I “Volenterosi” su Hormuz: coalizione larga, strategia ambigua tra deterrenza e gestione del post-conflitto
La riunione della coalizione dei cosiddetti “Volenterosi” sulla crisi iraniana, in programma oggi a Parigi, segna un passaggio politico rilevante ma ancora privo di una chiara traduzione operativa. Più che un vertice sulla guerra, si configura come un tentativo di governarne le conseguenze sistemiche: sicurezza marittima, stabilità energetica e gestione di una possibile de-escalation.
Il dato principale è la dimensione della coalizione. Oltre quaranta Paesi – europei, alleati Nato, partner asiatici e monarchie del Golfo – hanno aderito all’iniziativa, promossa inizialmente da Regno Unito e Francia. La partecipazione ampia segnala una convergenza internazionale sulla necessità di riaprire lo Stretto di Hormuz, ma non implica un consenso sugli strumenti da utilizzare.
Obiettivo reale: la sicurezza economica globale
Il focus strategico non è l’Iran in quanto tale, bensì Hormuz come chokepoint energetico. Da questo passaggio transita circa il 20% del petrolio mondiale, e il blocco imposto da Teheran in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani ha già prodotto effetti sui prezzi e sulle catene di approvvigionamento.
La narrativa ufficiale dei Volenterosi insiste sulla “libertà di navigazione”, ma il sottotesto è la difesa di un’infrastruttura critica del sistema economico globale. In questo senso, la coalizione rappresenta una risposta funzionale alla crisi più che una posizione politica unitaria sul conflitto.
Ambiguità sull’opzione militare
Il nodo centrale resta l’ambiguità strategica. Formalmente, diversi governi – tra cui l’Italia – escludono un intervento militare diretto contro l’Iran. Tuttavia, la pianificazione operativa in corso racconta un quadro più complesso.
Accanto al vertice politico, si tengono riunioni tecniche tra forze navali per preparare missioni di sminamento e messa in sicurezza dello Stretto, da attivare “a ostilità cessate”. Questo elemento è cruciale: la coalizione si posiziona come attore del “day after”, ma costruisce al contempo capacità militari che potrebbero essere impiegate rapidamente in caso di tregua fragile o escalation controllata.
Ne deriva una doppia natura: non belligerante sul piano formale, per evitare un allargamento del conflitto e potenzialmente interventista sul piano tecnico, attraverso operazioni di sicurezza marittima come le operazioni di sminamento delle acque.
Fratture interne e limiti decisionali
Le riunioni precedenti hanno evidenziato l’assenza di una linea condivisa. In alcuni casi, i negoziati si sono chiusi senza un piano concreto, né militare né diplomatico, segnalando divergenze tra europei, Paesi del Golfo e altri partner.
Le divisioni riguardano almeno tre livelli:
- grado di coinvolgimento militare;
- rapporto con gli Stati Uniti, che restano il principale attore bellico;
- apertura al negoziato con Teheran, che procede parallelamente su altri tavoli.
Questa frammentazione riduce la capacità della coalizione di agire come soggetto strategico unitario e la relega, almeno per ora, a piattaforma di coordinamento.
Il vertice si inserisce in una fase ibrida del conflitto. Dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio 2026, che ha colpito infrastrutture e vertici del regime iraniano, la guerra è entrata in una fase di intensità variabile, accompagnata da segnali intermittenti di negoziato.
Da un lato, proseguono le operazioni militari e le tensioni sul campo; dall’altro, canali diplomatici restano aperti, alimentando l’ipotesi di una tregua negoziata. In questo scenario, i Volenterosi cercano di posizionarsi come garanti tecnici della stabilizzazione, più che come protagonisti del conflitto.
Il significato politico del vertice di Parigi
La riunione di Parigi ha dunque un valore soprattutto politico: segnala la volontà europea di non restare marginale nella gestione della crisi; tenta di costruire una cornice multilaterale alternativa alla sola iniziativa statunitense; prepara il terreno per una fase post-bellica ancora incerta.
La presenza di leader come Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni indica un tentativo di elevare il livello decisionale, ma non risolve il problema di fondo: l’assenza di una strategia condivisa su tempi, modalità e limiti dell’intervento.




