Il paradosso di Doha
L’emirato del Golfo si presenta come paciere internazionale, ma le accuse di sostegno all’estremismo islamista sollevano interrogativi sulla credibilità del suo ruolo diplomatico
Nelle complesse dinamiche geopolitiche mediorientali, raramente si trova un protagonista che incarni le ambiguità diplomatiche quanto l’emirato qatariota. Mentre Doha esige da Tel Aviv un rendiconto delle operazioni militari condotte, mantiene un eloquente mutismo riguardo al proprio coinvolgimento nelle forze che hanno destabilizzato la regione per generazioni. Questo silenzio strategico nasconde una politica estera costruita su legami ambivalenti con entità classificate dall’Occidente come organizzazioni terroristiche.
Città aperta
L’emirato ha saputo costruirsi un’immagine di nodo diplomatico a tratti fondamentale per dirimere le controversie più spinose a livello planetario. Tra il 2018 e il 2023, persino Tel Aviv aveva autorizzato e validato l’assistenza qatariota verso Hamas per ragioni di convenienza politica, una dinamica che svela quanto fossero articolati e più complessi gli equilibri prima del 7 ottobre.
La sede diplomatica di Hamas, attiva nella capitale dal 2012 per volontà di Washington che necessitava di un ponte comunicativo con i palestinesi, è stata per lungo tempo valutata come strumento essenziale per preservare canali dialoganti. Ismail Haniyeh, alla guida del movimento come figura politica principale fino all’eliminazione avvenuta in Iran nell’estate del 2024, aveva eletto la metropoli del Golfo come quartier generale operativo dal 2017, quando abbandonò la Striscia per assumere la guida internazionale dell’organizzazione.
Tuttavia, questo approccio ha rivelato i propri limiti in modo drammatico. Nel maggio 2024, Washington ha fatto pressioni su Doha affinché allontanasse i vertici di Hamas qualora avessero respinto l’intesa sulla liberazione dei sequestrati con Israele. Una richiesta che ha innescato, nei mesi seguenti, un graduale distanziamento della dirigenza palestinese dal territorio emiratino.
Ombre afghane
L’approccio qatariota verso Hamas non costituisce un’anomalia isolata. Doha ha replicato identica strategia diplomatica con i talebani, accogliendone la rappresentanza politica dal 2013 e agevolando le trattative che hanno condotto al disimpegno statunitense dall’Afghanistan nel 2021. Una mediazione che ha conferito all’emirato prestigio internazionale, ma che solleva dubbi sulla demarcazione tra facilitazione negoziale e legittimazione di governi fondamentalisti.
Il Qatar giustifica tale linea come pragmatica esigenza: senza interlocuzione con tutti i protagonisti, anche quelli più contestati, non possono esistere sbocchi negoziali. Il problema però è che questa posizione confonda la mediazione con la protezione, trasformando Doha in un santuario per dirigenze che orchestrano violenze da comode abitazioni nel Golfo, lontane dai campi di conflitto ma con un peso enorme nella risoluzione.
La Ramificazione dei Fratelli Musulmani sul Continente Europeo
Oltre alla questione di Hamas, emerge una trama più estesa di appoggio qatariota all’islamismo politico. Esclusivamente sul territorio italiano si registrano oltre cinquanta iniziative finanziate dal Qatar per circa trenta milioni di euro, disseminate in centri urbani quali Brescia, Catania, Messina, Piacenza, Ravenna e Verona, secondo quanto emerso da inchieste giornalistiche.
L’opera investigativa “Qatar Papers” dei reporter francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot ha portato alla luce erogazioni finanziarie concesse da Doha nel 2014 a moschee e centri islamici europei per settantadue milioni di euro, di cui ventidue milioni indirizzati alla sola Italia. Questi investimenti, secondo gli studiosi, servirebbero a tessere una rete di influenza collegata ai Fratelli Musulmani, organizzazione che l’emirato sostiene pubblicamente nonostante sia guardata con diffidenza da numerosi governi arabi ed europei.
Nell’arco di dieci anni, il Qatar ha convogliato un miliardo e ottocento milioni di dollari verso Gaza, denaro impiegato da Hamas non solamente per assistenza alla popolazione ma anche per scavare gallerie sotterranee e accumulare arsenali missilistici. Un canale finanziario che demolisce la narrazione di un supporto esclusivamente umanitario.
L’Assedio del Golfo
Questa politica ha generato fratture regionali profonde. Nel 2017, Riyadh, Abu Dhabi, Manama e Il Cairo hanno istituito un embargo diplomatico ed economico verso il Qatar, accusandolo precisamente di alimentare il radicalismo attraverso il sostegno ai Fratelli Musulmani. Benché l’embargo sia cessato nel 2021, le divergenze strategiche permangono, rivelando visioni inconciliabili sulla governance regionale e sul posto che l’islamismo politico dovrebbe occupare nel futuro arabo.
