaduto con la Palestina, rimasta per decenni senza un riconoscimento pieno e condiviso, tornata al centro del dibattito dopo che, lo scorso settembre, alcuni Paesi europei hanno annunciato o valutato un riconoscimento in chiave politica della regione. È accaduto con l’isola di Taiwan, entità de facto autonoma, ma sulla carta priva di ogni legittimazione internazionale, da sempre punto nevralgico dell’indo-pacifico.
Accade ora con il Somaliland, regione separatista della Somalia proclamatesi indipendente nel 1991, senza mai ottenere riconoscimento dalla comunità globale. Eccetto per Israele, unico Paese al mondo che il mese scorso ha deciso di riconoscere questo territorio a statuto conteso, provocando le reazioni del governo di Mogadiscio, del mondo arabo e delle Nazioni Unite.
Tutti questi casi hanno in comune l’evidenza ormai tangibile: che la sovranità non è una categoria giuridica stabile, ma la risultante di interessi geopolitici di singoli Paesi. Chi decide chi è uno Stato e chi no?
Il riconoscimento è una scelta politicamente connotata
Uno Stato esiste se esiste nei fatti, se ha un territorio, una popolazione, un governo, capacità di relazioni. Eppure il mondo globalizzato al quale abbiamo accesso oggi presuppone un sistema di Stati non isolati, per essere ammesso a commercio regolato, organizzazioni internazionali o aiuti, si deve essere “investito” della categoria di “Stato sovrano”.
Il processo di indipendenza del Somaliland riporta al centro proprio questa ambiguità. Il riconoscimento dello status politico di un territorio non è mai un atto giuridico neutro, ma una scelta politicamente connotata. Il sistema internazionale è una zona grigia in cui Tel-Aviv può riconoscere uno Stato senza che anche altri Paesi siano obbligati a fare lo stesso e senza che esista un’autorità superiore in grado di impedire o sanzionare tale scelta. Anche se questo potrebbe aprire un problema sistemico.
La comunità internazionale, infatti, ha finora evitato di riconoscere il Somaliland, nonostante la sua effettiva autonomia e stabilità, per paura di costituire un precedente che possa legittimare altri processi di indipendenza in Africa. L’interesse era quello di privilegiare il principio di integrità territoriale su quello di autodeterminazione.
Il realismo offensivo secondo Israele
La visita del ministro degli Esteri di Israele Gideon Sa’ar, presente ieri ad Hargeisa per incontrare il presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi, e l’invito di quest’ultimo a Gerusalemme, sono entrambe mosse che si inscrivono in un sistema in cui, ora più che mai, vige il realismo offensivo.
Per il realismo offensivo, dove il potere è assente o è contestato, gli Stati forti entrano. Il Somaliland dal canto suo ha offerto la gittata a Israele per estendere il proprio raggio d’azione strategico nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden senza un dispiegamento militare diretto. Si tratta di una porta d’ingresso verso il Corno d’Africa e soprattutto un avamposto da cui monitorare l’attività degli Houthi, sostenuti dall’Iran di Khamenei.
Un nuovo ordine e modello di governance
Gli ultimi sviluppi della politica estera americana, l’incursione in Venezuela, la pretesa sulla Groenlandia, stanno creando le condizioni adatte per Stati alleati come Israele che percepiscono maggior margine di manovra per perseguire le proprie strategie di potere, come nel caso del Somaliland. Il costo diplomatico limitato e il potenziale ritorno, trasformano un atto simbolico, quasi innocuo, come il riconoscimento israeliano della regione separatista, in un vantaggio materiale a tutti gli effetti per Tel-Aviv.
E mentre il mondo va avanti velocissimo, al passo di un modello di governance rinnovato e inter-imperiale, in cui grandi e medie potenze non sono vincolate, ma regolano i propri rapporti attraverso sfere di influenza, la negoziabilità di categorie politiche istituite per essere stabili, mina il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali.
In questo abisso di possibilità, azioni come il riconoscimento del Somaliland non rappresentano anomalie, ma espressioni chiare e coerenti di un sistema in cui la legittimità politica si ridefinisce sulla base di un nuovo “power”, non più soft, ma irrobustito delle capacità di esercitare forza più che di esercitare diplomazia.