Washington calling
Ciononostante, malgrado queste imputazioni, il Qatar conserva uno dei legami più solidi con Washington nell’intera area del Golfo Persico. La base aerea di Al Udeid accoglie la più estesa installazione militare statunitense in Medio Oriente, rendendo l’emirato un partner strategico irrinunciabile per gli Stati Uniti. Questa collaborazione militare convive con l’accoglienza fornita a formazioni che Washington stessa etichetta come terroristiche, creando un controsenso che l’amministrazione americana ha gestito con cauto pragmatismo fino al 7 ottobre.
Il Qatar amministra un fondo sovrano da cinquecentotrenta miliardi di dollari con quote in colossi quali Volkswagen, Total, Vivendi e Barclay, intrecciando profondamente la propria economia con quella occidentale. Questa interdipendenza economica rende qualunque pressione diplomatica estremamente delicata: isolare il Qatar comporterebbe danneggiare anche interessi europei e americani.
7 Ottobre
La data del 7 ottobre 2023 ha segnato un momento di rottura. La ferocia dell’attacco e la cattura di ostaggi hanno reso insostenibile per molti parlamentari occidentali la coesistenza tra partnership strategica e ospitalità verso Hamas. Diversi membri del Congresso statunitense hanno richiesto una revisione totale dei rapporti bilaterali, minacciando la cancellazione dello status di “importante alleato non-NATO” qualora l’emirato non allontanasse definitivamente la leadership di Hamas.
Mediatore compromesso?
L’interrogativo fondamentale resta irrisolto: può una nazione che per anni ha offerto rifugio, risorse economiche e legittimazione politica a organizzazioni militanti essere ritenuta un arbitro imparziale? La teoria della mediazione diplomatica indica che l’accesso a tutte le controparti costituisce prerequisito essenziale per agevolare negoziati. Ma quando il mediatore è simultaneamente sostenitore attivo di una delle controparti, la distinzione tra facilitazione e complicità diventa pericolosamente indefinita.
I fautori della politica qatariota argomentano che senza questi collegamenti comunicativi, formazioni come Hamas resterebbero completamente isolate, rendendo impossibile qualunque soluzione concordata. I critici replicano che questa logica inverte causa ed effetto: è proprio l’appoggio qatariota che ha consentito ad Hamas di consolidare il dominio su Gaza, trasformando il territorio in una piattaforma militare rivolta contro Israele anziché in un’entità politica funzionante.
Un Sistema Internazionale Contraddittorio
La vicenda qatariota espone le contraddizioni radicali del sistema internazionale contemporaneo. La comunità globale condanna il terrorismo in teoria, ma accetta pragmaticamente la necessità di interloquire con chi lo perpetra. Pretende responsabilità da Israele per le vittime civili dei bombardamenti, ma chiude un occhio sui miliardi che affluiscono verso organizzazioni che utilizzano civili come scudi umani.
Questa incoerenza non è accidentale: rispecchia la complessità di conflitti dove nessuna soluzione è esente da compromessi etici. Ma quando l’ipocrisia diventa sistemica, quando gli stessi protagonisti che proclamano di aspirare alla pace finanziano chi la rende impossibile, il risultato è la perpetuazione infinita della violenza.
Le Vittime Dimenticate: palestinesi e israeliani
In questa partita geopolitica, le vittime principali restano invariabilmente identiche: i civili palestinesi che sopravvivono sotto un regime autoritario che privilegia gli arsenali militari rispetto a sanità e istruzione, e gli israeliani che continuano a vivere sotto la minaccia di lanci missilistici e incursioni terroristiche. Il doppio gioco del Qatar, come quello di altri protagonisti regionali, garantisce che entrambe queste popolazioni continueranno a patire mentre i leader trattano da residenze lussuose in capitali lontane.
La richiesta del Qatar che Israele si scusi, priva di un parallelo riconoscimento del proprio ruolo nel perpetuare il conflitto, rappresenta l’emblema di questa ipocrisia. Non può esistere pace sostenibile finché la comunità internazionale continuerà a permettere che attori statali giochino su più tavoli simultaneamente, presentandosi come mediatori mentre alimentano il fuoco che dichiarano di voler spegnere.
La vicenda qatariota solleva un interrogativo cruciale per il futuro della diplomazia internazionale: è possibile edificare una pace duratura attraverso mediatori che hanno interessi diretti nel preservare lo status quo conflittuale? La risposta richiede un ripensamento radicale di come la comunità internazionale gestisce i conflitti asimmetrici, dove attori statali e non statali si intrecciano in modi che sfidano le categorie tradizionali.
Finché nazioni come il Qatar potranno continuare a beneficiare dei vantaggi economici dell’integrazione occidentale mentre appoggiano forze che minacciano quella stessa stabilità internazionale, la prospettiva di una pace genuina nel Medio Oriente rimarrà un’illusione. La diplomazia del futuro dovrà trovare il coraggio di esigere coerenza non solo dalle parti in conflitto, ma anche da chi pretende di mediarle.




